Idee

Foto di un pozzo visto dal basso con alberi che si intravedono in alto.
Nel pozzo foto di Josh Kahen per Unsplash

Uscire dal pozzo

Tempo di lettura: 7 minuti

Un monaco chiese: «Tutto è perfettamente limpido, senza nemmeno il più piccolo granello di polvere: com’è?».

Joshu rispose: «È come cadere in un pozzo».

Il monaco disse: «Dove sta l’errore?».

Joshu rispose: «Tu hai spinto l’uomo dentro».

I detti di Joshu, Caso 181

Insegno meditazione nel carcere di Rebibbia e, una volta, un detenuto che segue i miei corsi mi ha detto: «È come se fossi caduto in un pozzo. Non so nemmeno io come ci sono finito. Una spirale di azioni negative mi ha trascinato in fondo».

Ora, quanti di noi si sentono o si sono sentiti in fondo a un pozzo, pur non essendo in carcere? Quante volte ci siamo sentiti come una ranocchia che, caduta in un pozzo, continua a fare salti verso l’alto ma poi torna in basso lungo le pareti scivolose. Fondamentalmente il pozzo rappresenta le strutture egocentriche che fanno sorgere rabbia, odio, avversione, attaccamento, cioè le abitudini non salutari che ci imprigionano e che quindi ci fanno sentire come se stessimo in fondo a un pozzo dal quale è molto difficile uscire.

Può capitare durante la nostra esistenza di avere un problema e di sentirci risucchiati come in buco nero. Ma chi ci ha spinto in quel buco? «Tu hai spinto l’uomo nel pozzo!», dice il maestro zen Joshu. Siamo noi stessi che ci siamo infilati in quella situazione.

Il monaco della nostra storia si sta interrogando: «Se, come si dice nella tradizione buddhista, sono originariamente illuminato, ho già la Natura di Buddha, che cosa sono questi desideri, questi meccanismi egoici, questi attaccamenti che mi imprigionano? Perché mi sento chiuso in un pozzo?».


Invece di sbocciare come un fiore – si direbbe nel linguaggio poetico dello Zen – ti imprigioni. Sei caduto nel buio dell’intelletto che separa.

Il discepolo di Joshu sembra non aver mai riconosciuto la sua più vera e più profonda natura illuminata, non ha mai provato la gioia di vivere e quindi domanda: «Come si fa a vivere senza problemi? Come faccio ad uscire dal pozzo? Come faccio a non avere più difficoltà?».

Il maestro gli risponde: «Guarda che è il tuo intelletto che ti sta tradendo! Sei tu che stai dando corpo ai tuoi problemi. Invece di sbocciare come un fiore – si direbbe nel linguaggio poetico dello Zen – ti imprigioni. Sei caduto nel buio dell’intelletto che separa».

Un antico proverbio Zen recita: «Il mondo è al contrario». Siccome guardiamo il mondo dal fondo del pozzo, spesso ci sembra che tutto sia al rovescio, sembra che tutto funzioni in maniera sbagliata. In risposta, il maestro Zen chiamato Nido d’Uccello Roshi usava andare a meditare in un nido d’aquila su un ramo di un albero, ed era diventato famoso per questa pratica pericolosa e precaria, che rischiava di farlo precipitare in ogni istante per via del vento e dei momenti di sonnolenza. Il poeta Su Shi, che era anche un governatore della dinastia Song, una volta lo andò a trovare e da sotto l’albero gli chiese: «Ma che cos’è che ti spinge a portare avanti una pratica così pericolosa?». Il maestro lo guardò dall’alto e gli disse: «Ah, questo è pericoloso? E il modo in cui vivi tu, non è forse pericoloso?».

Vivere pericolosamente

Vivere come facciamo normalmente è pericoloso: ignoriamo e neghiamo la morte, l’impermanenza, la sofferenza, cadiamo costantemente nelle nostre routine, nei nostri meccanismi egoici. Altro che meditare su un nido di aquila.

Come ci salviamo? Come usciamo dal pozzo? Si tratta di invertire il meccanismo, di partire dall’essere consapevoli che nel pozzo ci siamo spinti da soli, che siamo noi stessi i nostri carcerieri, che ci siamo imprigionati dentro uno spazio molto piccolo, molto angusto: lo spazio dell’ego.

Dobbiamo comprendere che la via d’uscita dal pozzo è una non via d’uscita. Il nostro meccanismo abituale è quello di negare le difficoltà e i problemi, ma è proprio tale diniego che ci fa cadere nella trappola. Occorre trasformare le circostanze negative e le difficoltà in occasione di pratica. Allora la via d’uscita è una via di incontro, una via attraverso.


La pazienza di incontrare e di dare il benvenuto
ai problemi quando arrivano. La vita è fatta
di difficoltà, sta a noi non negarle.

Da dove cominciamo?

Da dove cominciamo? Dalla pazienza. La pazienza di incontrare e di dare il benvenuto ai problemi quando arrivano. La vita è fatta di difficoltà, sta a noi non negarle. A nessuno di noi piace dover affrontare degli ostacoli o delle sconfitte, eppure possiamo incontrare l’oppressione, la tristezza e i problemi senza lamentarci, con forza, con energia, con dignità, piuttosto che, come facciamo abitualmente, con paura, ansia e meccanismi di evitamento. In questo modo, grazie anche alla pazienza, saremo nobilitati da questo incontro. I problemi non sono un impedimento alla pratica ma sono esattamente ciò con cui praticare. Suzuki Roshi diceva: «I vostri problemi sono il vostro zendo» (lo zendo è la sala di meditazione zen). Per mezzo della meditazione abbiamo un nuovo input che ci dice «Trasforma tutto questo nella Via».

Purtroppo nella cultura contemporanea occidentale l’idea è che la pazienza sia qualcosa di passivo, di negativo, di non glamour. Tuttavia quando arrivano i momenti difficili, quando siamo sopraffatti dalla paura e la nostra capacità di consapevolezza sviluppata in meditazione sembra evaporare, ecco che è fondamentale che intervenga la pazienza.

Ogni emozione si manifesta con un sintomo corporeo. Grazie alla pratica di presenza mentale possiamo riconoscere quali sono i sintomi corporei che insorgono quando ci imbattiamo nelle difficoltà della nostra esistenza. Per esempio possiamo notare come il corpo si irrigidisce quando sentiamo qualcosa che non ci piace o quando ci accade qualcosa che ci disturba; o come il respiro si fa corto quando abbiamo paura. Ecco, con pazienza possiamo incontrare questi sintomi corporei e riconoscere le emozioni che si sono manifestate in noi, possiamo non reagire sull’onda di queste emozioni ma con pazienza incontrarle, «stare con» piuttosto che «scappare». Il nostro, di solito, è un meccanismo di fuga, ma è proprio questa fuga che ci fa chiudere in un bozzolo o cadere nel pozzo.

E questo atteggiamento apre la porta alla depressione e all’indolenza. La parola in-dolenza vuol dire non sentire il dolore, ma per non sentire il dolore rischiamo di non sentire più niente e quindi entrare in uno stato depressivo. Possiamo invece aprirci a quello che sta avvenendo? Aprirci con consapevolezza, con compassione, con pazienza, addirittura con gioia? La pratica è stare nel momento presente, con tutto ciò che lo compone.

Grazie alla meditazione e alla pazienza possiamo accorgerci di quando cerchiamo di scappare via, possiamo invertire il percorso, possiamo cioè volgerci verso le emozioni afflittive e accettare e comprendere che queste emozioni sono naturali; possiamo capire che evitarle non funziona, anzi peggiora le cose. E non funziona dare la colpa agli altri! Perché nessuno è responsabile delle emozioni che viviamo. Le emozioni sono il modo in cui noi reagiamo a una situazione. Ci ricordiamo chi ci ha spinto nel pozzo?

Cercando di non cadere nei meccanismi di rabbia, odio, avversione, possiamo anche perdonarci per provare quelle emozioni? Perché insieme all’ira, insieme al risentimento, scatta anche il giudizio. Non solo proviamo rabbia, ma ci giudichiamo perché non dovremmo provarla. Come se gli esseri umani non dovessero mai provare rabbia.

Con il perdono riusciamo a interrompere il circolo vizioso che ci fa cadere nel pozzo dell’emozione negativa, che ci fa dare la colpa agli altri, e che ci rende giudici di noi stessi. Il perdono porta sollievo e apre la porta alla gratitudine. È infatti grazie al perdono che possiamo vedere che la rabbia non ci appartiene, non è la nostra natura. È semplicemente il modo in cui reagiamo di fronte a determinate situazioni, a causa di vecchie ferite, di vecchi meccanismi. È solo vedendo tali ferite che abbiamo l’opportunità di prenderci cura di esse.

Nell’ambito della psicologia buddhista contemporanea si fa riferimento al simbolo della «prigione sotterranea della vergogna». Quando un evento del momento presente ci ricorda un trauma passato, cadiamo dentro una trappola, in un trabocchetto che ci fa arrivare giù nelle segrete di una profonda prigione dalla quale è difficilissimo uscire. Diventiamo prigionieri di antiche paure, di antiche ferite, di antichi problemi. In tal modo non riconosciamo più il momento presente e non vediamo più nulla, tutto è buio. E questa è la prigione della «vergogna», perché ci vergogniamo di essere prigionieri di tale meccanismo.


Grazie alla meditazione possiamo prendere consapevolezza di come, di fronte agli
eventi negativi, mente/corpo reagiscono
nei vecchi modi consunti.

Tornare alla realtà

La pratica della presenza mentale ci aiuta proprio perché ci fa distinguere quello che sta avvenendo nel momento presente da ciò che ha aperto le ferite nel passato e, piano piano, ci aiuta a “vedere” nuovamente e a tornare alla realtà. Grazie alla meditazione possiamo prendere consapevolezza di come, di fronte agli eventi negativi, mente/corpo reagiscono nei vecchi modi consunti. Infatti reagiamo sempre nello stesso modo, abbiamo l’abitudine alla rabbia, alla paura, alla tristezza, all’ansia e prendiamo sempre quel sentiero, anche se sappiamo che ci porta nella spelonca.

Una famosa storia tibetana, suddivisa in cinque fasi, così narra:

1. Un uomo cammina per strada. C’è una grande buca nel marciapiede, lui ci cade dentro. L’uomo si sente smarrito, impotente. Pensa non sia colpa sua. Gli ci vuole un’eternità per uscire.

2. L’uomo cammina per la stessa strada. Evita di vedere la buca nel marciapiede, e ci casca nuovamente dentro. Non capisce come possa ritrovarsi di nuovo nello stesso posto. Pensa non sia colpa sua. Gli ci vuole molto tempo per uscire.

3. L’uomo ripercorre la stessa strada. È consapevole della grande buca nel marciapiede. Ci cade ugualmente, perché è un’abitudine. Tuttavia, riconosce il luogo dove si trova. Capisce che è colpa sua e con fatica esce dalla buca.

4. Percorre la stessa strada. Vede la buca e ci gira intorno.

5. Cambia strada.

A queste fasi ne potremmo aggiungere un’altra: nella nuova strada c’è una buca!

Di fronte agli eventi negativi imbocchiamo sempre la stessa strada. Abbiamo un’abitudine negativa ben stabilizzata, legata a esperienze del passato non elaborate. È questo il punto. Se non esaminiamo l’emozione negativa del momento presente, questa si incista e va a consolidare le esperienze passate. Se la prima esperienza traumatica fosse stata riconosciuta fin da subito non avrebbe cominciato a scavare il pozzo.

Quello che stiamo vivendo, il momento presente, è in parte frutto del passato. Cause e condizioni del passato condizionano la realtà del momento presente. Allo stesso tempo nel momento presente creiamo le condizioni per il futuro. Vogliamo che il futuro sia diverso? È adesso che dobbiamo operare per cambiarlo. Il futuro comincia adesso!

Quindi adesso, quando sorge l’emozione negativa, invece di evitarla, incontriamola completamente, rielaboriamola. Tutto ciò che è stato non esaminato, non elaborato nel passato, è andato a creare vecchie abitudini. Le abitudini che avremo in futuro dipendono da quello che facciamo ora. È ora che possiamo cominciare a cambiare: addestrando la mente e il cuore a non evitare, ma a incontrare le nostre emozioni, i nostri meccanismi più negativi. Creando nuove abitudini: l’abitudine all’osservazione, alla compassione, alla pazienza, al perdono.

Più prendiamo in mano la nostra vita, e meno il pozzo diventa profondo.


Più prendiamo in mano la nostra vita,
e meno il pozzo diventa profondo.

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