Provare emozioni assieme
Sono molti i film esplicitamente buddhisti: da Piccolo Buddha, Kundun, Sette anni in Tibet, a quelli più contemporanei come Samsara e Walk with me.
Al di là dei temi buddhisti che i film possono affrontare c’è una caratteristica straordinaria del cinema che lo avvicina al Dharma. La possibilità di provare emozioni assieme. In una sala cinematografica le persone si commuovono assieme, si spaventano assieme, ridono assieme. In altre parole il cinema ha il potere di veicolare emozioni collettive. E un regista sapiente ha la possibilità di veicolare emozioni positive, emozioni che fanno guarire, come la benevolenza, la compassione, l’equanimità.
Simulazione incarnata e Kannodoko
Ma c’è di più. Perché i film ci sembrano veri, anche quando sappiamo che sono fatti di immagini proiettate su uno schermo piatto? Perché, anche se restiamo seduti immobili, ci sembra di muoverci dentro quello spazio di figure e ombre? Secondo le neuroscienze gli spettatori vivono le emozioni dei personaggi sullo schermo attraverso la «simulazione incarnata»: attivano cioè i circuiti neurali che userebbero se compissero le stesse azioni degli attori, creando una connessione profonda e quasi fisica con la narrazione, grazie a meccanismi cerebrali legati all’empatia e ai neuroni specchio. Il cinema dunque riesce a coinvolgere emotivamente, facendo provare allo spettatore le sensazioni dei personaggi come se fossero proprie, attraverso il corpo e la percezione, grazie anche a una sapiente regia che facilita questa immersione dirigendo le inquadrature, i movimenti di macchina, i tempi di recitazione, il montaggio ritmato.
Tutto ciò mi richiama alla mente il concetto di Kannodoko (感応道交), un principio buddhista giapponese particolarmente importante nello Zen, che si riferisce alla profonda risonanza reciproca o comunione mistica tra la mente illuminata (mente di Buddha) e gli esseri senzienti. L’appello sincero o la fede di una persona evocano una risposta dall’universo o dal Buddha, creando uno scambio dinamico di energia e comprensione, come la luna che si riflette nell’acqua. Kannodoko significa una connessione interattiva che va oltre le semplici parole, consentendo relazioni profonde e un flusso universale di energia per la crescita e l’armonia.
Siamo tutti immersi in una grande illusione, in un grande sogno. Come in una sala cinematografica.
Come in Matrix
Proprio come in Matrix, secondo la tradizione Cittamatra, scuola della Sola mente, la realtà nella quale viviamo non è altro che una proiezione della nostra mente, individuale e collettiva. Siamo tutti immersi in una grande illusione, in un grande sogno. Come in una sala cinematografica. Ma poiché i semi depositati nella Coscienza deposito (o Alaya Vijnana) di ognuno di noi possono essere diversi, l’interpretazione di uno stesso evento può essere diversa.
Permettetemi un riferimento personale. Sono figlio di un regista cinematografico, Marino Girolami, e fratello di un regista cinematografico, Enzo G. Castellari. Quentin Tarantino considera Enzo il suo maestro – al punto che il film Inglorious bastard è un remake dell’omonimo film di mio fratello – e adora i film di mio padre.
In Grindhouse – A prova di morte Tarantino narra di uno stuntman serial killer che usa la sua auto a prova di morte per uccidere giovani donne. Durante la scena terribile di un inseguimento, al cinema tutto il pubblico era seduto rigido e spaventato, con le mani aggrappate ai braccioli. Anche io ero in sala ma ho avuto una reazione completamente diversa. Ho cominciato a piangere di commozione: la scena era copiata fotogramma per fotogramma da un film di mio padre, e anche la musica era quella del film di mio padre. Un omaggio del grande regista americano al mio papà.
Ecco un esempio di come lo stesso evento può essere vissuto in maniera profondamente diversa sulla base delle nostre predisposizioni karmiche.
Ora, al di là delle mie personali reazioni, sono tanti i lungometraggi con temi buddhisti nascosti o impliciti, che non trattano esplicitamente il buddhismo, ma contengono forti parallelismi filosofici con concetti buddhisti come il karma, l’impermanenza e la natura della realtà. Il più famoso è sicuramente Star wars. Proviamo ad analizzarne alcuni:
Perfect Days (2023) è un film che parla di Zen raccontando la vita semplice e meticolosa di Hirayama, un addetto alla pulizia dei bagni pubblici di Tokyo. Hirayama trova gioia nella routine, nelle piccole cose come la luce del sole tra gli alberiokomorebi, e nella connessione con la natura, dimostrando un’etica di lavoro dignitosa e una pace interiore che contrastano con il consumismo occidentale e ricordano la filosofia giapponese dell’ikigai dell’accettazione del presente.
Il protagonista è soddisfatto della sua vita semplice, ogni giorno svolge il suo lavoro con amore e cura, con dignità, disciplina e diligenza.
La storia è profondamente commovente e si trasforma in una riflessione poetica sulla profonda accettazione del proprio destino e sulla ricerca della bellezza nel mondo che ci circonda.
Il film ci mostra come un atteggiamento buddhista possa trasformare la solitudine in un percorso di vita, conferire dignità anche al lavoro più umile e aiutarci a trovare la felicità nella semplicità.
Il film risplende di un forte spirito dharmico, mantenendo fermo il messaggio che tutto, osservato da una prospettiva infinita,
è privo di individualità, eppure merita ugualmente la nostra attenzione e cura.
Da Everything Everywhere All At Once a Il grande Lebowski
Everything Everywhere All At Once (2022)
Everything Everywhere All At Once (2022) è un film straordinario e profondo che riflette sul Dharma: tutto è vuoto, ma comunque significativo. È una storia ambientata nel multiverso, costruita attorno a un’intuizione essenziale: ognuno di noi è il prodotto delle proprie scelte, tutte quelle decisioni che ci hanno condotto esattamente dove siamo oggi. Eppure, anche un semplice cambiamento avrebbe potuto deviare il nostro percorso verso una vita completamente diversa. Cosa sarebbe successo se avessimo agito in modo differente? Se avessimo detto qualcosa in più o in meno? Se avessimo evitato quel luogo? Ogni scelta contribuisce a plasmare il nostro mondo futuro. In questo costante processo di creazione di nuovo karma, ci lasciamo guidare dal desiderio e dalla paura, e la mente rimane intrappolata nei dubbi su quale strada sia stata o avrebbe potuta essere quella giusta.
Rimuginare sulle scelte fatte è una delle distrazioni più potenti, perché i percorsi alternativi sono così allettanti che per un attimo perdiamo il contatto con la nostra vita reale. Poiché le storie mentali sulle scelte passate creano una proliferazione infinita di versioni di se stessi, tali storie contengono una possibile terribile implicazione: nulla ha più senso, incluse l’identità, le relazioni e tutte le nostre scelte.
La figura antagonista nella pellicola è una versione parallela di Joy, la cui sanità mentale è andata in frantumi nel momento in cui ha acquisito la capacità di conoscere simultaneamente tutti gli universi possibili senza poter contare su saggezza e compassione, finendo così per cadere nella trappola del nichilismo, considerato il nemico vicino della Vacuità.
A dispetto della sua apparente assurdità iniziale, il film si sviluppa seguendo i principi di un classico percorso buddhista: dalla sofferenza si passa alla sua cessazione e si giunge infine a una comprensione liberatoria grazie alla pratica, per poi ritornare al mondo delle relazioni con rinnovata consapevolezza. Allo stesso modo Evelyn, madre di Joy e protagonista della storia, si trasforma in una figura divina, una bodhisattva infinitamente compassionevole. Superando dubbi e incertezze, Evelyn sceglie di guarire i suoi avversari anziché danneggiarli e riesce a salvare sua figlia dall’abisso che la minaccia.
Il film risplende di un forte spirito dharmico, mantenendo fermo il messaggio che tutto, osservato da una prospettiva infinita, è privo di individualità, eppure merita ugualmente la nostra attenzione e cura. Dopo aver raggiunto una piena comprensione del multiverso, la protagonista fa ritorno alla quotidianità, dove agisce con equilibrio e gentilezza, realizzando l’armonia tra l’essenza della vacuità e la forza della compassione.
Cloud Atlas (2012)
Cloud Atlas (2012) è un complesso film di fantascienza, drammatico e storico a un tempo. Trame intrecciate si svolgono in diverse epoche, esplorano temi come la reincarnazione e i destini legati da una connessione spirituale tra le anime, come suggerito dalla citazione «cos’è un oceano se non una moltitudine di gocce».
Sei storie ambientate in epoche diverse (dal 1846 al 2321) raccontano personaggi che si riconoscono in diverse vite, sottolineando l’idea che le anime si incontrano attraverso i secoli.
Anche questo film ci fa riflettere sul fatto che ogni singola azione, anche piccola, ha un impatto duraturo, come simboleggiato dalla frase:
«Qualunque azione compiate non ammonterà mai a qualcosa di più di una singola goccia in un oceano sconfinato!».
La filosofia buddhista è centrale, con riferimenti a concetti come il karma, la sofferenza e la liberazione. Il viaggio spirituale di molti personaggi ne è un esempio, come nel caso di Sonmi~451 che cerca la verità e la liberazione. La ricerca di significato e connessione in un universo vasto è un tema ricorrente, e il film riflette su una visione del mondo che va oltre il materialismo.
Memento (2000)
Il film si snoda alternativamente dal presente al passato e dal passato al presente. È la storia, affascinante e opportunamente disorientante, di un uomo che cerca di rintracciare la persona che crede abbia violentato e ucciso sua moglie, ma purtroppo una lesione lo ha reso incapace di formare nuovi ricordi. In maniera molto buddhista il film ci dice che l’identità si fonda sulla memoria, e che, in una certa misura, l’identità è o può essere basata su una menzogna fondamentale che mantiene viva la ricerca. A un livello ancora più profondo, Memento ci invita a chiederci se la sofferenza del protagonista e la conseguente confusione siano solo una forma esagerata dello stato distratto, confusionario e frammentato nel quale ciascuno di noi vive.
Matrix (1999)
Il film attinge ampiamente dai concetti di Maya (realtà illusoria) e di liberazione dalla percezione illusoria del mondo, propri degli insegnamenti buddhisti.
Nessuno si preoccupi. Lo Zen non sostiene che siamo schiavi di macchine che ci tengono prigionieri in una realtà virtuale e che ci succhiano le energie vitali. Tuttavia, proprio come nel film, lo Zen ci insegna che siamo immersi in un sogno. La vita, così come la concepiamo normalmente, altro non è che illusione, dalla quale, per essere veramente liberi, occorre svegliarsi. Buddha infatti vuol dire Risvegliato, e come Neo in Matrix, ha vagato nel mondo illusorio per destare tutti gli esseri. Fare zazen è la pratica che, come la pillola rossa del film, ci fa prendere coscienza della cosmica illusione che ci circonda, fino a raggiungere la completa liberazione, o satori. A questo punto diverrà possibile relazionarsi liberamente alla illusoria dimensione fenomenica e – perché no, come Neo – fermare i “proiettili” che ogni giorno ci sparano contro.
Il grande Lebowski (1998)
Drugo Lebowski è un originale che vivacchia senza impegnarsi, dormendo, fumando, giocando a bowling coi suoi amici. Sebbene forse involontariamente, l’accettazione rilassata degli alti e bassi della vita da parte del Drugo incarna una certa forma di Zen, una vera e propria rappresentazione della libertà esistenziale: l’accettazione della vita così com’è, con le sue imperfezioni e difficoltà, l’arte del lasciar correre. Nel film, il protagonista rappresenta una sorta di antieroe tranquillo che affronta le vicissitudini senza troppo stress o attaccamento. Un invito a non resistere agli eventi della vita ma ad accettarli con serenità.
Non è un caso che da questo film sia nato un libro: Il drugo e il maestro Zen che riporta una vitale conversazione tra Jeff Bridges, attore protagonista del film, e Bernie Glassman Roshi, famoso maestro Zen americano. Per Glassman alcune battute del Drugo sono effettivamente dei koan viventi con cui ci dobbiamo confrontare nella vita di tutti i giorni: «A volte tu mangi l’orso, a volte l’orso mangia te» o «nuova cacca è venuta a galla».
Memento ci invita a chiederci se la sofferenza
del protagonista e la conseguente confusione
siano solo una forma esagerata dello
stato distratto, confusionario e frammentato
nel quale ciascuno di noi vive.
Truman Show (1998)
Un uomo ha trascorso tutta la sua vita su un elaborato set cinematografico su un’isola. Tutte le persone che lo circondano, compresa la sua famiglia, sono attori. Tutti gli eventi della sua vita sono sceneggiati, persino il tempo atmosferico è controllato e artefatto. E questa sua vita è stata trasmessa 24 ore su 24 dalle reti televisive di tutto il mondo. La caratteristica più saliente, tuttavia, è il fatto che il produttore e ideatore dello show gli ha nascosto questa situazione. Come recita lo slogan del film, lui è in onda, ma non ne è consapevole. Il significato più chiaramente buddhista emerge quando il protagonista comincia a rendersi conto della sua situazione – di vivere cioè in una grande illusione – e inizia a fermarsi, a non collaborare con il karma e a pianificare la sua fuga, o liberazione, rinunciando alla falsa sicurezza e al comfort della vita abituale per l’incertezza e la libertà della vita reale.
Il giorno della marmotta (1993)
E in fine, ampiamente citato come film dai temi buddhisti, Il giorno della marmotta – Ricomincio da capo, (1993). In questo lungometraggio il protagonista è intrappolato in un loop temporale, nel freddo giorno della marmotta, costretto a rivivere ripetutamente lo stesso giorno fino a quando non raggiunge la crescita morale e la consapevolezza di sé. Il film narra con grande ironia i cicli della reincarnazione e il percorso verso l’illuminazione. Descrive efficacemente il completo esaurimento dell’orientamento egocentrico che è necessario affinché possa avvenire un vero cambiamento interiore.
Così ho visto.
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