Il gioco è molto semplice: chiedo a tutti di chiudere gli occhi e di prestare ascolto alle mille sensazioni che stanno attraversando il momento presente. Siamo seduti in cerchio e nessuno sa esattamente quello che sta per accadere. Questo minuto di ascolto è un semplice spazio di disponibilità e affetto verso l’universo delle proprie sensazioni; quello spazio di coscienza costantemente attraversato dalle onde della sensorialità è quello dell’esperienza. In questo ascolto non ci sono esiliati. Non ci sono emozioni sbagliate o sensazioni che non dovrebbero esistere; la totalità dell’esperienza viene accolta con un moto di resa che non è rassegnazione, ma accoglienza e ospitalità. Dopo un minuto mi alzo e vado a porre una maschera sul volto di tutti i partecipanti, poi ne indosso una a caso, torno al mio posto, e finalmente invito tutti ad aprire gli occhi.
Aprendo gli occhi siamo sbalorditi dallo scoprire una stanza riempita da caratteri e personalità completamente diverse da quelle che l’abitavano giusto un minuto prima. C’è chi ha una maschera da gatto, chi ha una maschera da donna o da uomo, e fra di noi c’è persino un vampiro. Ma non è questa la cosa più strana. Quello che ci lascia senza parole è qualcosa di misterioso che in un primo momento non riusciamo a mettere a fuoco. C’è qualcosa di strano non solo con il volto delle persone difronte a noi, ma anche con il nostro stesso sguardo. Allora invito tutti a prendere coscienza del fatto che mentre i nostri amici hanno completamente cambiato apparenza, noi non siamo cambiati affatto, o forse sarebbe meglio dire, “io non sono cambiato affatto.” La peculiarità di questo momento di smarrimento non sta tanto nei volti trasfigurati che abbiamo difronte, ma nel fatto che non abbiamo idea di quale sia la nostra stessa immagine. Potremmo essere ogni cosa: un animale, un signore dai lunghi baffi e il volto contorto in una smorfia di irritazione, o una giovane donna truccata e sorridente. La nostra apparenza ci è stata strappata di mano – o meglio strappata di mente – e abbiamo riscoperto quello sguardo innocente e libero che era nostro nei primi anni dell’infanzia. Siamo completamente senza forma, incapaci di formulare un’immagine coerente a riguardo di chi siamo e di come siamo visti dall’esterno.
Osservati dall’esterno
L’albeggiare di questa realizzazione si risolve in un’ondata di pace, di leggerezza e di giocosità. Ci accorgiamo di aver perso il volto, e così facendo abbiamo guadagnato un mondo di forme, di colori e di esperienze sgargianti. Quello che è venuto a mancare ovviamente non è il nostro volto fisico, ma la pesante rappresentazione mentale che ci accompagna fin dai primi anni dell’adolescenza. Il fatto è che ci siamo abituati ad osservarci dall’esterno, con gli occhi degli altri, e nella nostra ansia di esistere abbiamo sostituito la nostra fondamentale trasparenza con un’immagine più o meno simile a quella che vediamo riflessa allo specchio tutte le mattine. E ci abituiamo a questo fino al punto di dimenticarci che uguagliare il nostro essere con questa immagine non è sempre stata una cosa sensata. Quando eravamo molto piccoli eravamo ben coscienti della differenza fra noi e l’immagine nello specchio. Al punto che ciò che vedevamo non era me, ma il mio amico. Appropriarsi di quell’immagine è stato un lungo e doloroso processo di crescita, di strutturazione e di consolidamento del nostro senso di individualità e separazione.
A questo punto chiedo a tutti i partecipanti di raccogliere un piccolo specchietto che ho precedentemente posato ai piedi di ognuno e li invito a scoprire la loro apparenza. Ed ecco che si rimette in scena il fatidico passaggio dell’infanzia in cui abbiamo scoperto come eravamo dall’esterno, in terza persona, visti dagli occhi altrui. In un primo momento siamo quasi sotto shock. Il volto riflesso nello specchio che teniamo in mano è quello di uno sconosciuto. È così evidente che in prima persona io non assomiglio per niente a quell’immagine, e qui c’è la possibilità di realizzare qualcosa di molto importante. Io non sono mai stato la mia immagine. Anzi, io sono in tutto e per tutto, radicalmente l’opposto di ciò che vedo di fronte a me. Laddove l’immagine ha una forma, un colore, un confine, un’identità sessuale, un nome e un’età, il mio senso di soggettività, la sorgente stessa del mio sguardo, non ha nessuna di queste caratteristiche. Ciò che io sono, è la trasparenza, libera e assolutamente priva di confini, nella quale il mondo si riflette come su uno specchio.
Ciò che io sono, è la trasparenza, libera e assolutamente priva di confini, nella quale il mondo si riflette come su uno specchio.
A questo punto siamo pronti a toglierci la maschera, sempre guardando il nostro piccolo specchietto. E anche qui scopriamo qualcosa di sconcertante. Ciò che appare sullo specchietto non è il mio vero volto, ma semplicemente un’altra maschera, ed è per questo che moltissime persone, arrivate a questo punto, hanno lo stimolo di togliersi anche la faccia.
Questo è uno dei giochi della Via Senza Testa, di Douglas Harding, un filosofo e autore deceduto nei primi anni duemila. Harding era una sorta di inventore pazzo, una persona che si è divertita a giocare con la saggezza dell’oriente, traducendola in esercizi semplici, esperienziali e assolutamente non-intellettuali. Eppure non era il primo che si è concesso di giocare con creatività e senza filtri con la propria esperienza. Questo gioco in realtà è un’illustrazione perfetta di ciò che Hui-neng – il sesto antenato dello Zen – aveva definito il nostro volto originale. La domanda che egli ci pone è, «com’era il tuo volto prima che nascessero i tuoi genitori?»
E cosa potrei mai essere, se non la trasparenza e lo spazio vuoto, libero e senza confini dal quale sgorga il mio sguardo?
Se affrontiamo questa sfida intellettualmente, questa sarà la nostra rovina. Non potremo che fabbricare delle filosofie intricate e astratte; dei veri e propri castelli sulle nuvole. Allora possiamo ricordarci che Hui-neng era analfabeta, e che quindi, con questa domanda bizzarra egli intendeva mostrarci un’esperienza da gustare direttamente, più che qualcosa da capire. E cosa potrei mai essere, se non la trasparenza e lo spazio vuoto, libero e senza confini dal quale sgorga il mio sguardo?
- Liberare i pensieri dalla gabbia della testa
- Il giorno in cui ho smesso di combattere
- L’arte di perdere il volto
- La voraginosa libertà del non-sapere
- Liberi di stare male
- Ogni esperienza è intima
- Liberi dallo sforzo
- Liberarsi dal tempo
- Il volo libero e la tirannia delle coordinate
- Oltre l’esperienza di piacere e dispiacere
- La libertà dell’adesso





