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Foto di R. Serrano per Unsplash

Liberare i pensieri dalla gabbia della testa

Tempo di lettura: 4 minuti

Fin da quando ero molto piccolo il mio ambiente ha iniziato a suggerirmi che i pensieri accadevano nella mia testa. Questo, all’inizio, doveva presentarsi come un fatto assai curioso; una di quelle cose che i bambini non capiscono, ma che imparano a ripetere a pappagallo perché così fanno gli adulti. In realtà l’emergenza dei pensieri nell’esperienza di un bambino è vissuta prima di tutto come la comparsa del “mio amico”, espressione a cui gli adulti aggiungono – con un po’ di condiscendenza – l’aggettivo immaginario. Solo in seguito, e dopo un lungo processo di condizionamento, quest’esperienza curiosa raggiunge la sua massima forma di sviluppo, completando una metamorfosi che tendenzialmente la trasforma da un amico al mio peggior nemico, ovvero la voce nella mia testa, o il mio critico interiore. 

Riflettendoci un po’, questo presunto sviluppo non sembra affatto un ottimo affare. In ogni caso l’aspetto su cui vorrei portare l’attenzione non è tanto il cambio di toni, ovvero il fatto che ciò che nell’infanzia era amichevole e amorevole, tende a tramutarsi in una sorgente costante di critiche velenose. Anche perché è un dato di fatto che molti bambini sperimentano a loro volta pensieri intrusivi e spiacevoli. Quello che mi affascina è invece il processo che piano piano ha rinchiuso questi pensieri, belli o brutti che siano, nella gabbia della testa. Farsi queste domande da persone adulte e responsabili può sembrare una sorta di delirio, eppure basta riportare l’attenzione all’esperienza sensoriale più semplice per iniziare a notare fatti bizzarri che non sembrano partecipare nella nostra visione ordinaria delle cose. 




Scoprire che i pensieri accadono nello stesso spazio di consapevolezza in cui
appaiono i suoni, ridimensiona all’istante l’importanza di ciò che dicono

C’è un gioco che amo spesso fare con chi si avvicina a un percorso di meditazione approfondito. Chiedo al mio interlocutore di chiudere gli occhi e di ascoltarmi semplicemente. A quel punto non faccio che contare fino a dieci con una cadenza regolare: uno, due, tre… Dopo aver fatto questo, chiedo all’altra persona di contare a sua volta, mentalmente, fino a dieci. Quando ha finito, le chiedo di fare lo stesso esercizio alternandosi con la mia voce. Vale a dire che io conterò ad alta voce i numeri dispari, mentre lei conterà mentalmente i numeri pari. Infine ripetiamo quest’ultimo esercizio, ma questa volta le chiedo di notare se nella sua esperienza più semplice e intuitiva vede che ci sono dei numeri che accadono dentro qualcosa, e dei numeri che accadono fuori di qualche cosa. In essenza, la domanda è, c’è un vero e proprio confine che separa i numeri pari dai numeri dispari?

La risposta è unanime e inequivocabile, e porta spesso con sé un sottile senso di disorientamento, mischiato a stupore e divertimento. Effettivamente, nell’esperienza, non c’è nulla che suggerisca che i numeri pensati accadano dentro la mia testa, e che i numeri ascoltati accadano fuori  di essa. La testa e il suo confine sono frutto della mia immaginazione e non di un’esperienza diretta.

Questa può sembrare una singolarità dell’esperienza, eppure scoprire che i pensieri accadono nello stesso spazio di consapevolezza in cui appaiono i suoni, ridimensiona all’istante l’importanza di ciò che dicono. In sostanza i pensieri rimangono, ma non sono più i miei pensieri. Acquisiscono subito la stessa qualità dei suoni e delle esperienze che tendenzialmente attribuiamo all’ambiente. Qual è la differenza fra un pensiero e il cinguettio di un uccello o il ronzare di un motorino che passa sulla strada? Tendenzialmente la differenza sta nel loro posizionamento, ovvero nel fatto che i primi accadono dentro la testa, mentre i secondi accadono fuori, nell’ambiente. Eppure, con un minimo di accortezza, questo posizionamento è facilmente riconosciuto come un’interpretazione e non come una realtà esperienziale.

Il nostro gioco di introspezione non dovrebbe lavorare sul contenuto dei pensieri,
ma sull’osservazione curiosa dell’esperienza
in sé, così com’è

C’è un meraviglioso dipinto di Magritte che raffigura un uomo, vestito in modo rispettabile e con in mano un bastone. La stranezza di questa immagine è che al posto della parte superiore del corpo, c’è una gabbia al cui interno si trovano due colombe bianche. Una è appollaiata dietro le sbarre metalliche, mentre l’altra indugia tranquilla sull’entrata spalancata di questa gabbia. C’è qualcosa di commovente in quest’immagine, un po’ come se fosse la rappresentazione di una libertà molto umana e poco idealizzata. 

Anche se a volte si agitano e schiamazzano, sbarazzarci delle colombe non sembra essere un’opzione sana e amorevole, neppure nella meditazione. Immaginate il quadro di Magritte senza colombe: l’immagine di libertà e apertura si trasformerebbe immediatamente in qualcosa di cupo e opprimente. Quindi il nostro gioco di introspezione non dovrebbe lavorare sul contenuto dei pensieri, ma sull’osservazione curiosa dell’esperienza in sé, così com’è. Sono sempre più convinto che l’introspezione abbia a che vedere con il ritornare alla nostra sensibilità più infantile e semplice, e riscoprire quell’esperienza di cui parlava Pessoa dicendo:

Io non ho filosofia: ho sensi.

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