Idee

Sole radente in una via
Foto di Anthony Lim per Unsplash

La voraginosa libertà del non-sapere

Tempo di lettura: 4 minuti

È domenica mattina e sono seduto in una caffetteria tranquilla, nel cuore di una delle aree pedonali di Torino. Leggo qualche pagina da un libro che mi sono portato appresso, un po’ svogliato e con una mente vagante che, dal suo canto, preferisce tuffarsi nei suoni, nei colori, nelle persone e nelle storie che mi circondano. Un bassotto sovreccitato e scodinzolante, appeso a un guinzaglio teso come una corda di violino, appare poco più in là come la caricatura perfetta di ciò che sento. A un certo punto poso lo sguardo su uno scorcio a una cinquantina di metri di distanza. Lì la strada pedonale in cui mi trovo si apre su un incrocio dove fanno angolo da un lato un negozio di prodotti naturali e dall’altro un bar, entrambi chiusi. C’è un palo per la segnaletica dove qualcuno ha incatenato una vecchia mountain bike arrugginita, e la visuale è riempita di una curiosa effusione di dettagli e minuzie che non posso descrivere. Ma non è ciò che vedo a rapire la mia attenzione. Il sole, nascosto al mio tavolino in ombra, investe a spiovente le figure immobili che popolano quell’incrocio, conferendo alla scena un’aria teatrale e drammatica.

La luce trasversale mi riporta d’un tratto alla percezione pulsante di ciò che non vedo. Il pensiero pretende di sapere che oltre quell’angolo luminoso, celata alla mia vista, c’è una strada di sanpietrini alla fine della quale si erge la figura nobile della chiesa di San Gaetano, e poi, ancora più in là, tutto un mondo di forme e colori. Viaggiando spedito, con un po’ di equipaggiamento, posso persino arrivare al sole, la sorgente ultima di quella particolare luminosità. Ma c’è qualcosa di sospetto in tutto questo sapere. Ragionando in questo modo mi sento come se avessi distolto gli occhi dall’esperienza diretta e immediata di ciò che è, e avessi invece iniziato a leggere l’immensa, polverosa e discreditata enciclopedia della mia conoscenza. Il bassotto agitato che è in me reagisce all’istante a questo sforzo di immaginazione, non ne vuole sapere. Non ne vuole sapere.

La fragilità della bellezza

Allora mi accorgo di un fatto curioso. Quando osservo questa visione includendo nella mia consapevolezza la vibrazione del non-visto, anche ciò che vedo sembra esprimersi in modo molto diverso. L’apparente solidità degli oggetti acquisisce una morbidezza quasi onirica e la gioia sembra iniettarsi con un sussulto nel contenuto dell’esperienza. La vibrazione di fondo di questo quadro in cui si mescolano indissolubilmente vuoto e forma sembra essere una specie di risata, una giocosità fondamentale che alleggerisce tutto ciò che ha peso, assottiglia ciò che ha spessore, leviga ciò che è ruvido.

Nel Corano (2:115) è scritto che: «Ovunque vi volgiate, lì è il Volto di Dio».

Sospetto che questo non significhi che dobbiamo guardare il mondo con intento, fagocitando dettagli e scandagliando le impressioni sensoriali più minute. Quando ci agganciamo con tenacia alla forma, in realtà la bellezza e il senso del sacro si ritirano, intimoriti forse dalla durezza dei nostri sforzi. Nei miei seminari di meditazione lancio spesso una sfida, «provate a mettervi di fronte qualcosa di bello o piacevole, producendo l’intenzione chiara di gustare a fondo questa cosa, fin nei minimi dettagli». Che si tratti di una tazza di caffè, un ciliegio fiorito o la visione estatica delle Alpi innevate, non c’è mai riuscito nessuno. Questo non perché non siamo abbastanza bravi, ma perché l’intensità della nostra intenzione spaventa la bellezza, o potremmo dire, intimorisce Dio e lo fa fuggire all’istante come se fosse un cerbiatto sorpreso a brucare in una radura silenziosa. In realtà la bellezza è molto fragile, un po’ come un bambino che dorme o un animale selvatico; è fondamentale avvicinarla con passi felpati.




Non è questa la ragione del nostro fascino per gli orizzonti? Ricordo le ore passate a guardare lontano, invaso da uno struggente senso di nostalgia per tutto ciò che non riesce ad emergere da quel confine ultimo fra la forma e il vuoto.

Mi piace pensare che la bellezza – o se vogliamo Dio, il sacro o l’assoluto – si trova nelle viscere insondabili delle cose, e non sulla loro superficie opaca. Oserei addirittura dire che essa si cela dietro le cose, oltre la soglia misteriosa che l’occhio non può varcare e dove l’apparenza sprofonda in un voraginoso non-sapere. Non è questa la ragione del nostro fascino per gli orizzonti? Ricordo le ore passate a guardare lontano, invaso da uno struggente senso di nostalgia per tutto ciò che non riesce ad emergere da quel confine ultimo fra la forma e il vuoto. Ai tempi non ero ancora familiare con la vacuità del non-visto, e quindi riempivo quegli spazi con goffi sforzi di immaginazione. Progettavo infiniti vagabondaggi con l’ardore di un innamorato che cerca col pensiero i mille sentieri che lo conducono alla sua amante. Eppure in tutto quel fantasticare intrattenevo la scintilla di qualcosa di tanto prezioso quanto misterioso. Qualcosa che mi riempiva di desiderio e meraviglia.

Tutto è qui

C’è un richiamo potentissimo nel non-visto e non-esperito. Una voce che ci sprona ad abbandonare le catene, le certezze, i legami e a rincorrere l’amante sublime che ci aspetta oltre il prossimo orizzonte. Eppure un viaggio non è una soluzione perché il semplice fatto di spostarsi non fa che ricreare nuovi non-visti, nuovi orizzonti, e nel fare questo può svuotare ciò che abbiamo di fronte di ogni attrattiva. Il corpo nudo di quell’amante tanto desiderata ingrigisce e si affloscia in un cumulo di mondanità, e siamo costretti a fuggire altrove.

Eppure un viaggio non è una soluzione perché
il semplice fatto di spostarsi non fa che ricreare nuovi non-visti, nuovi orizzonti, e nel fare
questo può svuotare ciò che abbiamo di
fronte di ogni attrattiva.

Questa è la malattia dei viaggiatori e di tutte quelle persone che si definiscono “in cammino.” Ogni cammino deve per sua natura essere orientato verso un oltre, un dopo o un altrove. Eppure, la scintilla che propelle il camminare, la fame di orizzonte, non è laggiù ma esattamente qui dove io sono, a distanza zero. È proprio qui, in questo incrocio inondato di sole e nel profondo non-sapere che sento respirare dietro l’angolo, quasi fosse una bestia mitologica. Stranamente, senza muovere un singolo passo, proprio in cuore a questa esperienza ordinaria e senza pretese, mi riscopro completo e senza alcun bisogno. Tutto è qui.

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