Idee

Dhamek Stupa
Foto di Preeti Prajapati, Wikimedia Commons

Sarnath entra nella lista del Patrimonio mondiale UNESCO

Tempo di lettura: 7 minuti

Immaginiamo la scena. Dopo aver raggiunto l’illuminazione sotto l’albero della Bodhi, il Buddha, per compassione, sente il desiderio di condividere la sua eccezionale scoperta. Si ricorda allora di quei cinque asceti che gli erano stati per tanto tempo compagni di pratica e penitenza e va a cercarli a Sarnath, nei pressi di Varanasi. Ma questi lo accolgono freddamente. Kaundinya, Aśvajit, Vaspa, Mahanaman, Bhadrika avevano lasciato il Buddha quando aveva scelto la “Via di mezzo” invece delle mortificazioni estreme. A mano a mano che egli si avvicina, gli asceti, abbagliati dalla sua radiosa presenza e riconoscendo la sua trasformazione, gli vanno incontro pieni di ammirazione. Egli annuncia di essere diventato il Tathagata e di essere venuto a insegnare la Verità. Nella prima parte della notte il Buddha mantiene il silenzio, nella seconda chiarisce il perché della sua rinuncia all’ascesi, nella terza espone loro le Quattro Nobili Verità in quello che è definito il discorso della “Messa in moto della ruota del Dharma”. Un evento che non solo ha segnato la nascita del Sangha, cioè la comunità monastica, ma che è anche considerato un momento decisivo nella diffusione del Buddhismo.

Ecco. Il luogo dove Buddha ha pronunciato il suo primo sermone, il sito buddhista di Sarnath nello Stato indiano dell’Uttar Pradesh, è stato inserito nella Lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO. La decisione è arrivata durante la 48ª sessione del Comitato del Patrimonio mondiale, riunita nella Repubblica di Corea. Salgono così a 45 i siti indiani iscritti nella lista UNESCO. A oltre 2.500 anni dalla sua origine come luogo di insegnamento e di pellegrinaggio, Sarnath ottiene così un riconoscimento internazionale che ne valorizza il patrimonio spirituale, archeologico e architettonico. 

Stupa, templi, monasteri formano uno straordinario paesaggio religioso realizzato grazie a comunità monastiche, re e benefattori. Nel corso dei secoli, Sarnath ha rappresentato uno dei principali centri di pratica religiosa, di studio e pellegrinaggio del mondo buddhista. Molti sono i nomi con i quali l’area è conosciuta nel buddhismo, tra i quali Isipatana e Rishipatana. L’appellativo Sarnath viene ricondotto a Saranganatha, espressione che vuol dire “Signore dei cervi” ed è legata a una leggenda secondo la quale un re locale creò nel parco un santuario proprio per i cervi.


Il luogo dove Buddha ha pronunciato il suo primo sermone, il sito buddhista di Sarnath nello Stato indiano dell’Uttar Pradesh, è stato inserito nella Lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO.

Nel punto in cui il Buddha ha dato voce al Dharma per la prima volta sorge il Dhamek Stupa. Il monumento risale all’epoca dell’impero Maurya. Fu il sovrano Ashoka a farlo costruire nel 249 a.C. assieme a diversi monumenti buddhisti, nei luoghi collegati alla vita e all’insegnamento del Buddha. Nel corso dei secoli lo stupa è stato oggetto di molteplici interventi e ampliamenti, fino ad assumere l’imponente aspetto che conserva ancora oggi.

L’attuale Dhamek Stupa risale quindi, nella sua forma fondamentale, a un periodo attorno al V secolo d.C. Il monumento votivo che si può ora ammirare ha una forma cilindrica ed è alto 43,6 metri, con un diametro di 28 metri. Mattoni e pietra ne costituiscono principalmente la struttura ed è la costruzione di maggiori dimensioni conservata nell’area archeologica di Sarnath.

Il rivestimento in pietra del piano interrato è cesellato e presenta delicate sculture floreali di provenienza d’epoca Gupta. La parete è ricoperta da figure scolpite di esseri umani e uccelli accompagnate da iscrizioni realizzate in caratteri Brahmi. Questi elementi trasformano il monumento non soltanto in un luogo di devozione, ma anche in una preziosa testimonianza della storia dell’arte e della cultura dell’India antica.

Nonostante le numerose modifiche, la parte superiore della struttura non è mai stata completata. Ma è proprio il contrasto tra la monumentalità e l’incompiutezza che contribuisce a rendere il Dhamek Stupa unico e particolarmente riconoscibile all’interno del sito archeologico.

La sua presenza a Sarnath fa da trait d’union tra epoche diverse: dalle opere volute dal grande re Ashoka alla stagione artistica dei Gupta, dalle testimonianze dei pellegrini cinesi alla conservazione archeologica moderna. 

Il Dhamek Stupa non è quindi soltanto una grande costruzione religiosa. È la testimonianza di una tradizione che, attraverso secoli di trasformazioni architettoniche e culturali, ha mantenuto Sarnath al centro della memoria buddhista. Il legame con il primo sermone del Buddha, la sua forma a tronco di cono imponente, le decorazioni scolpite fanno di questo monumento uno dei simboli più significativi del patrimonio storico e spirituale dell’India.

Sarnath: un luogo di pellegrinaggio

Ma Sarnath non è soltanto un sito archeologico. Da millenni il monumento costituisce uno dei luoghi di pellegrinaggio più importanti del Buddhismo, e nel corso del tempo l’area è stata ampliata per ospitare templi dedicati a ogni tradizione buddhista.

Accanto all’archeologia, l’arte. Il Museo archeologico di Sarnath, fondato nel 1910, conserva numerosi reperti provenienti dagli scavi, comprese sculture appartenenti a differenti periodi della storia dell’India. Ed è in questo museo che è conservata la famosa statua del Buddha di Sarnath.

Si tratta di un rilievo in arenaria, realizzato intorno al 475 d.C., alto circa 160 cm, e rinvenuto proprio a Sarnath. L’artista che lo realizzò non è noto.

L’opera raffigura il Buddha Shakyamuni nel momento della sua prima predicazione. Siddhartha è rappresentato seduto nella posizione del loto, con le mani nella dharmachakramudra, il gesto simbolico associato alla “Messa in moto della ruota della Legge”.

Alla base della figura principale compaiono i primi discepoli ai quali il Buddha ha trasmesso il suo insegnamento. Due gruppi di monaci inginocchiati sono disposti ai lati di una ruota, simbolo della tradizione buddhista; e due cervi fanno diretto riferimento al luogo della predicazione.

La figura è costruita secondo un’organizzazione geometrica equilibrata, con una struttura sostanzialmente triangolare: la testa costituisce il punto superiore della composizione, mentre le gambe ne definiscono l’ampia base. Le proporzioni della figura rispondono inoltre a un sistema canonico basato su cinque thalam, l’unità di misura iconometrica tradizionale usata per definire le proporzioni anatomiche corrette del Buddha.

Il volto e la testa mostrano in maniera evidente i caratteri della produzione scultorea Gupta. I capelli sono resi come una superficie ricoperta da piccoli riccioli spiraliformi, mentre sulla sommità del capo è presente l’ushnisha, segno distintivo della figura del Buddha. Gli occhi, appena socchiusi e dalla forma assimilabile a quella di un loto, suggeriscono lo stato meditativo. Il volto, dalla forma ovale e dai lineamenti armoniosi, è completato da labbra sorridenti e piene “come il mango”. Anche i lobi delle orecchie, particolarmente allungati, appartengono al repertorio dei tratti distintivi del Buddha.

Il corpo combina idealmente vigore fisico e perfezione estetica attraverso i numerosi lakshana, cioè i segni iconografici che identificano la natura straordinaria del Buddha.

Particolarmente raffinata è l’aureola che circonda la figura. Si tratta di un ampio disco decorato con motivi vegetali e delimitato da elementi ornamentali simili a perle. Ai suoi lati sono raffigurate figure divine alate, identificabili come Apsara, che contribuiscono a sottolineare la dimensione soprannaturale del personaggio.

Anche il trattamento dell’abito è tipico della scuola Gupta. Il tessuto aderisce al corpo in maniera estremamente sottile, quasi come una stoffa bagnata, lasciando emergere con chiarezza le forme anatomiche. La sensazione di nudità doveva tuttavia essere meno evidente nell’aspetto originario dell’opera, poiché sono state individuate tracce di policromia.

La lastra posta dietro il Buddha allude infine al trono sul quale egli è raffigurato. La decorazione comprende animali fantastici come gli shardula, o leogrifi, raffigurati in movimento, e i makara, creature associate all’ambiente acquatico. Entrambi appartengono al repertorio simbolico di buon auspicio dell’arte indiana.


l gesto del Buddha assume così un valore che supera la dimensione storica e diventa manifestazione di una realtà spirituale assoluta.

Iconografia e arte buddhista

Dal punto di vista iconografico, il rilievo testimonia il progressivo passaggio dalla rappresentazione narrativa degli episodi della vita del Buddha a una loro interpretazione più simbolica e trascendente.

Nelle raffigurazioni più antiche della prima predicazione, l’episodio veniva presentato come una scena concreta: il Buddha e i suoi discepoli erano rappresentati secondo rapporti dimensionali relativamente simili. Nell’opera di Sarnath, invece, la figura del Buddha domina completamente la composizione. La sua scala, molto maggiore rispetto a quella dei monaci, rende il gesto della dharmachakramudra il vero centro visivo e concettuale dell’immagine, mentre i dettagli che ricordano l’episodio storico vengono concentrati nella parte inferiore.

Il significato principale non risiede quindi tanto nella rievocazione di un momento preciso della vita di Shakyamuni, quanto nella rappresentazione di un principio universale: la trasmissione della Legge buddhista. Il gesto del Buddha assume così un valore che supera la dimensione storica e diventa manifestazione di una realtà spirituale assoluta.

Questa trasformazione dell’immagine è collegata anche all’evoluzione del pensiero buddhista, soprattutto nell’ambito della tradizione Mahayana, che è maggiormente orientata verso una concezione universale e trascendente del Buddha rispetto alle interpretazioni più strettamente storiche e canoniche proprie delle correnti più antiche.

Il Buddha di Sarnath è considerato una delle espressioni più alte della scultura dell’età Gupta, periodo generalmente identificato come una fase classica dell’arte indiana. Le opere di quest’epoca si distinguono per la capacità di combinare spiritualità, codificazione simbolica e ricerca della perfezione formale.

L’età Gupta prende il nome dalla dinastia che governò vaste aree dell’India settentrionale e centro-settentrionale a partire dal IV secolo fino al VI secolo. In questo contesto politico e culturale si svilupparono importanti centri artistici e religiosi, tra cui Sarnath, che divenne uno dei principali luoghi di produzione della cultura buddhista.

La scuola scultorea di Sarnath elaborò uno stile facilmente riconoscibile, caratterizzato da figure eleganti e slanciate, dalla grande attenzione riservata ai dettagli ornamentali e da volti improntati a una profonda serenità. Aureole, abiti e fisionomie vengono trattati con particolare raffinatezza, contribuendo a creare immagini nelle quali la dimensione spirituale e quella estetica risultano strettamente unite.

L’influenza di questo modello oltrepassò i confini dell’India. Le prime rappresentazioni del Buddha realizzate in aree come il Siam e la Cambogia mostrarono infatti una forte dipendenza dai modelli sviluppati a Sarnath. Anche la produzione buddhista di Giava recepì e reinterpretò questi caratteri: le numerose immagini del Buddha presenti a Borobudur costituiscono uno degli esempi più significativi della successiva diffusione e trasformazione di questo linguaggio artistico.

Il riconoscimento UNESCO inserisce quindi in una cornice internazionale un luogo nel quale archeologia, arte, storia e spiritualità si intrecciano da millenni. La tutela di Sarnath assume così un significato che va oltre i confini dell’India: il sito rappresenta una parte del patrimonio culturale condiviso dall’umanità e un luogo ancora oggi centrale per milioni di fedeli.

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