Che cosa significa riconoscere il momento presente così com’è, senza volerlo correggere, interpretare o fuggire? La tradizione Zen risponde con un’affermazione tanto semplice quanto radicale: la realtà del momento presente è Buddha. Non un’idea astratta, né un premio da conquistare al termine di un cammino spirituale, ma la natura stessa dell’esperienza, colta nella sua irripetibile immediatezza.
Pochi episodi illustrano questa intuizione meglio di un celebre racconto riguardante Kōdō Sawaki Roshi, uno dei più influenti maestri Zen giapponesi del Novecento. Sawaki conduceva una vita incessante: attraversava il Giappone per guidare sesshin, teneva corsi universitari, offriva insegnamenti ovunque gli fosse richiesto. A un certo punto della sua esistenza iniziò anche a insegnare meditazione nelle carceri.
Durante il suo primo ingresso in un penitenziario osservò a lungo i detenuti e, con sorpresa generale, affermò: «Voi siete più fortunati di me». L’affermazione apparve paradossale. Di fronte a loro vi era un maestro celebre, rispettato in tutto il Paese, docente universitario e guida spirituale di migliaia di praticanti. Come poteva sostenere che alcuni carcerati fossero più fortunati di lui?
La spiegazione fu disarmante nella sua semplicità: «Voi avete tempo per fare zazen», disse. «Io, invece, devo continuamente insegnare, viaggiare, tenere conferenze. Vorrei meditare molto di più, ma i miei impegni me lo impediscono. Da questo punto di vista siete davvero più fortunati di me».
È un racconto che continua a suscitare reazioni profonde ogni volta che lo ripropongo negli incontri di meditazione all’interno degli istituti di pena. Durante una presentazione nel carcere di San Vittore, a Milano, bastò narrarlo per vedere cambiare l’espressione dei presenti. Uno dei detenuti commentò: «È vero. Posso fare meditazione. Come mai non ci avevo mai pensato?».
Il tempo della detenzione cessava di essere soltanto attesa, frustrazione o immobilità e diventava possibilità di pratica.
In quell’istante si compiva un autentico ribaltamento dello sguardo. Il tempo della detenzione cessava di essere soltanto attesa, frustrazione o immobilità e diventava possibilità di pratica.
Un’esperienza analoga si è ripetuta nel carcere di San Quentin, negli Stati Uniti, dove molti detenuti praticavano già la meditazione. Ascoltando l’aneddoto di Sawaki, sorrisero: «Che coraggio ha avuto a dire una cosa simile a delle persone detenute» mi dissero. «Però è vero: che altro possiamo fare, se non meditare?».
Diversa fu invece la reazione incontrata a Rebibbia. Un detenuto, che comprendeva poco l’italiano, interpretò il mio racconto come un’affermazione secondo cui il carcere fosse una condizione fortunata e reagì con irritazione: «Tu che ne sai di cosa significa stare in carcere?».
L’obiezione era del tutto legittima. Nessuno può pretendere di conoscere dall’esterno un’esperienza tanto dura. Ma il cuore dell’insegnamento non riguardava la condizione carceraria; riguardava la possibilità di riconoscere, attraverso la pratica meditativa, che la realtà del momento presente è Buddha. Ed è proprio questo il punto che abitualmente ci sfugge.
La reazione spontanea della mente è infatti molto simile a quella del detenuto offeso: «No, non può essere. La mia vita è troppo dolorosa, troppo complicata, troppo ingiusta perché questa realtà possa essere Buddha». È un atteggiamento universale, che riguarda ben più delle mura di un carcere.
Il primo koan del Libro della Serenità
Questa stessa prospettiva costituisce il nucleo del primo koan del Libro della Serenità, uno dei testi fondamentali della tradizione Zen.
Un giorno l’Onorato dal Mondo salì sul seggio dell’insegnamento. Manjusri colpì il maglio e disse: «Osservate chiaramente il Dharma del Re del Dharma. Il Dharma del Re del Dharma è questo». L’Onorato dal Mondo si alzò e scese dal seggio dell’insegnamento.
Si tratta di uno dei racconti più celebri dello Zen e riveste un ruolo centrale anche nella cerimonia di insediamento di un nuovo abate, o Shinsanshiki, la “cerimonia del seggio della montagna”. In quell’occasione il nuovo abate sale simbolicamente sulla montagna dell’insegnamento mentre un maestro anziano, che impersona Manjusri, pronuncia le stesse parole del koan, annunciando l’imminente esposizione del Dharma.
Eppure, nel racconto originario, il Buddha non pronuncia alcun discorso. Sale sul seggio, ascolta l’annuncio di Manjusri e subito dopo si alza, scende e se ne va. L’insegnamento consiste precisamente in quel silenzio.
È uno degli esempi più limpidi del “metodo senza metodo” caratteristico dello Zen. La tradizione afferma spesso che ai migliori studenti non occorra spiegare nulla. Se il praticante è davvero maturo, ogni spiegazione rischia di diventare un ostacolo. Il silenzio, invece, apre uno spazio di ricerca autentica, lasciando che sia l’esperienza diretta a parlare.
Il maestro, in questa prospettiva, non trasmette concetti. Trasmette la propria vita. Gli allievi osservano il suo modo di sedersi, di camminare, di parlare, di abitare il presente. È osservando quella vita che comprendono la pratica.
Per Dogen questa attenzione assoluta prende il nome di Menmitsu: una cura precisa, completa e amorevole rivolta a tutto ciò che si manifesta nell’istante presente.
Lo Zen, tuttavia, non distingue definitivamente tra studenti capaci e incapaci. Se è vero che ad alcuni non serve alcuna spiegazione, è altrettanto vero che ogni essere umano possiede la possibilità di comprendere. Per questo esistono gli insegnamenti, i rituali, le forme della pratica. Non perché la realtà abbia bisogno di essere spiegata, ma perché gli esseri umani hanno bisogno di essere accompagnati fino a riconoscerla.
La ripetizione assume allora un significato completamente diverso da quello dell’automatismo. Si ripetono le prostrazioni, i sutra, lo zazen, le cerimonie. Non per abitudine, ma perché la continuità della pratica rende visibile ciò che normalmente rimane nascosto.
Da quarant’anni rinnovo la stessa esperienza: salgo sul seggio dell’insegnamento, riprendo gli stessi temi, ripeto gli stessi gesti. Poi, un giorno, qualcun altro salirà su quel seggio al mio posto e continuerà il medesimo lavoro. È sempre accaduto così, e così continuerà ad accadere.
Questo mi richiama alla mente una celebre scena del film Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo di Terry Gilliam. Alcuni monaci tibetani cantano incessantemente la storia del mondo. Il diavolo li fa tacere immaginando che con il loro silenzio l’esistenza stessa possa interrompersi. Ma il mondo continua, perché altrove altri monaci proseguono il canto. È una metafora efficace della continuità della pratica e della trasmissione spirituale.
Ogni istante manifesta Tathātā: la gioia e la malattia, la libertà e il carcere, il successo e il fallimento. Nulla rimane escluso dalla Realtà Ultima.
La Realtà Ultima
Torniamo ora alle parole di Manjusri: «Osservate chiaramente il Dharma del Re del Dharma. Il Dharma del Re del Dharma è questo».
Quel “questo” traduce il termine sanscrito Tathātā, spesso reso in italiano come “talità”, “talezza” o “quiddità”. In realtà significa semplicemente che le cose sono esattamente come sono. Non come le avremmo desiderate. Non come le avevamo immaginate. Ma così. Ed è proprio questa realtà, nella sua assoluta concretezza, a essere Buddha. Ogni istante manifesta Tathātā: la gioia e la malattia, la libertà e il carcere, il successo e il fallimento. Nulla rimane escluso dalla Realtà Ultima.
Eppure è proprio questa evidenza a sfuggire costantemente allo sguardo umano. Il presente viene dato per scontato, mentre la mente continua a inseguire ciò che manca, ciò che dovrebbe essere diverso, ciò che ancora non esiste.
I versi conclusivi del koan sintetizzano questa intuizione con straordinaria forza poetica:
La brezza unica della realtà, la vedi?
Continuamente la creazione fa scorrere il telaio,
intrecciando un antico broccato, incorporando le forme della primavera,
ma non ci si può fare nulla sullo sgocciolamento di Manjusri.
La Realtà Ultima viene descritta come un tessuto che si intreccia incessantemente, nel quale ogni forma esiste soltanto in relazione a tutte le altre. Tutto partecipa allo stesso antico broccato dell’interdipendenza. Ogni forma che appare, dalla primavera all’inverno, è parte di questo antico tessuto.
Rimane l’enigmatica immagine dello “sgocciolamento di Manjusri”. In realtà essa significa che Manjusri, nel presentare il Re del Dharma, ha già detto troppo. Anche pronunciare poche parole rappresenta una perdita, uno sgocciolamento.
Suzuki Roshi osservava che la Realtà Ultima non può essere spiegata e che gli insegnanti Zen, inevitabilmente, commettono l’errore di tentare comunque di farlo.
Un celebre dialogo tra Nagarjuna e Kanadeva esprime la stessa intuizione. Nagarjuna mostra una bacinella d’acqua perfettamente immobile. Kanadeva vi lascia cadere uno spillo, producendo leggere onde concentriche. L’acqua, ovvero la Realtà, era già perfetta; quel piccolo movimento non aggiunge nulla alla sua natura, ma serve a indicarla. Così fanno i maestri, così fanno i koan, così fanno le parole di Dharma: introducono una lieve increspatura affinché lo sguardo possa finalmente accorgersi dell’evidenza.
Alla fine, tuttavia, la domanda rimane immutata da venticinque secoli.
La brezza unica della realtà, la vedi?
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