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Foto Joshua Hoehne per Unsplash

Liberarsi dal tempo

Tempo di lettura: 5 minuti

Nei prossimi mesi esploreremo le idee limitate e limitanti che intratteniamo a riguardo della libertà, con l’intenzione di creare uno spazio vuoto. Una dimensione interiore e intima priva di certezze e pregiudizi dove rivolgere l’attenzione all’esplorazione di ciò che siamo e non più di ciò che dovremmo essere. Questo è un viaggio fuori dai limiti del tempo e dello spazio, un ritornare a casa, nel luogo più intimo e più sconosciuto dell’intero universo… qui, ora. 

Spiritualità e infanzia

Fin da quando ero un bambino ho sentito un richiamo struggente che mi portava a fantasticare sulla vita spirituale. All’età di otto anni rovistavo in una libreria e mi sono trovato fra le mani un libro sulla vita del Buddha. Ovviamente non conoscevo nulla di questo personaggio, ma sulla copertina ricordo ancora che c’era la foto di un monaco della foresta. Era seduto per terra, e la foto lo inquadrava solo dalle spalle fino alle ginocchia, così che le pieghe del suo ruvido abito ocra riempivano tutta la pagina. In grembo teneva una ciotola per la questua. Inutile dire che non potei resistere dal racimolare gli spiccioli che mi ero messo da parte per comprare quel libro e portarlo con me. A quel tempo non conoscevo assolutamente nulla della vita monastica, né del buddhismo o di qualsiasi altra filosofia o religione. Il mio desiderio di appropriarmi di quell’immagine veniva da altrove; un luogo sconosciuto che in me pilotava azioni tanto fondamentali quanto irrazionali.


Ci sono voluti più di dieci anni per realizzare che tutti i miei sforzi erano volti a raggiungere un senso di soddisfazione nel tempo, e la natura del tempo è quella di fluire dal passato, attraverso un brevissimo e sfuggevole presente, verso il futuro.  

Forse possiamo chiamare questa spinta vitale istinto; se fossimo in Asia probabilmente lo chiameremmo karma, ma se osserviamo con totale onestà non possiamo ignorare che entrambe queste parole sono delle etichette appiccicate sul nulla; ciò che Linh-chi avrebbe chiamato dei chiodi conficcati nel cielo. Sono delle pseudo-spiegazioni arbitrarie di qualcosa di misterioso e ignoto, l’incalzante moto della vita che per nessuna ragione appare con una sua coerenza e con mille piccole sincronicità. Il fatto sta che più o meno cinque anni dopo aver acquistato quel piccolo libro incontrai Thich Nhat Hanh e la sua comunità, e lì il mio richiamo interiore si concretizzò nel desiderio di intraprendere un percorso monastico.


Mentre mi protendevo verso un risveglio futuro,
nel momento presente, il luogo che mi
è sempre stato più vicino e intimo,
non avevo idea di chi o che cose ero. 

All’età di diciotto anni mi trasferii in Francia, nel centro di Plum Village, dove iniziai il mio percorso di addestramento e formazione. Molto presto mi abituai alla vita del monastero, e quello divenne il mio mondo. Un mondo che mi sfidava e mi incalzava, e che senza dubbio sentivo di amare. Naturalmente, nel mio amore e nel mio modo di raccontare la mia vita c’erano già i semi di una crisi, necessaria e inevitabile. Era la crisi che devono affrontare tutte le persone che realizzano qualcosa che avevano profondamente desiderato. Ora ero monaco, e vivevo una vita piena, felice e generalmente in armonia con la mia comunità e i miei valori, ma l’orizzonte della mia soddisfazione si era spostato altrove. Non bastava più essere monaco; ora dovevo diventare Bhiksu (monaco pienamente ordinato), poi insegnante di Dharma, poi essere amato, rispettato e riconosciuto da tutti. Mano a mano che andavo avanti con gli anni c’era una sorta di intensificazione e complicazione negli obbiettivi che ponevo difronte a me. Nei primi anni di noviziato mi accontentavo di imparare il vietnamita, o di addestrarmi a sedere in meditazione nella posizione del loto, e con un po’ di tempo e cocciutaggine riuscivo sempre a raggiungere questi piccoli traguardi, ma queste cose non bastavano mai e dovevo subito gettarmi in una nuova impresa.

Ci sono voluti più di dieci anni per realizzare che tutti i miei sforzi erano volti a raggiungere un senso di soddisfazione nel tempo, e la natura del tempo è quella di fluire dal passato, attraverso un brevissimo e sfuggevole presente, verso il futuro. É un movimento incalzante e senza sosta, che per sua natura rigenera costantemente nuovi orizzonti, nuove avventure e nuovi obiettivi da raggiungere. Ho iniziato a sospettare che nel tempo la mia vita non sarebbe mai stata completa. Era evidente che anche se mi ponevo un obiettivo nobile come il risveglio, questo non faceva che alimentare il moto incessante del tempo.

In realtà mi sono accorto che per moltissime persone il risveglio è un motore infallibile per alimentare e sostenere la ruota del tempo. Questo perché il risveglio non arriva mai, è sempre un po’ più in la, dietro la prossima curva, dopo il prossimo ostacolo, oltre la prossima catena di montagne. Dio, il Nirvana, l’Atman sono solo altre parole soggette allo stesso destino paradossale. All’origine sono concetti che vogliono indicare qualcosa di assolutamente immediato, eppure siccome la semplicità di questa cosa è troppo sconcertante, li abbiamo riciclati nella grande sagra del tempo, rendendoli parole sacre da trattare con timore e devozione, mentre motivano alla luce del giorno gli sforzi e le fatiche di tutta una vita.

A un certo punto del mio percorso, dopo un periodo di crisi – e l’ennesimo tentativo di sconfiggere il tempo cercando di migliorare me stesso nel tempo – mi sono accorto che la mia vita era sempre stata qui e adesso. Mi sono semplicemente arreso a riconoscere che mentre mi protendevo verso un risveglio futuro, nel momento presente, il luogo che mi è sempre stato più vicino e intimo, non avevo idea di chi o che cose ero. Questa non era semplicemente una crisi di identità, era la realizzazione intuitiva che nel presente non riuscivo a vedere o ad afferrare con chiarezza l’essenza del mio essere. La potevo vivere ed esperire in prima persona, ma era troppo vicina a me e troppo intima per poter essere vista come un qualche oggetto da raggiungere.

Il mio senso di identità più intimo e soggettivo assomigliava più a uno spazio vuoto che a un corpo, a una persona o a una mente. Era un vuoto-pieno in cui per qualche istante venivo assorbito e in quel momento cadeva inequivocabilmente il peso della mia storia personale. La ruota del tempo si arrestava e mi sentivo inspiegabilmente completo.

Ogni spiegazione, ogni racconto e ogni mio tentativo di afferrare quella dimensione sembravano fargli violenza e offuscarla, ma quando mi limitavo a riconoscere l’incredibile mistero del mio essere ecco che ritornava in primo piano, inalterata e completa come sempre. Ciò che avevo scoperto era impossibile da trasformare in un obiettivo, anche se riconoscevo in me un graduale affinarsi della sensibilità e una maggiore leggerezza che sembrava invitare questa dimensione a mostrarsi con crescente facilità. Per la prima volta ero completamente disinteressato su come chiamare questo spazio, e direi addirittura che questo spazio ha velocemente eliminato il mio fascino per le parole e i concetti spirituali. In realtà non c’era nulla di spirituale in questa scoperta, eppure è qualcosa di straordinario che ha rivoluzionato e capovolto il mio modo di vedere me stesso e di vivere nel mondo.

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