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Menmitsu: lo Zen del prendersi cura

Tempo di lettura: 7 minuti

Il buddhismo in Occidente è conosciuto soprattutto come una pratica meditativa e monastica. Quindi quella che viene offerta principalmente, o quantomeno quella che viene fruita in Occidente, è la meditazione. Si va in un centro, si fa meditazione, si ascolta il discorso di Dharma e si torna a casa.

In Giappone il buddhismo Zen è qualcosa di più ampio: lo Zen – o meglio il Dharma – è per le persone, per tutte le persone. Oltre ai monasteri di addestramento nei quali i monaci passano anni di formazione intensa, numerosi sono i templi di città o di campagna. E questi templi Zen, accanto alla meditazione e alle cerimonie, offrono cura e assistenza. Al loro interno ci sono studi medici, studi dentistici, asili per i bambini, per offrire quella che è definita la cura contemplativa: per mezzo del Dharma, per mezzo di elementi di psicologia buddhista, si assistono le persone.

Cosa significa Menmitsu

Un termine giapponese che definisce la tradizione Zen, in particolare quella Soto Zen, è Menmitsu, termine che possiamo tradurre in vari modi: prendersi cura, attenzione ai dettagli, continua intimità con la realtà del momento presente, continua intimità con l’esistenza (sia individuale sia collettiva), dolce sottile continua intimità, diligenza completa e amorevole o attenzione completa e diligente con tutto il cuore.

Per Suzuki Roshi, il maestro fondatore del San Francisco Zen Center dove mi sono formato come monaco, Menmitsu voleva dire essere molto attenti, molto amorevoli nel fare le cose. Facendo eco a Dogen Zenji, il fondatore della tradizione Soto Zen giapponese nel 1200, Suzuki insisteva molto sulla pratica di menmitsu che definiva come «il carattere che descrive la tradizione Soto Zen». Dogen sosteneva inoltre che menmitsu è il sapore del Soto Zen, è lo stile del lignaggio.

L’espressione completa in Giapponese è Menmitsu No Kafu (綿密の家風). Menmitsu letteralmente vuol dire cotone. Men vuol dire stretto, denso, intimo, o anche segreto. No vuol dire ciò che viene prima che avvenga la modificazione, quindi indica una connessione ed esprime una relazione genitivale, indica una connessione tra ciò che viene prima e ciò che viene dopo. Ka vuol dire famiglia. Fu vuol dire vento, oppure maniera, o anche via. Pensiamo a quando si sta in montagna e per quanto si sia coperti si ha l’impressione che il vento penetri nei vestiti, tanto da farci sentire completamente nudi. Ecco, questo ideogramma simboleggia il vento che per sua natura conosce la strada per arrivare «dentro», a prescindere da quanti strati, quanti muri, quante corazze si mettano su.

Quindi Menmitsu No Kafu può essere tradotto letteralmente come un cotone le cui maglie sono strette, un cotone intimo, quasi segreto, connesso al modo, o al vento di famiglia, o alla via di famiglia. Proviamo a pensare alla densità di un tessuto di cotone, dove ci sono la trama e l’ordito. I fili del tessuto sono molto stretti, intrecciati insieme, proprio come in una famiglia, dove tanti sono gli elementi connessi, strettamente e intimamente. E in quella intimità, in quella connessione, o interdipendenza, c’è affetto, c’è amore, c’è cura. Quindi l’immagine che questa parola evoca è appunto l’interconnessione –tema centrale della tradizione buddhista – assieme all’intimità che invita alla cura, all’affetto, alla vicinanza di cuore.

Il concetto di famiglia invita non solo alla gentilezza amorevole, ma anche a prendersi sollecita cura. Nel contesto giapponese significa rispettare e onorare gli anziani, ma pure rispettare e onorare gli oggetti di famiglia. Da qui l’idea di prendersi cura affettuosa di tutte le persone e di tutti gli oggetti.

L’impermanenza

Ora, qual è la caratteristica di tutti gli elementi? L’impermanenza – insegnamento centrale del Buddha. L’impermanenza tocca tutto e tutti. Ogni cosa, per quanto piccola, è impermanente. Quindi, non esiste cosa che non sia degna di cura, di un trattamento rispettoso, proprio perché è fragile, è impermanente.

Inoltre più rinforziamo i legami di intimità con il mondo, più riusciamo ad apprezzare la nostra esistenza e così a vivere una vita integrata e intera. Pensiamo a quanto ci sentiamo frammentati: il lavoro, la famiglia, le relazioni, il traffico, l’alimentazione. Quanto è disintegrata e sconnessa la nostra esistenza? Invece, se ci prendiamo cura della nostra vita riusciamo ad avere una relazione di intimità con ogni persona e con ogni oggetto della nostra esistenza, e ciò contribuisce a ricucire come un tessuto di cotone le nostre esistenze.


Quanto è disintegrata e sconnessa la nostra esistenza? Invece, se ci prendiamo cura della nostra vita riusciamo ad avere una relazione di intimità con ogni persona e con ogni oggetto della nostra esistenza

E accanto al prendersi cura c’è ovviamente l’elemento della presenza mentale o Mindfulness. Per prendermi cura di qualcosa o di qualcuno devo infatti esercitare la consapevolezza.

Oggi la Mindfulness va talmente di moda al punto che è arrivata anche in Giappone – il che costituisce un paradosso dal momento che la meditazione buddhista viene praticata in Giappone da un millennio, ma tant’è. Cercando il termine giapponese per tradurre mindfulness è stato individuato proprio menmitsu.

Differenza tra mindfulness e menmitsu

Tuttavia tra mindfulness e menmitsu ci sono delle differenze sostanziali.

La mindfulness come è intesa in Occidente spesso e volentieri punta verso l’interno. Si tratta di essere consapevoli delle proprie formazioni mentali, delle proprie emozioni e delle proprie sensazioni, in altre parole si pone l’enfasi sulla mia sensazione, il mio stato mentale. Quello che importa sono «io», quello che importa è che «io» stia in pace. Questo puntare verso l’interno richiama l’idea occidentale di Cartesio secondo la quale la spiritualità è collegata soltanto all’interiorità. Ma sappiamo bene quanto il buddhismo miri invece a uscire dalla dinamica io-mio.

Infatti menmitsu punta verso l’esterno, verso le relazioni. Menmitsu è la messa in atto dell’immutabile verità dell’interdipendenza, della totale interconnessione di tutte le cose.

Ovviamente la pratica di menmitsu porta a guardarsi dentro, ma è un dentro che fa sempre parte del tutto. Questo corpo-mente fa parte del tutto. Menmitsu non è uno stato interiore, è un prendersi cura. Un prendersi cura del respiro, delle cose, delle persone. Con menmitsu si attua uno spostamento radicale, una rivoluzione copernicana. Come nella rivoluzione copernicana c’è un cambiamento del modello cosmologico, da un sistema geocentrico (la Terra al centro) a uno eliocentrico (il Sole al centro), con menmitsu c’è un passaggio dall’Io al Noi.


Come nella rivoluzione copernicana c’è
un cambiamento del modello cosmologico,
da un sistema geocentrico (la Terra al centro)
a uno eliocentrico (il Sole al centro), con menmitsu
c’è un passaggio dall’Io al Noi.

Ciò va di pari passo con un altro spostamento trasformativo: il passaggio da ciò che posso prendere a ciò che posso dare. Nella pratica Zen si insiste molto sull’importanza della pratica comunitaria. Pensiamo all’etimologia della parola comunità in italiano: viene dal Latino cum munus, «con un dono». Devo quindi entrare in una comunità con un dono, devo entrare non per prendere ma per dare, e il dono è la mia presenza, la mia compassione, la mia benevolenza, ma anche i miei meccanismi molto umani. Porto un contributo. Entro domandando: come posso essere utile? Come posso aiutare? È importante dunque che ci sia una pratica che ponga l’accento sul «da me» e non sul «per me».

Quando le persone si avvicinano all’MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction) scoprono che le tecniche meditative della mindfulness vengono dalla tradizione buddhista, dunque in quanto buddhisti siamo a un crocevia importante. La domanda da porsi è infatti: cosa ha da offrire il buddhismo oltre alla meditazione, alla pratica di presenza mentale? Ovviamente c’è l’intero Ottuplice Sentiero. Oltre alla meditazione ci sono l’etica e la saggezza. Sila, samadhi, prajna, tre elementi che devono funzionare sempre insieme. Ma vorrei in questo articolo porre l’accento su altri aspetti. Quello che ha da offrire il buddhismo secondo me è la cura, è l’accoglienza per tutti e per tutte senza speculazioni economiche, è la comunità, e soprattutto è l’apertura al Sacro.

Ma in che modo si arriva dalla cura al Sacro?

Torniamo al concetto di cura contemplativa. Così come, grazie alla pratica Zen, mi addestro a prendermi cura della tazza di tè che ho di fronte, allo stesso modo posso addestrarmi a prendermi cura di tutti gli esseri, della sofferenza di tutti gli esseri, perché siamo un’unica famiglia, siamo tutti interconnessi.

Secondo la prospettiva Zen la meditazione, che è in sé una cura, deve uscire dal Centro per il bene di tutti gli esseri, proprio come dobbiamo uscire dall’io e andare verso l’altro per prendercene cura. Altrimenti si rischia si essere sempre in preda dell’ego. Certo, quello del mio centro di meditazione può rappresentare un ego più grande, più bello, più luminoso, più spirituale, ma rischia sempre di essere un ego. Invece la pratica ci deve aiutare ad andare fuori e a prenderci cura di tutti.

C’è di più. Il prendersi cura fino in fondo di un oggetto, di una persona, della realtà del momento presente è quello che nella prospettiva Zen permette di riconoscere il Sacro, di riconoscere che ogni oggetto è sacro, che ogni persona è sacra, che ogni manifestazione della realtà del momento presente è sacra. Questo è l’ulteriore elemento che offre la tradizione Zen.

Non si tratta semplicemente di ripetere: «prendo la tazza di tè e sono consapevole che sto prendendo la tazza». Questo rappresenta solo un primo livello di consapevolezza. Nella prospettiva Zen, nel prendermi profondamente cura di quell’oggetto, realizzo che quell’oggetto è sacro. Ogni oggetto, ogni persona, ogni evento, è un portale, un «gate» che mi connette con l’Assoluto. Come faccio a realizzare che ogni oggetto, ogni momento della mia esistenza è sacro se non prendendomene cura? La buona notizia è che la tradizione Zen offre degli strumenti di addestramento, e addestrandoci a prenderci cura possiamo aprirci alla verità che ogni momento è sacro. Ogni istante è sacro.


Ogni oggetto, ogni persona, ogni evento, è un portale, un «gate» che mi connette con l’Assoluto.

Nella tradizione Zen diciamo che non c’è nessun posto sulla terra dove si possa sputare, perché tutta la terra è sacra, perché l’intero universo è sacro. Anche un filo d’erba è un tempio. E manifesto la consapevolezza della sacralità di ogni oggetto attraverso il mio agire amorevole e accurato.

Concludo con una proposta: invece del Mindfulness movement, non sarebbe bello un Menmitsu movement?

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