Nei prossimi mesi esploreremo le idee limitate e limitanti che intratteniamo a riguardo della libertà, con l’intenzione di creare uno spazio vuoto. Una dimensione interiore e intima priva di certezze e pregiudizi dove rivolgere l’attenzione all’esplorazione di ciò che siamo e non più di ciò che dovremmo essere. Questo è un viaggio fuori dai limiti del tempo e dello spazio, un ritornare a casa, nel luogo più intimo e più sconosciuto dell’intero universo… qui, ora.
Amburgo si trova a più di cento chilometri dalla costa, ma per qualche ragione sembra una città di mare. Non so esattamente da dove nasca questo presentimento; forse dal cielo grigio e dall’aria gonfia di umidità, forse dalle grida sporadiche dei gabbiani, o forse da un profumo impercettibile che accompagna la vista dei palazzi e delle strade di quartiere.
Mi piace sentire il mare senza vederlo.
È una situazione inspiegabile che invita alla sensibilità, all’autenticità e all’irragionevolezza. Questo mare lo posso solo presentire e annusare, nascosto fra gli scorci cittadini che si rivelano ad ogni incrocio. Questo è lo stesso processo che mi permette di parlare della coscienza e di me stesso. Non è curioso? Anche io, come il mare, non sono visto in nessun luogo. La mia presenza può essere indovinata solamente dal fatto che di fronte a me ci sono forme, colori, suoni e sensazioni, che mi rassicurano dicendomi «tu ci sei veramente».
Fintantoché il mio sguardo è rivolto all’esterno so di esistere, e mi immagino di essere un corpo, una mente, il centro delle percezioni, il padrone dei pensieri e delle decisioni, o mille altre forme specifiche. Quando però rivolgo lo sguardo verso la mia interiorità, ecco che le cose diventano un po’ più complicate. Se io sono il corpo, allora chi è che vede il corpo? Se io sono la mente o il padrone dei miei pensieri, chi è che mi percepisce? Forse ci sono due io: uno che vede, e uno che viene visto? Senza nemmeno accorgercene ci ritroviamo nel mezzo di un labirinto di pensieri contorti, e più pensiamo, più l’orizzonte di questo luogo bizzarro sembra espandersi e annodarsi su se stesso.
Sembra sciocco dirlo, ma il pensiero non è un buono strumento per uscire dal pensiero e ritornare a riposare nel cuore della realtà con un intimo senso di risoluzione. A questo punto è utile imparare a fare delle buone domande; domande affilate, lucide e pulite. Domande che non nascondano, fra le loro piume soffici, il pungiglione velenoso di un preconcetto o di una convinzione. Domande aperte e totali, che non possono che bloccare ogni ragionamento, riportandoci al sentire e a un riconoscimento onesto di ciò che siamo e di ciò che è.
Ci sentiamo liberi finché dipingiamo, quando camminiamo in montagna, o mentre scriviamo
le parole di una poesia, e abbiamo smesso
di credere nella possibilità di un volo ampio, disordinato e senza nessuna direzione.
La tirannia delle coordinate
«Chi sono io?» in realtà è una domanda un po’ maldestra, che rischia di portarci sulla pista di una lunga riflessione esistenziale sui mille ruoli che vestiamo nel mondo. Se invece ci chiediamo, «che cos’è questo io?» oppure, «che cos’è che dice io sono?» ecco che il nostro sguardo può dirigersi libero verso le vastità inesplorate della nostra interiorità, e scoprire che lì dentro non c’è nessuno (Gulp!). Quando queste domande funzionano, sotto i nostri piedi si apre una voragine e, a seconda dei casi, il nostro cuore si spaventa o si colma di gioia e di gratitudine. Qui ritornano le parole di uno scrittore nigeriano, Bayo Akomolafe, che ci dice:
Cadere potrebbe al contempo essere volare senza la tirannia delle coordinate.
Nel nostro quotidiano siamo abituati a coltivare il volo delle galline o dei pavoni, che al massimo osano volare oltre una staccionata, o dal un ramo all altro. Questi uccelli dispiegano le ali solo per atterrare dove vedono, in un luogo sicuro, protetto, conosciuto. Il conosciuto è proprio la tirannia delle coordinate che limitano il volo a essere il tragitto più breve da A a B. È così che finiamo per rinchiudere la nostra creatività e la nostra libertà in una disciplina particolare. Ci sentiamo liberi finché dipingiamo, quando camminiamo in montagna, o mentre scriviamo le parole di una poesia, e abbiamo smesso di credere nella possibilità di un volo ampio, disordinato e senza nessuna direzione. Un volo fatto per esplorare l’infinità dello spazio e per venerare questa vertiginosa assenza di confini, il volo dell’oca selvatica, del gabbiano o dell’avvoltoio.
Questo è lo spazio che si apre all’improvviso quando invertiamo il flusso dell’attenzione per incontrare e conoscere il soggetto della nostra esperienza, e non più i mille oggetti che la caratterizzano. L’evidente assenza di qualcuno o qualcosa al centro del nostro essere ci strappa di mano le nostre preziose coordinate. Ci accorgiamo che sappiamo mille cose a riguardo del mondo, ma che non abbiamo mai conosciuto ciò che siamo in essenza, la parte più intima e soggettiva di noi, ciò che in noi dice «io sono». E non solo ci accorgiamo di non sapere nulla a riguardo di noi stessi, ci accorgiamo anche dell’impossibilità di sapere. Ciò che siamo in essenza non è solamente ignorato, ma è inconoscibile. Questo non significa che siamo condannati a rimanere per sempre separati dalla realtà assoluta e fondamentale del nostro essere. Vuole semplicemente dire che questa realtà può solamente essere vissuta direttamente, in prima persona, senza l’ausilio di un pensiero che si sforzi di afferrarla. Questo è quello che il sesto antenato dello zen, Hui-neng, cercò di mettere in evidenza quando disse a Hui-ming,
Non pensare a ciò che è giusto e non pensare a ciò che è sbagliato; in questo stesso momento qual è il tuo volto originale?
Quando dirigiamo lo sguardo verso il mondo
c’è il tutto, quando dirigiamo lo sguardo verso
noi stessi incontriamo invece il niente,
nel cuore del quale il tutto si manifesta.
Hui-ming, seguendo la direzione indicata da Hui-neng, rivolse per la prima volta uno sguardo onesto e interessato verso il suo stesso volto e si accorse che dal suo punto di vista più intimo e soggettivo il suo volto e i suoi occhi non erano un oggetto che poteva osservare direttamente. Dalla sua prospettiva, il volto e gli occhi erano un ampio spazio vuoto in cui si manifestava il mondo. Il riconoscimento di questo spazio vuoto è un portale spalancato verso la natura impersonale e completamente libera del nostro essere o, potremmo dire, della nostra coscienza. Quando dirigiamo lo sguardo verso il mondo c’è il tutto, quando dirigiamo lo sguardo verso noi stessi incontriamo invece il niente, nel cuore del quale il tutto si manifesta.
In questo stesso istante, ciò che legge le parole scritte su questa pagina, o ciò che vede le mani danzare sulla tastiera del computer non ha forma, non ha colore, non è localizzato in nessun luogo e non ha nessuna caratteristica oggettiva. Non stiamo parlando di qualcosa in cui credere; dobbiamo solo guardare e vedere con i nostri stessi occhi.
Questa assenza di fondo è l’essenza di ciò che sono; questo è il mio volto originale, e questa è la possibilità di una libertà totale, non determinata e incanalata dalle nostre definizioni parziali su chi siamo e cos’è il mondo. È la libertà di non sapere, e di riconoscere che ogni cosa è meravigliosa e misteriosa perché accade nella luce inconoscibile della coscienza, di ciò che io sono.
- Liberare i pensieri dalla gabbia della testa
- Il giorno in cui ho smesso di combattere
- L’arte di perdere il volto
- La voraginosa libertà del non-sapere
- Liberi di stare male
- Ogni esperienza è intima
- Liberi dallo sforzo
- Liberarsi dal tempo
- Il volo libero e la tirannia delle coordinate
- Oltre l’esperienza di piacere e dispiacere
- La libertà dell’adesso





