Qualche tempo fa, nel carcere di Rebibbia, ho tenuto un discorso sull’arrivo della primavera e sulla tradizione giapponese di contemplare la fioritura come pratica di consapevolezza. Contemplare i fiori, infatti, significa riconoscere il movimento cosmico, l’impermanenza, l’interconnessione di tutte le cose, e cogliere la bellezza del momento presente.
Eppure, al termine del mio discorso, le domande hanno preso tutt’altra direzione. Le persone detenute si sono messe a parlare della maleducazione contemporanea e della perdita dei valori.
Accade spesso anche nel mio Tempio Zen: propongo un campo di indagine interiore, un tema di pratica, e subito emerge negli allievi la tendenza a guardare altrove. Viene indicato un compito preciso, ma invece di affrontarlo si cercano alternative, deviazioni, possibilità teoriche. Ciò che è stato indicato, semplicemente, non viene fatto. Un meccanismo molto diffuso: una forma di dirottamento che consente di evitare ciò che realmente dovrebbe essere affrontato.
Con l’arrivo della primavera e il cambiamento della luce, mi torna alla mente il mito di Proserpina (Persefone). Figlia di Demetra, dea delle messi, Proserpina ama i fiori, la luce, la natura. Ma Ade, il dio degli inferi, se ne innamora e la rapisce con il consenso di Zeus. Ade esce dalla terra con un carro tirato da cavalli neri, sequestra Proserpina e la porta negli inferi, sottoterra, al buio. Allora Demetra patteggia con Zeus e ottiene un accordo: Proserpina passerà sei mesi con il marito negli inferi, e sei mesi con la madre sulla terra. È così che nasce l’alternanza delle stagioni. Il ritorno di Proserpina segna infatti la primavera: il rifiorire della vita dopo il riposo invernale.
Ma esiste una versione del mito più antica, pre-ellenica, in cui Proserpina sceglie volontariamente di scendere negli inferi. Non un rapimento, ma una decisione. E secondo tale versione Demetra consiglia alla figlia: «Tu che ami tanto le piante, potrai curarle dalle radici e dai semi durante il tempo in cui sarai negli inferi».
Un’immagine estremamente potente: scendere sotto terra per prendersi cura della natura dalle radici. Questa “discesa volontaria” richiama profondamente la pratica buddhista. Il Buddha invitava infatti i monaci a meditare nei luoghi che suscitano paura: cimiteri, foreste, precipizi. Luoghi abitati simbolicamente da demoni e fantasmi. Il senso è chiaro: andare nelle parti oscure della propria psiche. Peccato che noi spesso non lo vogliamo fare.
Con fatica esploriamo gli angoli bui della
nostra mente. Ma la pratica consiste proprio nell’andare lì dove non vogliamo guardare.
Una famosa storia della tradizione ebraica lo illustra perfettamente: un uomo una notte perde l’orologio d’oro e si mette a cercarlo sotto un lampione. Arriva un poliziotto che, con l’intento di aiutarlo, gli domanda: «Hai perso l’orologio qui sotto il lampione?». E il primo risponde: «No, l’ho perso laggiù, ma qui c’è più luce!». Noi tutti siamo come il protagonista di questa storia. Con fatica esploriamo gli angoli bui della nostra mente. Ma la pratica consiste proprio nell’andare lì dove non vogliamo guardare. Quando si devia dal compito, quando si cerca altro, si sta “guardando sotto il lampione”.
La discesa: incontrare i demoni
Nella tradizione tibetana, questa intuizione è incarnata nella figura di Machig Labdrön, considerata un’incarnazione di Tara.
Padampa, maestro di Machig, così si rivolse a lei: «Accetta ciò che ti ripugna, aiuta quelli che ti sembrano impossibili da aiutare, abbandona tutte le cose per cui provi desiderio, vai in luoghi che suscitano paura come i cimiteri, sii sempre attenta e consapevole, trova il Buddha dentro di te».
Machig andò a meditare accanto a un lago abitato da un terribile e temutissimo Naga, una sorta di drago. Ma non avendo paura di quell’essere demoniaco, Machig rimase a lungo in profonda meditazione. A quel punto, il demone inferocito e nello stesso tempo intimidito dalla presenza della yogini, chiamò un’altra schiera di demoni e di spiriti che assalirono Machig, cercando di terrorizzarla. Ma la yogini non si lasciò intimorire da quegli esseri mostruosi, anzi, offrì loro in dono il suo corpo. E i demoni non riuscirono a farle alcun male perché non trovarono alcuna forma di Io sul quale infierire.
Questo insegnamento ruota attorno alla pratica del Chöd, letteralmente “recisione”. Una pratica profondamente legata alla “danza dei demoni”, che consiste nell’andare nei luoghi che spaventano, nell’evocare i propri demoni, nell’offrire loro il proprio corpo, e infine nel danzarci insieme.
Secondo il Chöd, la liberazione dalle catene dell’esistenza e della sofferenza può avvenire solo attraverso l’annientamento del proprio orgoglio. È l’attaccamento all’io, e tutto ciò che da esso scaturisce – orgoglio, vanità, arroganza, presunzione – che rappresenta il demone principale da recidere; è l’attaccamento all’io la causa fondamentale dell’ignoranza e il vero ostacolo al superamento definitivo del dolore.
Machig distingue quattro tipi di demoni:
I demoni tangibili, letteralmente “demoni che possiedono ostruzione” e appartengono alla realtà visibile. Sono tutti quei fenomeni che, attraverso l’esperienza sensoriale, fanno sorgere nelle persone sete, brama, e aumentano la sensazione di concretezza e materialità dei fenomeni.
I demoni intangibili, letteralmente “demoni che non possiedono ostruzione”, e sono costituiti da eventi mentali. Sorgono quando nella mente si vengono a separare le categorie di bene e male e si distingue tra ciò che si desidera e ciò che si rifiuta. E questa discriminazione è la causa della continua alternanza tra illusione e delusione che genera l’instabilità emotiva e l’ignoranza della realtà ultima.
I demoni del compiacimento, che sono tutti quei fattori che inducono a provare compiacimento per i propri risultati relativi sia alle conoscenze filosofiche sia ai poteri acquisiti con la pratica.
I demoni dell’attaccamento all’Io, i “demoni supremi” o sottili, che rappresentano l’attaccamento al sé e all’ego.
La discesa agli inferi di Proserpina può essere letta come un’immagine dell’immersione nell’alaya-vijnana, la coscienza deposito dove risiedono i semi delle nostre emozioni: attaccamento, paura, rabbia.
Restare nell’esperienza così com’è – nella sua “nudità” – richiede coraggio. Significa essere senza maschere, senza inganni, anche verso sé stessi.
Il coraggio della pratica
Ma come si fa, concretamente, a esplorare profondamente le nostre emozioni?
Quando emergono il dolore, la sofferenza, il disagio esistenziale, invece di fuggire – come facciamo abitualmente – possiamo decidere di restare. Restare aperti, presenti, senza costruire barriere. Quelle barriere sono l’ego: separano noi dagli altri, noi dall’esperienza. Sono le mura della nostra prigione che noi stessi costruiamo, per paura di “sentire”.
Il termine duḥkha viene spesso tradotto come “sofferenza”, ma può essere inteso anche come “inquietudine”, “agitazione” o “assenza di riposo”. Una condizione di fondo sempre presente. Ma che facciamo di tutto per non incontrare: lavoriamo, ci distraiamo, ci teniamo occupati.
Perfino la pratica spirituale può diventare una distrazione, se usata per evitare il contatto con questa inquietudine. Anche lo zazen può essere una fuga, un modo per “fare qualcosa” invece che incontrare realmente ciò che c’è. Eppure la via del risveglio passa inevitabilmente attraverso l’incontro con duḥkha, non attraverso il suo evitamento. Restare nell’esperienza così com’è – nella sua “nudità” – richiede coraggio. Significa essere senza maschere, senza inganni, anche verso sé stessi.
Con il tempo, questa consapevolezza
incrina le mura della prigione.
Però noi facciamo di tutto pur di non stare in contatto con la nostra esperienza nuda e cruda. E questo è un vero peccato, perché se invece ci apriamo e ci consentiamo di rimanere aperti alla realtà, all’esperienza presente così com’è, incontriamo bodhicitta, la mente del risveglio.
La coscienza dei sensi ha infatti la capacità di incontrare la realtà così come è, e la “realtà così come è” è Tathāgata, è Buddha.
Per stare con questa inquietudine serve anche tanta pazienza. Pazientemente dobbiamo imparare a riconoscere i muri della nostra cella, a sviluppare familiarità con le strategie dell’ego. È richiesta una buona dose di pazienza per riconoscere i nostri schemi abituali, i nostri “mi piace/non mi piace”, le nostre difese. Con il tempo, questa consapevolezza incrina le mura della prigione.
Ma il prerequisito è uno: riconoscere di essere prigionieri. Solo da questa consapevolezza può nascere una reale trasformazione.
La pratica consiste nell’interrompere i pattern abituali, quelle traiettorie automatiche che seguiamo sempre. Le forme dello Zen, proprio perché non abituali, servono a questo: a spezzare l’automatismo. Ma è un lavoro continuo, da ripetere ancora e ancora.
Inoltre, solo entrando in contatto con i nostri lati oscuri diventa possibile contattare i lati oscuri degli altri esseri senzienti. La compassione autentica, non superficiale, nasce infatti dal riconoscimento di una semplice verità: condividiamo tutti la stessa umanità, gli stessi meccanismi, le stesse sofferenze. Ogni demone incontrato veramente diventa pertanto una porta verso la compassione.
L’invito, allora, è molto concreto: osservare quando si sta evitando ciò che andrebbe fatto. Quando, invece di seguire l’insegnamento, si comincia a progettare qualcos’altro, è il momento in cui si inizia a cercare sotto il lampione. E la pratica, invece, chiede esattamente il contrario: andare dove è buio. Volontariamente, come ha fatto Proserpina.
- Sarnath entra nella lista del Patrimonio mondiale UNESCO
- La realtà del momento presente è Buddha
- Il carattere buddhista del cinema di Yasujirō Ozu: tra spiritualità e quotidianità
- Mare dentro: meditare in un carcere minorile
- Né morte né paura: un approccio buddhista alla sofferenza e alla morte
- La primavera, i demoni interiori e il coraggio della pratica
- Il futuro del buddhismo in Europa
- La marcia per la pace: meditazione in azione, responsabilità e interconnessione
- Così ho visto: Dharma e cinema
- Uscire dal pozzo
- Sejiki: il rapporto con l’oscurità
- Menmitsu: lo Zen del prendersi cura





