Diciannove monaci vietnamiti e thailandesi di tradizione Theravada stanno attraversando a piedi gli Stati Uniti in una marcia di Pace, o Walk for Peace, per diffondere un messaggio di pace globale. Un pellegrinaggio spirituale e al tempo stesso una forma di protesta nonviolenta contro i conflitti contemporanei. Camminando per migliaia di chilometri, i monaci promuovono la gentilezza universale, con l’obiettivo di diffondere compassione e guarigione interiore, seguendo gli insegnamenti del Buddha. Ma anche per chiedere il riconoscimento del Vesak come festa federale. Attraverso il cammino lento e consapevole, i monaci testimoniano che la nonviolenza può essere una risposta concreta alla sofferenza globale in un mondo segnato da guerre e divisioni.
Meditazione in movimento
Dal punto di vista spirituale, la Walk for Peace rappresenta una forma di meditazione in movimento o meditazione camminata. Ogni passo diventa un atto di presenza e consapevolezza, una continuazione vivente della dottrina del Buddha, orientata a portare armonia interiore ed esteriore.
La pratica della meditazione camminata affonda infatti le sue radici direttamente nell’esperienza originale del Buddha Shakyamuni. Durante la settimana dell’illuminazione, il Buddha alternò periodi di meditazione seduta a periodi di meditazione camminata. Camminare, dunque, non come semplice movimento, ma come una vera e propria forma di meditazione in azione. In essa sono presenti tutti gli elementi fondamentali della pratica meditativa: la presenza mentale, la calma, la consapevolezza, l’apertura del cuore e il contatto con una dimensione più profonda, quella che nella tradizione viene chiamata “dimensione ultima”.
È a partire da questo significato che va compreso il senso della marcia dei monaci. Non si tratta tanto di una protesta politica, quanto di un gesto volto a risvegliare la pace che già esiste dentro ciascuno di noi. È un’azione che ricorda l’unità e la gentilezza come qualcosa che nasce dall’individuo e che, da lì, può irradiarsi verso le famiglie, le comunità e infine l’intera società.
È un’azione che ricorda l’unità e la gentilezza
come qualcosa che nasce dall’individuo e che,
da lì, può irradiarsi verso le famiglie,
le comunità e infine l’intera società.
Perché camminiamo
In un post sul blog intitolato Perché camminiamo, i monaci hanno scritto: «Il nostro camminare di per sé non può creare la pace. Ma quando qualcuno ci incontra – che sia lungo la strada, online o tramite un amico – quando il nostro messaggio tocca qualcosa di profondo dentro di loro, quando risveglia la pace che ha sempre vissuto silenziosamente nel loro cuore – qualcosa di sacro comincia a manifestarsi». Il post continua: «Questo è il nostro contributo: non imporre la pace al mondo, ma aiutare a coltivarla, un cuore risvegliato alla volta». Una testimonianza etica basata sull’esempio. Il cammino stesso è infatti parte integrante del messaggio.
I chilometri percorsi, quasi 3.700 km, richiedono resistenza fisica e disciplina, frutto di una dedizione profonda alla pace e della fede nel Dharma. La Walk for Peace attraversa luoghi carichi di significato o si ferma in centri di potere, unendo persone di culture diverse nel comune desiderio di pace e riconciliazione. La marcia diventa così un “ponte” tra Oriente e Occidente, favorendo il dialogo con le comunità locali e la solidarietà tra fedi e culture differenti.
Texas, Louisiana, Mississippi, Alabama, Georgia, South Carolina, North Carolina e Virginia. Questi gli Stati attraversati dai monaci, partiti il 26 ottobre 2025 da Fort Worth con l’obiettivo di raggiungere la capitale il 12 febbraio 2026. E a ogni sosta, in città americane come Greensboro o Montgomery, i monaci guidano meditazioni e incontri sul perdono e la guarigione interiore, invitando le persone a rallentare e dare amore, a se stesse e agli altri. Migliaia di persone che non hanno mai sentito parlare di Buddhismo accolgono i monaci, gli offrono cibo, cure e luoghi dove dormire e riscaldarsi.
A guidare la marcia è il Venerabile Bhikkhu Pannakara, monaco buddista di origine vietnamita e capo del centro buddista Huong Dao Vipassana Bhavana di Fort Worth, Texas. Pannakara (e come lui altri monaci) sta compiendo l’intero percorso a piedi nudi, come disciplina spirituale per rimanere radicato e presente in ogni passo, nonostante il freddo e le ferite che richiedono bendaggi quotidiani. Come è tradizione nel Theravada, consuma un solo pasto al giorno e riposa sotto gli alberi. Di più. Assieme a lui, altri due dei monaci stanno aderendo al dhutanga, una serie di pratiche insegnate nel Buddhismo Antico che prevedono che si possano assumere solo tre “posture”: camminare, stare in piedi o stare seduti. Non ci si sdraia nemmeno per dormire.
Il viaggio
I monaci hanno anche dovuto superare avversità esterne. Tre settimane dopo la partenza, un camion ha investito il veicolo di scorta del gruppo spingendolo contro due monaci, uno dei quali ha perso una gamba. Questo ha ridotto il numero dei partecipanti a 18, tuttavia il monaco ferito ha sottolineato di “stare bene”.
Altro protagonista della marcia è il cane Aloka, diventato simbolo vivente della marcia, tanto da essere soprannominato il “Peace dog”. Aloka, il cui nome in sanscrito significa “luce”, era un cane randagio indiano, un Indian Pariah dog. Nel 2022 ha iniziato a seguire spontaneamente il Venerabile Bhikkhu Pannakara durante un’altra marcia della Pace di 112 giorni tra India e Nepal. A differenza di altri cani che si univano solo per brevi tratti, Aloka non ha mai lasciato il gruppo, percorrendo oltre 3.000 km insieme ai monaci. Colpiti dalla sua resilienza, i monaci lo hanno adottato e portato negli Stati Uniti. In South Carolina, Aloka ha subito un intervento chirurgico al ginocchio per una vecchia ferita. Il 22 gennaio 2026 si è riunito ai monaci per proseguire il viaggio, anche se inizialmente solo per brevi tratti durante la riabilitazione.
Camminare per cambiare le cose
Ma camminare in silenzio può davvero cambiare le cose? Martin Luther King, che guidò numerose marce per la pace, insegnava che l’azione non violenta ha la capacità di interrompere il processo mentale legato alla violenza. È qualcosa di radicalmente diverso, di completamente nuovo. Immaginiamo due persone che stanno litigando e una terza che si avvicina e, senza usare la forza, comincia a cantare una canzone accompagnandosi con una chitarra, introducendo così nella scena qualcosa di totalmente inaspettato. Proprio perché inatteso, questo gesto distoglie l’attenzione dalla spirale della violenza.
Allo stesso modo, l’apparizione di monaci che camminano scalzi, in silenzio, lanciando petali di fiori lungo la strada, negli Stati Uniti – e non in un paese tradizionalmente buddhista –, è qualcosa che irrompe nella scena e interrompe un flusso mentale afflittivo fatto di rabbia, odio e aggressività. È un’azione che va esattamente nella direzione opposta rispetto a ciò che ci si aspetterebbe: non una reazione violenta, non urla o lamentele, ma una presenza calma e disarmante. Questa pratica nasce da una «fiducia indomabile»: la fiducia che la pace interiore possa, a sua volta, ispirare pace. I monaci che camminano scalzi per le strade americane sono mossi proprio da questa fiducia.
La loro azione richiama anche un altro aspetto fondamentale della pratica buddhista che ha a che fare con uno “sminamento” interiore.
Questo è il nostro contributo: non imporre la pace al mondo, ma aiutare a coltivarla, un cuore risvegliato alla volta.
La storia offre esempi estremi di come la rabbia e la violenza possano contagiare milioni di persone. Hitler, nella sua follia, riuscì a coinvolgere masse enormi perché seppe agganciare un lato oscuro presente in ognuno: semi di ignoranza, rabbia, odio e avversione. Il Buddha li chiama «veleni» o «afflizioni». Ciascuno di noi, purtroppo, porta dentro di sé questi semi. Se quei punti dolenti vengono toccati, possiamo esplodere in reazioni di odio e violenza. Siamo, in un certo senso, un campo minato. È per questo che diventa fondamentale riconoscerli e operare uno sminamento interiore. La meditazione aiuta a entrare in contatto con queste aree delicate e, poco alla volta, a guarirle. Camminare in silenzio in uno stato mentale di calma, diventa così un potente rammemoramento della pace, capace di trasformare gradualmente i semi di aggressività.
Personalmente posso testimoniare che la meditazione camminata ha il potere di generare un cambiamento di cuore anche in chi la osserva, una conversione interiore, o in termini occidentali metanoia.
Quando ho cominciato a insegnare meditazione seduta e camminata alle persone detenute, gli agenti di polizia inizialmente hanno accolto con diffidenza, se non con scherno, questa iniziativa. Ma progressivamente il clima complessivo è cambiato. Sedersi insieme, respirare, coltivare la pace a ogni passo ha avuto un effetto pacificante sull’intero ambiente. Gli agenti hanno osservato il cambiamento nei detenuti e, di conseguenza, è cambiato anche il loro atteggiamento. Fino al punto che i poliziotti di Rebibbia mi hanno chiesto di imparare meditazione. A quel punto anche il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria mi ha invitato a tenere corsi di meditazione per tutto il personale penitenziario di Lazio, Abbruzzo e Molise, coinvolgendo centinaia di persone.
Come ha detto il portavoce dei monaci: «Il nucleo, la pietra miliare di questa iniziativa è la pace, l’unità, la compassione e la guarigione. E vogliamo raggiungere ogni singolo individuo».
Il Buddha insegna che siamo interrelati, interconnessi e interdipendenti, e che anche una piccola azione può avere un effetto globale.
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