Storicamente l’arrivo ufficiale dei monaci buddhisti in Occidente viene fatto risalire alla Conferenza Mondiale delle Religioni di Chicago del 1893. Ma già questa datazione è problematica e, in un certo senso, colonialista: ignora infatti la presenza buddhista precedente, rappresentata dai lavoratori cinesi che, decenni prima, avevano costruito le ferrovie americane.
Nel dibattito contemporaneo persiste invece l’idea che il buddhismo sia arrivato in America negli anni Cinquanta, con la Beat Generation. In realtà, questa visione è storicamente inaccurata e riflette una prospettiva occidentale ed etnocentrica, è una narrazione che dice più sull’Occidente che sulla storia del buddhismo stesso. Che il buddhismo “inizi” con la Beat Generation non indica tanto un’origine reale, quanto il momento in cui molti occidentali hanno cominciato a occuparsi di Dharma.
È tuttavia vero che negli anni Cinquanta, grazie alla Beat Generation e alla controcultura, è nato negli Stati Uniti un interesse più ampio e consapevole verso le tradizioni orientali. In questo contesto è arrivato a San Francisco il maestro zen giapponese Shunryu Suzuki Roshi per prendersi cura della comunità nipponica. Con il tempo cominciarono a unirsi a lui molti beat e hippy che finalmente avevano trovato il maestro zen che tanto avevano sognato.
Suzuki Roshi rimase profondamente colpito da quella che definì la «mente di principiante» degli americani: laici che desideravano praticare con la stessa dedizione dei monaci. E questo portò a una vera innovazione: l’apertura ai laici a partecipare ai ritiri intensivi di tre mesi (ango) tradizionalmente riservati ai monaci. Ancora oggi, circa il 90% dei partecipanti agli ango al San Francisco Zen Center è laico.
Tra il Giappone e San Francisco
Negli anni Novanta già dirigevo un centro Zen a Roma, e volendo intraprendere un percorso monastico mi sono domandato se andare verso Oriente o verso Occidente. In fondo, dall’Italia, Giappone e San Francisco sono equidistanti. Volendo parlare agli occidentali ho scelto di andare negli Stati Uniti, perché lì il buddhismo aveva avuto oltre cento anni per adattare linguaggi e forme alla cultura occidentale.
Un altro motivo che mi ha spinto verso l’Occidente riguardava il mio bisogno di lavorare sulle emozioni. Lo Zen giapponese che avevo conosciuto fino ad allora era fortemente orientato allo sforzo, alla disciplina e alla non-paura, ma dedicava meno attenzione all’elaborazione delle emozioni. Negli Stati Uniti, invece, grazie all’incontro fecondo con la psicologia occidentale, era stato sviluppato un metodo di lavoro più esplicito e consapevole sulle emozioni afflittive, cioè uno strumento meditativo per incontrarle e rielaborarle.
Come insegna il Buddha, le cose cambiano. E anche il buddhismo in Occidente sta continuando a cambiare.
Negli Stati Uniti, nei centri buddhisti le persone stanno facendo i conti attraverso il Dharma con le loro ferite culturali, che sono fondamentalmente legate al razzismo, al maschilismo e all’omofobia. Vengono tenuti seminari su unpacking whiteness, destrutturare l’essere bianchi; su unpacking patriarchy, destrutturare l’atteggiamento patriarcale; sui diritti LGBTQ+. Corsi che stanno sta funzionando perché il Dharma sta dando ai praticanti uno strumento di indagine e di presa di coscienza.
Il buddhismo ha sempre assorbito la cultura locale ed è entrato in dialogo con essa. Ma non ha assorbito solo la luce di quella cultura: ha assorbito anche, in termini junghiani, la sua ombra.
Buddhismo in Europa
Ma cosa sta avvenendo in Europa? Purtroppo anche in Europa sono presenti razzismo, antisemitismo, patriarcato, omofobia e dobbiamo certamente fare i conti con tutto ciò. Eppure ci sono delle differenze rispetto agli USA. Dunque con cosa deve fare i conti oggi il sangha europeo? Qual è “l’ombra” della cultura Europea?
Facciamo un passo indietro. In ogni paese in cui è arrivato, il buddhismo ha sempre assorbito la cultura locale ed è entrato in dialogo con essa. Ma non ha assorbito solo la luce di quella cultura: ha assorbito anche, in termini junghiani, la sua ombra.
Quando il buddhismo è arrivato in Giappone ha dialogato profondamente con la cultura giapponese, assorbendo caratteri giapponesi come la sobrietà e la linearità, ma ne ha assorbito anche l’ombra: il militarismo. Pensiamo in particolare al carattere samurai di certe forme di Zen.
Quando il Dharma è arrivato negli Stati Uniti ne ha assorbito la creatività e lo spirito di frontiera, ma ne ha assorbito anche l’ombra: il capitalismo. Negli Stati Uniti i corsi di buddhismo costano cifre altissime. Il Dharma oggi è un business.
E l’ombra dell’Europa qual è? Oltre al capitalismo, l’ombra dell’Europa è il colonialismo. Da secoli prendiamo da altri paesi ciò di cui abbiamo bisogno. In realtà, i paesi che un tempo chiamavamo Terzo mondo sarebbero ricchissimi; oggi sono poveri perché imponiamo monoculture – caffè, banane, zucchero… – e acquistiamo i prodotti al prezzo che stabiliamo noi. Senza alcun rispetto per la cultura e per l’ambiente.
Purtroppo stiamo facendo esattamente la stessa cosa con il buddhismo. Prendiamo solo gli aspetti dei quali pensiamo di aver bisogno – per esempio la meditazione – senza alcun rispetto e senza alcuna cura per la tradizione di provienienza. Non è un caso che i precetti e le cerimonie siano spesso gli elementi più negletti del Dharma in Europa. Per esempio in Francia alcuni sostengono di praticare “il vero Zen”, come se quello che viene oggi praticato in Giappone non fosse autentico. Peccato che lo Zen se lo sono inventato i giapponesi. Quale atteggiamento colonialistico è al lavoro?
Il problema è proprio che siamo europei. C’è in molti di noi una sorta di hybris, di presunzione etnocentrica: siccome abbiamo inventato la democrazia, il capitalismo, abbiamo avuto Socrate e Platone, Freud e Marx, guardiamo dall’alto in basso tutto ciò che viene dalle ex colonie. Ricordo un mio professore all’università che diceva spesso: «Ma che ne sa il Dalai Lama, ha mai letto Eschilo?».
Il modello culturale Occidentale però sta crollando e abbiamo un estremo bisogno del buddhismo, ma allo stesso tempo molti di noi non si fidano completamente, perché in fondo proviene da paesi che vengono considerati “inferiori”. Il Dharma potrebbe davvero salvarci, ma il buddhismo funziona solo se ci si dà a esso con tutto il cuore. Se ci si dà con mezzo cuore, in maniera diffidente e tiepida, non funziona.
Così come gli americani stanno facendo i conti con il razzismo e l’omofobia, noi europei dobbiamo fare i conti con l’etnocentrismo e il colonialismo: non solo quello economico delle banane, ma con il colonialismo intellettuale e culturale. Solo allora il Dharma può diventare non un oggetto da consumare, ma una via da percorrere.
Buddhismo laico
Fatti i conti con l’ombra, quali possono essere le linee di sviluppo di un Dharma europeo? Sicuramente in tutto l’Occidente sta prendendo sempre più piede una forma laica di buddhismo. Nel buddhismo Mahayana non c’è una differenza ontologica tra monaci e laici.
Nella tradizione Zen l’ordinazione si chiama tokudō, letteralmente “seguire la Via”. C’è chi riceve una ordinazione lasciando la propria casa (shukke) intraprendendo un percorso monastico, e chi rimanendo nella vita laica (zaike). Ciò che conta è il percorso, è l’impegno quotidiano nella Via.
Di più. Negli Stati Uniti e piano piano anche in Europa si sta diffondendo il Lay Entrustment: una cerimonia buddhista Zen formale in cui un maestro autorizza un praticante laico anziano a insegnare il Dharma in modo indipendente. Si tratta di un riconoscimento significativo della maturità spirituale di un laico, dopo anni di pratica, considerati il suo profondo impegno e la sua comprensione del Dharma. Una autorizzazione a guidare gli altri, tenere discorsi e offrire colloqui di pratica.
Prendiamo solo gli aspetti dei quali pensiamo
di aver bisogno – per esempio la meditazione – senza alcun rispetto e senza alcuna cura per la tradizione di provienienza.
Il vero cuore della pratica è portare lo stato mentale della meditazione in ogni azione della vita quotidiana: nel lavoro, nelle relazioni, nel servizio sociale. Il buddhismo non deve necessariamente rimanere solo nei templi. Sempre di più il Dharma in Europa viene portato nelle carceri, negli hospice, negli ospedali, nelle scuole, nelle periferie degradate. Non semplice lavoro sociale, ma pratica del Dharma nei luoghi di sofferenza. Quello che oggi chiamiamo buddhismo impegnato. Una via che affonda le sue radici nel Mahayana, una tradizione impegnata per definizione, perché si fonda sull’interdipendenza e sull’azione compassionevole. Portare il Dharma fuori dalle mura del monastero non è un’opzione: è la sua naturale espressione. Un impegno sociale che non coincide semplicemente con il lavoro sociale, perché quello già esiste, ma che nasce dalla luce del Dharma.
Martin Buber parlava della relazione Io-Tu. È noto che arrivò a questa intuizione dopo aver negato un colloquio a uno studente che poi si suicidò. Quell’evento gli fece comprendere, in modo traumatico, l’importanza assoluta della relazione. Prendersi cura significa proprio questo: essere presenti all’altro. Ed è forse qui che si gioca il futuro dello Dharma in Europa.
E poi la sostenibilità. L’ambiente è diventato uno dei temi fondamentali, con i centri buddhisti europei che investono in progetti ecologici e di sensibilizzazione. Nella tradizione buddhista Mahayana la figura centrale è il bodhisattva, l’essere illuminato che pratica per il bene di tutti gli esseri. Al San Francisco Zen Center è stato coniato il neologismo Ecosattva, ovvero la pratica del bodhisattva rivolta all’ecologia, per prendersi cura di questo pianeta. La pratica meditativa, dunque, deve travalicare il cuscino, deve uscire dalla sala di meditazione anche per prendersi cura della Terra attraverso un’etica globale.
Non ultimo il dialogo con la scienza. Il rapporto in Europa è di riconoscimento reciproco, dove il buddhismo non è visto in contrapposizione alla scienza, ma come una ricca tradizione di conoscenza interiore che può informare e arricchire la comprensione scientifica della mente e della realtà, specialmente nell’ambito della psicologia, delle neuroscienze e dell’etica. Il Dalai Lama sottolinea che scienza e buddhismo condividono l’obiettivo di servire l’umanità, guidando la tecnologia con saggezza e compassione per il benessere globale.
Il buddhismo in Europa nel 2026 non è più visto come una «religione esotica», ma come un partner attivo nella costruzione di una società più consapevole e resiliente.
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