Idee

By Unknown artist - Tokyo National Museum, Emuseum, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8005338

Sejiki: il rapporto con l’oscurità

Tempo di lettura: 6 minuti

La cerimonia di Sejiki (防餓鬼), nota come «cerimonia per nutrire gli spiriti affamati», è parte integrante della tradizione Soto Zen e prende origine da antiche scritture buddhiste come l’Ullambana Sutra. Secondo la tradizione, gli spiriti affamati, o Preta in sanscrito, sono intrappolati negli inferi in un ciclo incessante di desiderio vorace. Hanno la pancia grande come una botte – simbolo di una fame implacabile – e il collo sottile – simbolo dell’impossibilità di nutrirsi. Nella cosmologia buddhista, il regno degli spiriti affamati è uno dei sei regni dell’esistenza, ciascuno dei quali rappresenta una manifestazione diretta del karma e delle azioni degli esseri viventi. La cerimonia mira quindi a onorare e dare conforto a questi spiriti tormentati.

Al Centro Zen L’Arco per Sejiki la sala di meditazione viene trasformata con l’intento di rendere il regno dei vivi più accessibile e meno intimidatorio per coloro che si trovano nel regno degli spiriti affamati. Il grande altare del Buddha viene spento. Sul retro della sala viene allestito un altro altare, con accanto un tavolo pieno di cibo e tè: un banchetto per gli spiriti. E intorno all’altare vengono appesi striscioni colorati per rendere invitante lo spazio e per dissipare la paura.

Dopo che i partecipanti sono entrati nella sala, la cerimonia inizia con una processione guidata dall’officiante, o doshi, che cammina con un bastone sulla cui punta ci sono anelli metallici che suonano quando viene battuto sul pavimento. Finita la processione, il sangha comincia a suonare cembali, tamburi, corni, conchiglie. Il frastuono ha lo scopo di richiamare tutti gli spiriti del mondo, esseri che altrimenti potrebbero avere paura di avvicinarsi. L’atmosfera è rumorosa e inquietante, ma calma e presente. Il richiamo viene ripetuto tre volte, per assicurarsi che tutti gli spiriti si accostino e siano pronti a ricevere le offerte.


Nella cosmologia buddhista, il regno degli spiriti affamati è uno dei sei regni dell’esistenza, ciascuno dei quali rappresenta una manifestazione diretta del karma e delle azioni degli esseri viventi.

Il doshi cammina lentamente verso l’altare invitando gli spiriti ad avvicinarsi e a cibarsi. Dopo di che il sangha recita il Kan Ro Mon, la Porta della dolce ambrosia. La dolce ambrosia è il nettare della non-morte, o amrta in sanscrito. La porta simboleggia l’effettiva apertura della possibilità di nutrimento, anche per quella parte dell’essere che solitamente non ha la capacità di nutrirsi.

Mentre il doshi offre cibo e acqua recitando mantra e invocando potenti simboli, si respira un profondo sentimento di speranza e conforto.

La cerimonia funge da ponte tra i regni, sottolineando l’importanza della compassione, della consapevolezza e dell’interconnessione nel mezzo delle complessità della vita.


La porta simboleggia l’effettiva apertura
della possibilità di nutrimento, anche per
quella parte dell’essere che solitamente
non ha la capacità di nutrirsi.

Il mese dei fantasmi

La cerimonia di Sejiki in Asia è tradizionalmente celebrata durante il settimo o l’ottavo mese lunare, periodo che viene comunemente chiamato il mese dei fantasmi. Nell’ottica dell’adattamento alla cultura Occidentale, il Centro Zen L’Arco celebra Sejiki intorno alla ricorrenza dei defunti, il 2 novembre, periodo durante il quale si entra in relazione con l’invisibile, con l’oscurità.

Tendiamo ad accogliere il passaggio dall’estate all’inverno con rammarico, rimpiangendo il caldo sole estivo. Ma questo ponte tra l’estate e l’inverno è un momento speciale. In questo periodo dell’anno la luce si affievolisce gradualmente e ci avviciniamo al periodo del freddo, dell’oscurità. Ed è proprio in questo periodo che, secondo la tradizione, il velo tra i vivi e i morti diventa più sottile, più permeabile.

Al di là degli aspetti tradizionali, Sejiki ha a che vedere fondamentalmente con il rapporto con l’oscurità. Se significa offrire carità, jiki significa cibo. È una cerimonia in cui si offre nutrimento. Ma non a entità vagamente immaginate. Sejiki è un modo per prenderci cura di parti più oscure di noi stessi, parti che spesso non vogliamo accettare o conoscere, e verso le quali c’è una grande separazione. Queste parti sono abbandonate, odiate, dimenticate e lasciate fuori dalle nostre menti. Un’occasione rara per affrontare e aprire i nostri cuori alle cose che non vogliamo vedere. Gli spiriti affamati sono un semplice simbolo di tutte le sofferenze che abbiamo conosciuto.

Il Sejiki: non solo un rituale

La cerimonia di Sejiki non è solo un rituale, ma anche una profonda esplorazione delle complessità dell’esistenza, della sofferenza e del desiderio. È un invito all’introspezione, che esorta i praticanti a essere presenti, compassionevoli e in sintonia con il mosaico interconnesso della vita.

Uno spazio per avere un rapporto più profondo con gli aspetti negativi della nostra vita. È un richiamo che espande il nostro risveglio all’oscurità.

Siamo convinti che dentro di noi, e che tra noi e le altre persone, ci sia una separazione. Questa cerimonia ci insegna come convivere con la dualità: con ciò che giudichiamo buono e ciò che giudichiamo cattivo, con la malattia e la salute, con la ricchezza e la povertà, tutte cose che sembrano duali ma che in realtà sono in una relazione di interdipendenza.

Ma c’è di più. Fare i conti con l’oscurità vuol dire anche fare i conti con la morte. La cerimonia è infatti sia un’offerta agli spiriti affamati sia una commemorazione per le persone defunte che sono state importanti per noi. Senza che ci sia alcuna confusione nel sottintendere che i defunti siano spiriti affamati.

I nomi delle persone che si desiderano ricordare vengono letti nella dedica finale. E in quel momento, mentre risuonano i nomi familiari delle persone a noi care, i nostri genitori, i nostri zii, i nostri nonni, i nostri amici, tutto prende improvvisamente vita: è un modo per prendersi cura della parte di noi che è morta insieme ai nostri cari, è un modo per risolvere i conflitti non sciolti quando le persone care erano in vita.

La cerimonia costituisce anche un mezzo per accettare la nostra mortalità. La paura della morte rappresenta per gli esseri umani la più grande delle paure. Dunque la morte è qualcosa che non volgiamo vedere, un rimosso sia individuale sia collettivo.

Ma il Buddha ha insegnato che la contemplazione della morte è la più nobile e la più grande di tutte le contemplazioni. È come per l’impronta di un elefante, che è così grande che le impronte di tutti gli altri animali vi possono essere contenute. Tutte le altre contemplazioni sono un sottoinsieme della contemplazione della morte.

Sulla base delle cinque fasi di reazione al lutto elaborate da Elizabeth Kubler-Ross (negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione), il San Francisco Zen Center – Tempio dove sono stato formato – ha sviluppato un insegnamento nel quale la tranquillità interiore aiuta ad accettare piuttosto che negare, la pratica della pazienza aiuta a calmare la rabbia e la negazione, lo sviluppare una panoramica più ampia, grazie alla meditazione, aiuta ad allontanare la depressione e il dolore, la pratica del non attaccamento aiuta nel processo di profonda accettazione e metabolizzazione del lutto.

La compassione, la pazienza e l’essere sensibili alla condizione umana ci possono aiutare a sbloccare qualcosa, ci possono aiutare a tollerare la nostra avversione verso la sofferenza. Questo può condurre a una profonda accettazione di ciò che accade. Quando ci apriamo all’immensità e al mistero della vita, ciò che ci angustia si dissolve, ed entriamo nella potente dimensione del non-conosciuto.


La compassione, la pazienza e l’essere sensibili alla condizione umana ci possono aiutare a sbloccare qualcosa, ci possono aiutare a tollerare la nostra avversione verso la sofferenza.

Attraversare i regni dei vivi e dei defunti

Un giorno un allievo ha chiesto a Katagiri Roshi, maestro Zen giapponese, terzo abate del San Francisco Zen Center: «Qual è la differenza tra vita e morte?» E lui ha risposto: «Nessuna! Sono la stessa cosa. Sono le due facce della stessa medaglia. Siamo noi che le separiamo. Ma vita e morte sono due aspetti della stessa realtà».

Grazie alla cerimonia Sejiki è possibile attraversare i regni dei vivi e dei defunti, trovando conforto, guarigione e una comprensione più profonda della nostra esperienza umana condivisa.

Le offerte sull’altare rappresentano il dono della non-paura, ma soprattutto il dono del Dharma, un cibo che non finisce mai. L’intera cerimonia, dai suoni inquietanti ai canti sinceri, è incentrata sul tema della compassione. I canti e i rituali sono offerti nel contesto del voto del Bodhisattva, che la cerimonia cerca di incarnare.

Il processo del rito – creare uno spazio protetto, invitare l’ombra in uno spazio cerimoniale in cui possa essere accolta in sicurezza e con gentilezza attraverso il voto Bodhisattvico – è una manifestazione della nostra compassione più profonda. Nella pratica dobbiamo essere in grado di entrare nell’oscurità per il bene degli esseri sofferenti, siano essi gli altri o noi stessi.

Poiché il collo degli spiriti affamati è stretto come uno spillo, niente entra e niente esce, ma il bisogno di amore, rappresentato dall’enorme pancia, è grande. La cerimonia ci fa vedere che i preta siamo noi. Abbiamo un gran bisogno di affetto, cura, attenzione, ma il collo angusto blocca ogni comunicazione, sia verso l’interno, sia verso l’esterno. Il donare cibo è un’azione verso l’esterno, qualcosa passa dall’interno all’esterno, ed ecco che il collo si allarga: la pratica bodhisattvica della compassione e del dono apre la porta del cuore.

In quell’oscurità in cui il velo tra la vita e la morte è così sottile, Sejiki è un modo speciale per rivolgere la nostra attenzione verso l’esterno e ritrovare anche noi stessi.


È un modo per prendersi cura della parte di noi
che è morta insieme ai nostri cari, è un modo
per risolvere i conflitti non sciolti quando
le persone care erano in vita.

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