Su invito del magistrato Antonio Sangermano, Capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità presso il Ministero della Giustizia, sono andato all’Istituto Penale per i Minorenni (IPM) di Casal del Marmo a Roma, per presentare alle ragazze e ai ragazzi detenuti il mio libro Buddha dentro, ma soprattutto per proporre loro un corso di meditazione.
L’IPM Casal del Marmo si sviluppa su una vasta area, disponendo in totale di 12 mila metri quadrati di terreno su cui si trovano le palazzine detentive, più una serie di altri spazi adibiti alle attività culturali, ricreative e sportive oltre agli uffici. Gli spazi verdi sono ben curati e rendono l’atmosfera non opprimente.
I ragazzi mi hanno accolto subito con il sorriso. Volti da bambini, sguardi intensi, a volte persi. Eppure il loro dolore è palpabile.
Come afferma Antonio Sangermano il diritto penale è infatti, e prima di tutto, un confronto con il dolore. Con il dolore di chi subisce un reato, ma anche con quello di chi lo commette. E la Giustizia non può limitarsi alla semplice punizione. La detenzione, soprattutto quando riguarda adolescenti e giovani adulti, non deve trasformarsi in una custodia passiva fondata esclusivamente sulla sicurezza e sul controllo. Il carcere, quando necessario, deve invece incontrare tale dolore ed essere un luogo di passaggio, capace di offrire percorsi di rieducazione, consapevolezza e reinserimento sociale.
La sola repressione non è sufficiente a contrastare la violenza e la devianza. Una gestione puramente securitaria delle carceri rischia di essere destinata al fallimento. Per questo il sistema minorile deve puntare su attività trattamentali: scuola, teatro, scrittura, laboratori artistici, musica, cinema, e, finalmente, meditazione. L’obiettivo è quello di fornire ai ragazzi gli strumenti per incontrare il loro dolore e restituire loro una prospettiva, una speranza. Anche perché un giovane privo di orizzonti sani rischia di inaridirsi o di perpetuare il male. Ogni essere umano, infatti, ha bisogno di un progetto per sentirsi vivo.
La detenzione, soprattutto quando riguarda adolescenti e giovani adulti, non deve trasformarsi in una custodia passiva fondata esclusivamente sulla sicurezza e sul controllo.
Dietro molti comportamenti violenti dei minori si nascondono fragilità profonde: storie di abbandono, disagio familiare, povertà educativa, sofferenza psicologica e marginalità sociale.
La violenza spesso nasce dall’incapacità di riconoscere l’altro come persona. In una società dominata dal culto della forza, del successo e dell’apparenza, la vulnerabilità viene percepita come una debolezza da colpire.
Particolarmente forte è il tema della violenza di genere tra i giovani. Molti ragazzi non possiedono strumenti emotivi per affrontare il rifiuto, la gelosia o la sofferenza affettiva. In una cultura che tende a rimuovere il dolore, i giovani finiscono spesso per trasformare la frustrazione in possesso e violenza. Per questo diventa fondamentale educare al rispetto del consenso, alla vulnerabilità, alle emozioni. I ragazzi devono imparare che accettare il dolore, la fragilità, è parte essenziale della maturazione umana.
Tra le cause del disagio giovanile c’è anche il progressivo indebolimento delle forme educative tradizionali, dalla famiglia alla scuola, alla società contemporanea che, con il suo vuoto di valori, rischia di sostituire il rispetto dell’altro con la logica della forza: forza fisica, economica o estetica.
A questo si aggiunge l’impatto distruttivo dei social network, che spesso alimentano narcisismo, aggressività e isolamento emotivo. Molti ragazzi detenuti dichiarano infatti di non sentirsi visti né ascoltati. Ecco che diventa fondamentale offrire loro ascolto, opportunità di dialogo e valori condivisi.
Un altro tema centrale riguarda la presenza crescente di minori stranieri non accompagnati negli istituti penali minorili. Ragazzi provenienti soprattutto dal Nord Africa, spesso segnati da viaggi traumatici, povertà e disorientamento culturale. Per affrontare questa nuova realtà servono strumenti diversi: mediatori culturali, etnopsicologi, educatori, imam e figure capaci di dialogare con culture e vissuti differenti. L’obiettivo è evitare che l’accoglienza si trasformi in semplice assistenzialismo passivo, costruendo invece percorsi di responsabilizzazione e integrazione.
Meditazione e cambiamento
Ora, in che modo la meditazione può aiutare le ragazze e i ragazzi ristretti?
La pratica della meditazione di consapevolezza può a buon motivo essere considerata una via al cambiamento sociale. Infatti, attraverso la pratica della presenza mentale è possibile trasformare comportamenti, atteggiamenti e la resistenza psicologica al cambiamento. La pratica della consapevolezza permette un maggiore contatto con emozioni e stati d’animo, senza esserne sopraffatti.
Occorre notare che azioni illegali e di crimine sono spesso commesse sulla base di reazioni impulsive. Pertanto, la consapevolezza di essere sempre in grado di operare una scelta, avendo una sempre più chiara coscienza dei vincoli esterni e psicologici che condizionano le situazioni nel presente, permette di scegliere azioni in modo sempre più appropriato e non impulsivo o governato da abitudini inconsapevoli. In altre parole, la pratica della consapevolezza che si propone ai ragazzi ristretti è diretta a sostituire nella vita quotidiana comportamenti reattivi, automatici e potenzialmente distruttivi con scelte consapevoli e appropriate al contesto.
Tanto è vero che il riconoscimento clinico e scientifico degli effetti delle pratiche di consapevolezza, ha recentemente portato allo sviluppo di diversi progetti per il sostegno alla salute fisica e psicologica di persone in carcere basati sulla consapevolezza, anche in funzione di un ri-orientamento psicosociale delle stesse.
Uno dei problemi che incontrano le persone detenute è la “mente che scappa”, il pensiero che va alla vita fuori, ai sensi di colpa, al processo imminente, alla pena da scontare. Ecco che invece la meditazione aiuta a dimorare nel momento presente e a fare pace con esso. Aiuta i ragazzi a vedere che la mente che scappa non fa che peggiorare la loro condizione psicologica, mentre invece la soluzione è incontrare la realtà del qui e ora, ossia incontrare le difficoltà e la detenzione un istante alla volta.
I ragazzi hanno poi un carico di emozioni notevole. Dunque gran parte del lavoro da fare per mezzo della meditazione è l’“alfabetizzazione emotiva”. I giovani detenuti non hanno contatto con le loro emozioni, bisogna quindi aiutarli a riconoscerle, a dare loro un nome. Bisogna aiutarli a gestire emozioni afflittive come rabbia, odio e paura, per evitare che i ragazzi rimangano completamente preda dei loro stati emotivi. Tanto più che durante la detenzione la mente tende ad andare verso le emozioni negative. Successivamente è importante insegnare loro a riconoscere e contattare le emozioni guaritive, come l’amore, la benevolenza, la compassione. Emozioni di cui sono assolutamente capaci se aiutati e guidati.
I ragazzi soffrono per senso di inadeguatezza, per paura di non essere all’altezza, per ansia da prestazione, per paura dell’incontro con l’altro sesso, per disagio con il proprio corpo, per disagio con il gruppo, per angoscia per gli esami o le interrogazioni. Su tutte queste emozioni il “potere dell’essere qui e ora” fornito dalla meditazione di consapevolezza ha uno straordinario effetto modulante e pacificante.
La pratica della consapevolezza che si propone ai ragazzi ristretti è diretta a sostituire nella vita quotidiana comportamenti reattivi, automatici e potenzialmente distruttivi con scelte consapevoli e appropriate al contesto.
Il dolore non si cancella
La riconciliazione tra detenuti e vittime rappresenta uno dei percorsi più difficili ma anche più profondi della giustizia riparativa. Non significa cancellare il dolore né dimenticare il reato commesso, ma creare uno spazio umano in cui il responsabile possa riconoscere sinceramente la sofferenza causata e la vittima possa sentirsi ascoltata e riconosciuta nella propria esperienza. In questo processo, il dialogo e l’ascolto reciproco diventano strumenti fondamentali per ricostruire un senso di umanità spesso spezzato dalla violenza. La meditazione può favorire tale cammino, perché aiuta entrambe le parti a entrare in contatto con le proprie ferite interiori senza esserne travolti, sviluppando consapevolezza, compassione e capacità di comprensione. La riconciliazione non coincide necessariamente con il perdono, ma con la possibilità di trasformare il dolore e interrompere la catena dell’odio, aprendo la strada a una responsabilità più autentica e a una guarigione interiore condivisa.
La meditazione in un carcere minorile può quindi aiutare a costruire una Giustizia capace di tenere insieme sicurezza, responsabilità e umanità. Se da un lato la detenzione si rende necessaria in casi estremi, la vera sfida è impedire che il reato diventi l’unica identità possibile di un ragazzo. Perché nessun essere umano coincide interamente con il proprio errore.
La società, spesso, tende a etichettare le persone detenute come esseri mostruosi. La mia esperienza pluridecennale nell’insegnamento della meditazione in carcere mi ha invece mostrato una realtà diversa: coloro che vengono percepiti come “mostri” sono, prima di tutto, persone. Alcuni hanno compiuto azioni molto gravi, ma questo non li trasforma automaticamente in creature prive di umanità. Si tratta piuttosto di individui che hanno sbagliato.
Il lavoro che proponiamo attraverso la meditazione mira ad accompagnare i detenuti verso una conoscenza più profonda di sé. Li invitiamo a confrontarsi con le proprie azioni, ad assumersene la responsabilità e ad affrontare le ferite interiori che spesso ne sono all’origine. Attraverso questo percorso può avvenire una trasformazione autentica, che permette di distinguere tra l’aver commesso un reato e l’essere definiti interamente da esso.
Ridurre una persona al male compiuto significa ignorare la complessità della natura umana e negare la possibilità di un cambiamento reale. Anche chi si è macchiato di crimini molto gravi continua a essere un essere umano. Tanto più che, nella prospettiva del Buddhismo Mahayana, ogni individuo possiede la Natura di Buddha.
I ragazzi hanno un mare dentro. Un mare di emozioni, di vissuti, di fantasie e di spiritualità.
La riconciliazione non coincide necessariamente con il perdono, ma con la possibilità di trasformare il dolore e interrompere la catena dell’odio, aprendo la strada a una responsabilità più autentica e a una guarigione interiore condivisa.
- Sarnath entra nella lista del Patrimonio mondiale UNESCO
- La realtà del momento presente è Buddha
- Il carattere buddhista del cinema di Yasujirō Ozu: tra spiritualità e quotidianità
- Mare dentro: meditare in un carcere minorile
- Né morte né paura: un approccio buddhista alla sofferenza e alla morte
- La primavera, i demoni interiori e il coraggio della pratica
- Il futuro del buddhismo in Europa
- La marcia per la pace: meditazione in azione, responsabilità e interconnessione
- Così ho visto: Dharma e cinema
- Uscire dal pozzo
- Sejiki: il rapporto con l’oscurità
- Menmitsu: lo Zen del prendersi cura





