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Locandina Dead Man's Wire
Locandina Dead Man's Wire

Dead Man’s Wire

Tempo di lettura: 6 minuti

Indianapolis, 8 febbraio 1977. Tony Kiritsis entra nella sede della società di prestiti Meridian Mortgage con una sinistra scatola dalla forma oblunga sotto braccio. Immaginiamo contenga un fucile. Non immaginiamo che sia truccato per l’occasione: munito di un filo di ferro a forma di cappio, l’arma è pronta per finire attorno al collo di
M.L. Hall, titolare della compagnia o, in sua assenza, del figlio Richard. La variante è particolarmente sadica: se il soggetto in questione prova a sfilarsi il cappio, il fucile spara. Di qui il filo del titolo.

Tony ha messo a punto un piano quanto mai ardito che prevede di lasciare la sede della Meridian Mortgage con l’ostaggio. Allerta egli stesso le forze dell’ordine, si fa dare una macchina della polizia, mette al volante il rapito Richard, lo costringe a guidare fino a casa sua, e lo tiene prigioniero per due giorni. Dopodiché, richiede cinque milioni di dollari, l’immunità per i vari crimini compiuti, e le pubbliche scuse da parte della Meridian. Per
dare il massimo risalto possibile alla sua storia, contatta tutti i media televisivi e radiofonici dell’Indiana, soprattutto la WIBC, l’emittente radio da cui trasmette il suo deejay preferito, Frank Temple, “the voice of Indianapolis” – un seducentissimo Colman Domingo in pieno groove 70s.

Quando si dice avere un piano.

Ma cosa ha fatto arrabbiare tanto Tony?

Tra il nervosismo e la concitazione, capiamo che il soggetto in questione non è un criminale, è un good guy. Un lavoratore integerrimo che ha sgobbato tutta una vita. E pure simpatico. Tenero. Premuroso. Perché, dunque, sporcarsi le mani con multipli reati?

Be’, perché la Meridian Mortgage si è sporcata le mani per prima: ha mandato all’aria il suo progetto di aprire un centro commerciale su un terreno che aveva comprato grazie a un mutuo acceso presso di loro. Una somma che lui non è riuscito a restituire e che ha messo la Meridian nella posizione di soffiargli il terreno e, probabilmente, l’idea. Tony non ci sta a vedersi portare via il suo sogno americano, e non ci sta a subire un’ingiustizia. Così fa come in tanti hanno fatto e continuano a fare in America: ricorrono alla giustizia fai da te.

A questo punto non può non venire in mente Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975) di Sidney Lumet, in cui un giovanissimo Al Pacino interpretava Sonny Wortzik, un ex veterano, buono ma incavolato, che rapinava una banca e teneva in ostaggio gli impiegati.

Per uno strano svolazzo del caso, un imbolsito, abbronzato, irresistibile Al Pacino compare anche in Dead Man’s Wire: un prezioso cameo al telefono in cui interpreta Hall Senior, la nemesi di Sonny e Tony, titolare della Meridian, padre (e) padrone senza cuore e scrupoli, pronto a sacrificare la carne della propria carne piuttosto che concedere delle scuse e creare un precedente, in poche parole, il peggio del peggio del capitalismo spinto cavalcato negli Stati Uniti.

Non solo negli Stati Uniti, aggiungiamo con sconforto. Anche in Italia. Questa incredibile storia vera richiama alla memoria un piccolo film ben fatto di Antonio Albanese, Cento Domeniche (2023), in cui il protagonista faceva ingresso in una banca armato di fucile, una banca finita a gambe all’aria dopo aver investito i soldi dei suoi correntisti e aver fatto perdere loro i risparmi di una vita.

Il dramma dei pesci piccoli divorati dagli squali della speculazione finanziaria non conosce limiti di nazionalità.

Tony, dunque, non è disposto a subire in silenzio e riesce nel suo intento: i media cambiano i palinsesti per seguire in tempo reale lo svolgersi dei fatti e dare la massima visibilità al caso – l’America che, nel 1994, se ne starà incollata agli schermi tv per assistere all’inseguimento in diretta di O.J. Simpson sulle strade di Los Angeles viene da questa tradizione di morboso voyeurismo combinato al piacere di assistere alla caduta dell’eroe in real e prime time.

Di colpo l’opinione pubblica si spacca: chi ritiene Tony un efferato criminale e chi invece vede in lui un paladino dei diritti, un truffato che ripaga il truffatore con la stessa moneta e che, proprio per aver subito un torto e un’ingiustizia, si sente autorizzato ad agire come meglio crede per regolare i conti.

Con questo riuscitissimo film – ben girato, straordinariamente ben montato, ironico, pesante e leggero insieme, divertente, amaro ma anche sottilmente dolce – Gus Van Sant ci ricorda che l’America si avvale ancora e sempre della legge del Far West, e solleva al contempo una spinosa domanda: in un paese dove i grandi sistemi di potere delinquono in maniera legale abusando della loro posizione, quali strumenti rimangono a un onesto cittadino se non quelli di cercare forme di giustizia alternative?

Come in ogni suo film prima di questo, Van Sant rimane in silenzio, non assolve né condanna nessuno: lascia la palla a noi. Il suo compito è quello di raccontarci questa incredibile storia vera che si risolve con un finale in cui la realtà supera il più assurdo dei copioni, e che comprova quale paese folle – fucked-up, dovremmo dire, sospendendo un istante il decoro linguistico – sia l’America: una volta catturato e portato in tribunale, Tony affronta la giuria popolare che lo giudica non colpevole di alcun reato.

Il pubblico in sala esplode in una risata isterica, scuote la testa incredulo davanti a un paese in cui commettere un reato, in ogni sua declinazione, sia essa usura o sequestro di persona, è permesso.

Noi italiani siamo convinti che l’Italia sia la terra degli impuniti per eccellenza. Guardando all’America, anche e soprattutto all’America di oggi, con un Presidente incriminato che fa il bello e il cattivo tempo dallo Studio Ovale, intravediamo da un lato la terra del farla franca, e dall’altro il regime della repressione selvaggia – non certo un bel vedere su entrambi i lati.

Il cinema di Van Sant mette sempre sotto il microscopio etico il suo paese. L’ha fatto con film di grandissimo spessore come Elephant, Promised Land e il meraviglioso, indimenticato Paranoid Park. Ma mai commette l’errore, il regista, di indulgere nel giudizio. Anche in Dead Man’s Wire, è lo spettatore che fa il lavoro sporco, ovvero decidere dove sta il giusto e dove sta lo sbagliato, realizzando alla fin fine che il giusto e lo sbagliato
presentano una geografia dai confini assai porosi.

Il personaggio di Tony è esemplare in questo. Commette una sfilza di reati, ma noi non possiamo fare a meno di tifare per lui. Perché è stato truffato, perché è buono di pasta, perché come si fa a prendere le parti del viscido senzacuore ai vertici della società di strozzinaggio che si approfitta degli americani per bene armati di un sogno da avverare? E sulla natura snaturante del sogno, be’, potremmo disquisire a lungo: l’American dream
punta sempre al raggiungimento, e poi all’incremento – il più esponenziale possibile – di capitali, che poi innesca sempre una trasformazione delle anime – Citizen Charles Foster Kane docet.

Il film non soltanto mantiene la tensione costante, ma riesce addirittura ad acuirla nella parte finale, quando Tony riesce a organizzare una conferenza stampa (!) che viene messa in onda praticamente a reti unificate e che interrompe persino John Wayne – his-majesty – la-quintessenza-dell’americanità John Wayne – per poi farla schizzare, la tensione, negli istanti che precedono il verdetto della giuria. È un thriller nel senso letterale del termine: è thrilling, entusiasmante, e allo stesso tempo estremamente attento alla sfera umana dei personaggi. Nonostante lo tenga in ostaggio, il rapporto che Tony instaura con Hall Juniorè di comprensione ed empatia. Nella penosa telefonata tra padre e figlio a cui siamo costretti ad assistere – un colpo di genio di sceneggiatura – Hall Junior smette di essere ilmfiglio-di-papà nato e cresciuto nel privilegio, e ci appare come un giovane uomo cui è toccata la sciagura di avere un padre come il suo.

Occhio a giudicare i nepo-baby, quindi. Occhio a giudicare tutti.

Proprio grazie alla dimensione umana cui viene dedicato un ruolo così centrale, il film risulta caldo. Il ritmo incalzante che mantiene e l’alternarsi di finte scene di repertorio, immagini autentiche di repertorio, e l’abito cronachistico-documentaristico che l’opera indossa, potrebbero spingerlo nel territorio della fredda oggettività. Così non è, e a questo contribuisce anche una colonna sonora soul, funk e poppeggiante che fa aumentare la temperatura – stemperando persino lo squallore visivo della periferia di Indianapolis in
pieno inverno. Love to Love You Baby di Donna Summer, Never Never Gonna Give Yu Up di Berry White, Let a Woman Be a Woman di Dyke and the Blazers, così come la splendidamente antifrastica The Revolution Will Not Be Televised di Gil Scott-Heron su cui il film si chiude, ci accolgono nell’indubbia coolness tutta hot degli anni ’70 in America, e al contempo rifiniscono l’ironia di cui il film è intriso: molto spesso questi pezzi suadenti,
dalle tinte chiaramente sexy, accompagnano scene tutt’altro che sensuali, scene in cui membri delle forze dell’ordine, e in genere del potere, appaiono in tutta la loro ridicolaggine, incompetenza o mancanza di buon senso – lo stolido agente dell’FBI che viene mandato a seguire il caso e che pensa di risolverlo tracciando sulla lavagna un “mood board” di Tony, è particolarmente esilarante.

Convincente, di qualità, sarcastico e inaspettatamente comico, Dead Man’s Wire è quel tipo di film che offri con un sorriso beffardo a tutti quelli che si arrovellano a risolvere il rompicapo dell’America per renderglielo ancora più irrisolvibile.


 


Titolo originale: Dead Man’s Wire
Regia: Gus Van Sant
Cast:  Bill Skarsgård, Dacre Montgomery, Al Pacino, Colman Domingo
Genere: drammatico
Anno: 2026
Paese: USA
Durata: 102 minuti

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