Il Buddha ha definito vecchiaia, malattia e morte «i messaggeri celesti», perché questi eventi possono aumentare la nostra consapevolezza dell’impermanenza.
Per più di venticinque secoli i maestri buddhisti hanno contemplato le domande: che cos’è la morte? Che cos’è la sofferenza? Che cos’è la paura? Qual è la natura stessa dell’esistenza?
Grazie alla pratica meditativa buddhista è possibile affrontare queste domande e queste paure e generare un senso di interconnessione e di mutuo sostegno.
Tutti noi soffriamo, attraversiamo cambiamenti e moriamo. Questi cambiamenti ci turbano e ci confondono. Il viaggio dalla nascita alla morte non è qualcosa che possiamo cambiare, ma il modo in cui ci rapportiamo a esso rientra nelle nostre capacità umane: questo è il regno della pratica buddhista. È possibile accogliere la sofferenza con compassione grazie alla meditazione, che offre un modo per coltivare la stabilità, il coraggio e l’accettazione per andare incontro a ciò che accade.
Possiamo lavorare spiritualmente con il sostegno dei Brahmavihara, i quattro incommensurabili: benevolenza, compassione, gioia simpatetica ed equanimità. La benevolenza ci permette di avvicinarci gli uni agli altri, e dunque di riconoscere la sofferenza altrui. Possiamo incontrare la sofferenza reciproca con compassione. La gioia simpatetica ci ricorda che le cose belle si mescolano a tutta la sofferenza. L’equanimità è la capacità di accogliere tutto, di commuoversi, di gioire, di rattristarsi.
Elizabeth Kubler-Ross, nel suo lavoro pionieristico sulla morte e il morire, ha descritto la risposta umana alla perdita e alla morte, delineando cinque stati emotivi che le persone possono sperimentare. Questi stati, non lineari né progressivi, sono: negazione (“oh no!”); rabbia (“perché deve succedere proprio a me?”); contrattazione (“se mi comporto in un certo modo, posso ottenere l’effetto che desidero?”); tristezza o depressione (“nonostante tutti i miei sforzi, le cose vanno semplicemente come devono andare. Perché amare qualcuno se poi morirà?”); accettazione.
La nostra pratica consiste nel rimanere immobili, nel lasciare che l’amore si imprima
nel nostro cuore.
La morte è un processo che solitamente comporta momenti di grande difficoltà. Non è diverso dal resto della nostra vita. Man mano che attraversiamo questi momenti, si può aprire però un nuovo modo di vivere. Ma la negazione, o il tentativo di non lasciarsi coinvolgere, ostacola questo processo. Non vogliamo ciò che è doloroso. Non vogliamo ciò che ci causa sofferenza. Tuttavia la compassione, la pazienza e l’essere riflessivi riguardo alla condizione umana, possono aiutare a sbloccare qualcosa, e a tollerare la nostra stessa avversione. Quando lasciamo spazio all’immensità, al mistero della nostra vita, tutti gli artifici svaniscono. È come un potente non-sapere. La nostra pratica consiste nel rimanere immobili, nel lasciare che l’amore si imprima nel nostro cuore.
La più grande paura degli esseri umani è sicuramente la paura della morte. Ma, osservandola più da vicino, si scopre che non si tratta di una paura “unica”. Sotto questa etichetta si nascondono molte paure: la paura del nulla, la paura del dolore, la paura della separazione, la paura di perdere ciò che amiamo, la paura dell’ignoto.
Affrontare queste paure tutte insieme è paralizzante. Distinguerle, invece, le rende più gestibili. È un lavoro di consapevolezza: vedere chiaramente ogni singolo timore, e affrontarne uno alla volta.
La paura di diventare nulla è molto potente. Siamo convinti che la nostra esistenza — la nostra intera esistenza — sia limitata a un particolare periodo: lo spazio tra nascita e morte. Operiamo cioè una sovrapposizione tra “esistenza” e “durata della vita”. Siamo convinti che la vita cominci quando usciamo dal grembo materno. Ma possiamo spostare indietro il suo inizio fino al momento del concepimento, come sanno le madri che hanno già una relazione con il feto ben prima del parto.
Questo non significa però che prima del concepimento non ci fosse nulla: c’erano già uno spermatozoo e un ovulo che, a loro volta, non nascono dal nulla ma da un uomo e una donna. E anche questi non vengono dal nulla. Quindi: quanto possiamo andare indietro? Dove mettiamo lo stop? Dov’è l’inizio?
La paura del nulla
Uno dei koan più famosi della tradizione zen chiede: qual è il tuo vero volto prima della nascita dei tuoi genitori? Questa domanda mette in crisi la mente logico-discorsiva e apre a uno sguardo diverso e più ampio su vita e morte.
Allo stesso tempo il koan introduce anche il tema della Natura di Buddha. Nella prospettiva del Buddhismo Mahayana, la nostra vera natura è già illuminata. Siamo già Buddha. Non pratichiamo per diventarlo, ma per manifestare ciò che siamo già. Il koan, pertanto, ci invita a riconoscere che il nostro vero volto è quello di Buddha. Ognuno di noi è una manifestazione unica e irripetibile della stessa natura illuminata.
In natura qualcosa non può diventare nulla. Tutto si trasforma. Se brucio un libro, non diventa nulla: diventa cenere. Se l’acqua evapora, diventa vapore. Come il bruco che diventa farfalla, anche la nostra esistenza non si interrompe, semplicemente cambia forma. Perché allora pensiamo che diventeremo nulla? Anche dal punto di vista scientifico nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. E il Buddha ha insegnato che non c’è nascita e non c’è morte. C’è soltanto una trasformazione continua: oggi non siamo più quelli di quando siamo venuti al mondo, il cambiamento è stato costante, e continuerà a essere costante anche quando il cuore cesserà di battere. Comprendere questo, libera dalla paura.
E poi, il mio corpo è davvero “mio”? L’idea di “io, me, mio” che abbiamo è molto limitata. Secondo l’insegnamento buddhista, l’io è un’illusione. Esistono gli aggregati: il corpo, le sensazioni, le predisposizioni, le formazioni mentali, la coscienza. Ma non esiste un io separato da questi elementi. Quando questi si disgregano, si trasformano in qualcos’altro, non diventano “nulla”. Dunque, se non c’è un io, chi muore?
Il problema è che ci identifichiamo solo con il corpo. Quando il corpo si disgrega, pensiamo che tutto finisca. Ma è davvero così?
Dunque, andando indietro, non troviamo un vero inizio. E andando avanti, troviamo forse una fine assoluta? Quando il corpo si disgrega, pensiamo che tutto finisca. Ma è davvero così?
Nagarjuna, maestro buddhista del II secolo E.C., ha elaborato la dottrina delle due Verità: la Verità relativa e la Verità assoluta. Dal punto di vista relativo, esistono nascita e morte, sofferenza e separazione. A un livello più profondo, cioè dal punto di vista assoluto, non ci sono né nascita né morte, ma solo trasformazione continua.
Vivere pienamente la realtà relativa, prendendosi cura della sofferenza, ma allo stesso tempo riconoscere la dimensione assoluta nella quale nulla nasce e nulla muore.
Entrambi i punti di vista sono veri, e la pratica consiste nel tenere insieme queste due dimensioni: vivere pienamente la realtà relativa, prendendosi cura della sofferenza, ma allo stesso tempo riconoscere la dimensione assoluta nella quale nulla nasce e nulla muore. Attraverso la meditazione possiamo entrare in contatto con la dimensione più profonda, la dimensione Ultima. Il che non elimina la realtà della nascita e della morte, ma ne trasforma la comprensione.
Per lavorare ulteriormente con la paura di diventare nulla, la tradizione buddhista propone un cambio radicale di prospettiva. Immaginiamo di essere un’onda: è naturale temere la propria fine. Ma se guardiamo più in profondità, ci accorgiamo che l’onda è sempre stata acqua, e l’acqua non scompare. Dal punto di vista dell’“oceano”, non esistono nascita e morte come le immaginiamo. Cambia la forma, non la sostanza.
Occorre poi fare attenzione alla trappola della “buona morte”. Un aspetto spesso trascurato riguarda le aspettative sulla morte stessa. L’idea di dover morire in modo sereno, consapevole, “illuminato”, seduti in meditazione o disciolti nell’arcobaleno, può diventare un’ulteriore fonte di pressione. Se ci pensiamo, grandi figure spirituali non sono morte in modo idealizzato. Il Buddha morì a causa di una malattia intestinale. Gesù Cristo morì tra sofferenza e disperazione. Le loro storie invitano a una riflessione: forse non esiste una “morte giusta”. Si muore come si muore, quando si muore, nelle condizioni date. L’unico atteggiamento possibile, di fronte alla morte, è l’umiltà.
Chögyam Trungpa, grande maestro tibetano, diceva: “Il Libro tibetano dei morti è per i vivi”. È da vivi che dobbiamo fare i conti con la morte. Se lo facciamo sul letto di morte, è troppo tardi.
Le cinque rimembranze
Ma non riusciamo a guardare in faccia la morte perché ne abbiamo paura. Eppure, quando diciamo “paura della morte”, spesso stiamo proiettando paure passate su qualcosa che non conosciamo. In termini psicologici possiamo avere paura soltanto di qualcosa che abbiamo incontrato in passato e che ci ha fatto male. Noi non sappiamo cos’è la morte, non ne abbiamo fatto esperienza diretta, quindi non possiamo davvero averne paura. Quello di cui abbiamo veramente paura è il non conosciuto, amplificato da memorie passate.
Per questo è fondamentale tornare al momento presente grazie alla pratica meditativa della presenza mentale. Di più. La tradizione buddhista propone le “Cinque rimembranze”, uno strumento potente per ricordarci di stare nel qui e ora, e per ricordarci della nostra condizione umana:
La mia natura è quella di invecchiare, non posso evitare la vecchiaia.
La mia natura è quella di ammalarmi, non posso evitare la malattia.
La mia natura è quella di morire, non posso evitare la morte.
Tutto ciò che amo è impermanente, non posso evitare la separazione.
Eredito i risultati delle mie azioni: corpo, parola e mente sono la mia continuazione.
Contemplare la morte aiuta a vivere meglio,
a non sprecare il nostro tempo.
Queste contemplazioni non sono concetti da capire, ma verità da vivere.
Prendiamo ad esempio la vecchiaia: la conosciamo tutti, ma non la accettiamo davvero. Eppure invecchiare è un privilegio. Non tutti arrivano alla tarda età.
Oppure la malattia: spesso pensiamo che riguardi solo gli altri, ma non è così. In realtà siamo “momentaneamente abili”, prima o poi perderemo molte delle nostre capacità, e la pratica è imparare a restituire ciò che abbiamo ricevuto in dono dalla vita. Dunque, non “perdere”, ma “restituire”: i capelli, la vista, i denti, la forza. Questo cambia completamente la prospettiva.
Arriviamo alla morte: è semplice ma difficile da accettare. Dobbiamo ricordarlo senza esserne paralizzati. Se resta nell’ombra, la paura della morte ci guida inconsciamente. Contemplare la morte aiuta a vivere meglio, a non sprecare il nostro tempo.
Poi la separazione: tutto ciò che amiamo prima o poi dovremo lasciarlo andare. Non possiamo portare nulla con noi. Non possiamo fare come i faraoni che cercavano di portarsi nell’Aldilà ogni bene.
Infine, la quinta rimembranza: ciò che continua sono solo le nostre azioni. Ogni azione ha un effetto: ciò che facciamo con corpo, parola e mente pianta semi che daranno dei frutti.
Questa è la nostra vera eredità, la nostra continuazione.
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