Diciamolo subito. Ce l’ha fatta, Christopher Nolan. Ha preso il classico dei classici e ne ha fatta opera sua, nolaniana, moderna, attuale, umana, diversa dall’originale eppure abbondantemente – pur non completamente – simile all’originale.
Quando si parla di Iliade e Odissea è un po’ come parlare di Bibbia, di Corano. Testi sacri della cultura mondiale. Come travasarli in cinema senza perderne l’essenza? Servono visione, denaro (tanto, 250 million bucks), uno sprezzo del pericolo che avvicina il regista a Odisseo stesso, “l’uomo dal multiforme ingegno” e “che molto sopporta” – direttamente dai versi omerici.
Nolan non si è mai sottratto all’ambizione di fare film che molti avranno senz’altro tentato di dissuaderlo dal girare. Tenet su tutti. Anche Inception, sulla carta, avrà fatto sudare freddo qualche produttore. Lo stesso pluripremiato Oppenheimer si occupa dell’invenzione della bomba atomica, questione spinosa che, nella storia del cinema, non ha attirato folle di registi.
Allora sì, Nolan ce l’ha fatta, di nuovo. Ma questo non vuol dire che Odyssey non sollevi delle perplessità. Perplessità non da classicisti – quanti occhi di filologi saranno rollati al cielo! – ma relative allo sguardo con cui il regista osserva Odisseo e ce lo fa osservare.
L’Odisseo di Nolan è schiacciato dalla colpa verso ciò che ha contribuito a spargere: morte, barbarie, distruzione. Il viaggio che intraprende con i compagni per tornare a Itaca sembra da un lato un’espiazione lunga dieci anni, e dall’altro lo spazio per elaborare l’accettazione della responsabilità per tutti i crimini commessi.
È una figura scura, questo Odisseo. Barba lunga, fronte corrugata, aria cupa, una fotografia – splendida – che lo coglie spesso in ombra. Matt Damon si cala molto bene nella parte, conferendo al suo personaggio ciò che Nolan gli ha richiesto: il tormento.
Eppure così, con un profilo tanto provato e torvo, si perde parte della natura che caratterizzava il personaggio del poema omerico e che lo inseriva nella sfera del brillante: il multiforme ingegno, l’acume, la temerarietà che gli permettono di salvarsi e di salvare i compagni. Spogliandolo da queste sue caratteristiche positive, enfatizzando il trauma che ha fatto subire e che a sua volta ha subito – nonché il post-trauma di cui è affetto e che assume i lineamenti di un chiaro disordine post-traumatico – Nolan si/ci priva del lato raggiante, energico, vitalistico del personaggio.
Eliminare dalla sceneggiatura “Io sono Nessuno”, una delle battute più note del poema – e più attese guardando il film – è una presa di posizione molto netta rispetto a cosa il regista intende farci tenere a mente del suo personaggio. È come se Nolan dicesse: Odisseo era un asso nel districarsi dai guai, uscire da situazioni di estremo pericolo – come togliersi dagli impacci sull’isola dei Ciclopi ingannando Polifemo –, ma questo film non vuole esaltare la furbizia dell’uomo, né l’hybris e un certo senso di onnipotenza che ne conseguono. Questo film riflette sul lato umano, fallace, di Odisseo, e sulle ferite interiori che accumula negli anni.
Viene da chiedersi. Non si sarebbe forse potuto avere entrambi, lo scuro e il chiaro?
Con l’Odissea di Omero abbiamo entrambi: l’Odisseo scaltro e l’Odisseo dolente.
Anche il cavallo di Troia subisce lo stesso trattamento e finisce rivisto da Nolan. Lo stratagemma smette di essere il punto più alto dell’intelligenza del personaggio, e diventa una macchina macabra che sparge la morte in maniera sia introvertita che estrovertita: riuscitissimi e toccanti i fotogrammi che colgono l’interno del cavallo, con la marea che sale sulla spiaggia, l’acqua che penetra nella scultura e fa affogare molti soldati greci. Altrettanto efficaci le scene cruentissime che ritraggono la presa di Troia dopo la fuoriuscita dal cavallo dei greci sopravvissuti a fame, stenti, alta marea. Il simbolo per eccellenza dell’ingegno di Odisseo è un dispositivo per seminare devastazione, sia dentro sia fuori. E qui scatta la riflessione nolaniana sull’etica – o la sua mancanza di – relativamente all’intelligenza. Il prodotto dell’ingegno (il cavallo) non legittima l’uso che di esso viene fatto (l’inganno) e le conseguenze che comporta (la distruzione di una città, di un’intera civiltà). Torna subito alla mente Oppenheimer. Odisseo capisce che aver trovato un modo per vincere Troia non significa aver fatto ciò che era eticamente giusto fare, la stessa conclusione a cui arrivava lo scienziato americano dopo aver inventato la bomba atomica.
Certo, questa versione di Odisseo battuto dal senso di colpa è estremamente moderna, estremamente attuale. Rievocando l’episodio della caduta di Troia al cospetto di Penelope, nel finale, l’eroe greco ammette: «Bruciare le mura di Troia è stato bruciare il mondo intero».
Esame di coscienza e riconoscimento dei propri errori, ma anche monito a noi abitanti del 21esimo secolo: quando bruciano le mura di una qualsiasi città, le città di tutto il mondo bruciano. Kiev, Gaza, Beirut. Odyssey di Nolan non è solo l’adattamento più o meno personale di un poema epico colossale, è anche l’occasione per farci riflettere sul nostro presente. In questo assolve alla missione prima dei classici: attraversare i secoli come sequoie rimanendo sempreverdi.
Su questa linea di reinterpretazione in chiave contemporanea, si colloca anche l’episodio di Circe. La strega ammaliatrice che nel testo omerico sfoderava seduzione e sortilegi subisce, sullo schermo, una totale rivisitazione. Circe viene spogliata delle sue arti seduttive e indossa i panni di una convincente proto-femminista, il cui modus operandi è mosso da questo principio: trasformo gli uomini in porci perché come porci si comportano da sempre, razziando, violando, facendo ciò che vogliono. Quando poi li ritrasforma in umani, accompagna la trasformazione con queste parole: «Return to your disguises/Tornate alle vostre spoglie», dove l’inglese è ben più efficace dell’italiano: disguises significa travestimenti, maschere. Il messaggio-bomba implicito è: la natura suina degli uomini continuerà a celarsi sotto le loro fattezze umane. Un ordigno di ordine, quello impartito da Circe, che esplode in mano allo spettatore di oggi. E l’episodio tutto non è potente solo nel contenuto, ma anche nella forma. Inquietante a dir poco è la metamorfosi degli uomini in maiali: le protesi utilizzate e la manipolazione fisica dei volti in musi e dei musi in volti segna l’ingresso nel film del body-horror, uno dei tanti generi che coesistono all’interno di Odyssey: dramma epico e famigliare, thriller politico, road movie con il mare al posto della strada, Bildungsroman e action movie con derive cappa e spada.
A proposito di cappa e spada… Se un punto debole – borderline risibile – nel film c’è, è il combattimento tra Odisseo e i Proci nella reggia di Itaca. Una ventina di minuti che sembrano ore infilati nel finale per agganciare il pubblico block-buster e che pesano davvero troppo sul pubblico non-blockbuster. L’inverosimiglianza alimenta – oltre allo scetticismo – il sarcasmo: un Odisseo logoro e invecchiato che sgomina da solo una schiera di Proci aitanti e pasciuti.
Da solo contro tutti? E chi è, Bruce Lee, 007?
Suvvia.
Dopo questa interminabile scena, approdiamo al finale, che si discosta completamente dal finale dell’Odissea omerica. Sconfitti i Proci, Itaca consegnata a Telemaco, Odisseo e Penelope salpano alla volta dell’ovest. Ben più che lieto, il finale romanticheggia visibilmente. Penelope aveva espresso questo desiderio – partire verso ovest – all’inizio del film. Rimani con me, andiamocene via insieme, così gli propone, offrendogli un’alternativa alla guerra.
Odisseo sceglie la guerra.
Dopo tutta la sofferenza provocata e subita, dopo gli anni perduti, i compagni morti, questo finale attesta la lungimiranza di Penelope – non sarebbe stato meglio seguire la sua idea sin dall’inizio? – e ci mostra un Odisseo che, per quanto solo alla fine, dà ascolto alla moglie.
In Nolan, dunque, Penelope non è solo pazienza. È anche perspicacia, visione, tratti che le appartengono e che le vanno riconosciuti.
Le perplessità comprendono anche certi tagli e certe compressioni a cui Nolan ha sottoposto il testo originale. Il film non contempla i Feaci, Alcinoo e Nausicaa, ai quali Odisseo raccontava, in un lungo flashback, tutte le peripezie vissute prima dell’approdo a Scheria – il flashback, insieme all’avanti-e-indietro temporale, sono tecniche stilistiche molto amate da Nolan, che qui impiega abbondantemente. La Calipso nolaniana fonde in sé Alcinoo, Nausicaa e l’episodio dei Lotofagi – i Lotofagi avevano offerto ai compagni di Odisseo il loto, il fiore capace di innescare l’oblio e far dimenticare la propria vita precedente e il desiderio di tornare in patria. Nel film, è Calipso a cibare Odisseo con il fior di loto e ad ascoltare il resoconto dei suoi anni per mare.
Alle Sirene, così come a Scilla e Cariddi, sono dedicati pochi istanti. Peccato, soprattutto per l’episodio delle Sirene, che avrebbe meritato più spazio, a ogni modo comprendiamo che tagli e compressioni sono dettati dalla necessità di spingere una trama molto corposa dentro una durata cinematografica umana.
Permangono invece i dubbi riguardanti il cast. Robert Pattinson è un Antinoo convincentemente viscido che è un vil piacere guardar ronzare attorno a Penelope. Di contro Tom Holland è un Telemaco a cui sembra mancare l’ardore giovanile – e l’attore ha trent’anni… Troppo inesperto, troppo connotato, troppo privo di carisma. Anche la sua dolce metà Zendaya, che recita per una manciata di scene molto brevi, non è adatta nelle vesti della Dea Atena, forse anche per via del broncio adolescenziale che si porta sempre piantato in faccia e che, con la serie Euphoria, l’ha resa immortale agli occhi di schiere di teenager. Charlize Theron nei panni di Calipso e Anne Hathaway in quelli di Penelope fanno il loro dovere, soprattutto la prima, mentre la seconda si fa perdonare la recitazione insopportabilmente iper-calcata nel film più inverecondo dell’anno – Il Diavolo veste Prada 2. Ma la migliore interpretazione femminile è senz’altro quella di Samantha Morton, una Circe virile, senza fronzoli, tagliente, ironica, selvaggia, che speriamo le valga dei riconoscimenti – di certo si è conquistata il nostro plauso.
Di Odyssey, ne parlano tutti. Chi lo ama, chi lo detesta, chi risparmia questo e affossa quello. Così s’era fatto, all’epoca, con Via col vento, Ben Hur, Lawrence d’Arabia, Il Dottor Zivago.
Va bene così. Un grande classico che riesce a catalizzare l’attenzione collettiva, a favorire il dibattito e a salvare dalle secche dei social, è una buonissima notizia.
| Titolo originale: The Odyssey Regia: Christopher Nolan Cast: Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Zendaya, Lupita Nyong’o, Charlize Theron Genere: epico, fantastico, avventura, azione Anno: 2026 Paese: Stati Uniti, Regno Unito Durata: 172 minuti |
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