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Folla e caos
Chuttersnap per Unsplash

Liberi di stare male

Tempo di lettura: 4 minuti

L’esperienza fondamentale della meditazione è un inno appassionato alla fragilità umana, e forse non è esattamente quello che cerchiamo all’inizio del nostro percorso. Parlo per esperienza personale: da giovane monaco rincorrevo la forza, la solidità e il dominio degli istinti indisciplinati del corpo e della mente. Cercavo di scolpire la mia personalità in un simbolo marmoreo di perfezione e immaginavo il risveglio come il completamento di questa grande opera. In questa ricerca, faticosa e ottusa, lo scompiglio e l’imprevedibilità della vita erano inevitabilmente un nemico giurato, o quantomeno un fastidiosissimo intralcio. Ero in lotta con me stesso. La mia fortuna è consistita nel fatto che sono sempre stato troppo sensibile per lasciarmi assorbire completamente dalla ricerca di realizzare un sogno. La mia testa dura è sempre stata controbilanciata da un cuore troppo tenero per avere successo nel mondo. I miei bisogni, i miei desideri e le mie tristezze si sono sempre espressi gridando, senza mai lasciarmi la possibilità di ignorarli troppo a lungo.

Il problema di quella fase della vita in cui ci definiamo come “spirituali” è che spesso, per aggrapparci a questa identità paradossale, abbiamo bisogno di rinunciare al nostro diritto a stare male. Generalmente, nelle prime fasi della nostra ricerca, questo rifiuto ci aiuta a conseguire dei benefici relativi: aggrediamo un po’ meno l’esterno, internalizziamo un po’ di più le nostre difficoltà e magari lasciamo cadere qualche abitudine malsana. Questo viene generalmente ottenuto mediante un moto di rifiuto verso gli elementi dell’esperienza che consideriamo sbagliati. Questo rifiuto istintivo è fondamentalmente un giudizio, ovvero un pensiero che dice: “tu sì e tu no”. Il problema è che il presente – beffandosi dei nostri giudizi – rimane sempre e irrimediabilmente integro. Per quanto giudichiamo, rifiutiamo e respingiamo ciò che si sta manifestando di fronte ai nostri occhi, questo non si tradurrà mai in una vera e propria espulsione di ciò che ci mette in difficoltà dal campo dell’adesso. Questo perché ciò che è semplicemente è, e non si può ammettere che non sia. Semplice, no?

Il movimento dinamico del tempo

Ma la mente non si arrende con facilità e la sua tentazione è quella di rinunciare a una postura rigorosa di contatto e ascolto del presente, ricercando il movimento dinamico del tempo. Fondamentalmente, se ciò che accade sotto i nostri occhi viene rifiutato, l’unica possibilità di fuga è quella di immaginare un futuro, più o meno prossimo, privo di quell’elemento disturbante (rabbia, paura, ansia, agitazione). A livello pratico, questo movimento si riflette sul nostro corpo come una tensione. La funzione di questa tensione è duplice: da un lato crea una sorta di rumore sensoriale di fondo che ci permette di distrarci dalla sensazione rifiutata, dall’altro proietta sull’immagine del futuro una prospettiva di agio e rilassamento che lo rende molto attraente. Ecco, questa dinamica è lo scorrere del tempo, ed è per questo che nell’ambito della meditazione diciamo che l’adesso è fuori dal tempo, o che trascende il tempo.

Per la maggior parte delle persone, un periodo di ricerca spirituale “nel tempo” sembra essere una tappa obbligata e personalmente sento che possiamo essere indulgenti con questo istinto. Per alcuni mesi o anni ci possiamo dedicare alla meditazione motivati da un rifiuto implicito della nostra sofferenza e in questo possiamo ottenere stati di concentrazione notevoli ed esplorare esotici orizzonti di esperienza.

Oggi mi viene da sorridere se penso che la mia ricerca di chiarezza e perfezione si è risolta
in una passione incontrollata per tutto
ciò che è strano e disordinato

Poi però questo distacco dal dolore si traduce in una partecipazione limitata alla danza del vivere, in una presenza distante e apatica e nell’incapacità di lasciarsi percuotere dalla bellezza. Quando notiamo quest’aridità, questa mancanza di sensibilità, piano piano il processo di distacco inizia a invertirsi e, a volte, come nel mio caso, questo succede tutto d’un colpo. Ci ritroviamo catapultati proprio nel cuore delle stesse sensazioni ed emozioni che abbiamo rifiutato, ora senza la possibilità di sfuggire alla loro ineluttabile presenza. Questo potrebbe essere interpretato come un fallimento spirituale e invece è proprio il frutto della meditazione. Siamo un po’ come un pesce che, per raggiungere la luna, spicca un balzo energico che per qualche istante lo eleva sopra il pelo dell’acqua. In quel breve attimo di volo il pesce può dimenticare le fatiche del suo stagno torbido. Poi però subentra la nostalgia per tutto quello che si è lasciato alle spalle: problemi, pensieri, relazioni faticose, ma anche la possibilità di vivere a pieno. A questo punto il volo si trasforma in una caduta libera ed è proprio la libertà di questa caduta che lo accompagna in questa re-immersione.

Barriera

Oggi mi viene da sorridere se penso che la mia ricerca di chiarezza e perfezione si è risolta in una passione incontrollata per tutto ciò che è strano e disordinato. Se da un lato apprezzo l’ordine e la pulizia delle vie del centro, con le loro botteghe riempite di merce luccicante e le loro caffetterie ammobiliate in stile, dall’altra sento il cuore raggiungere quando percorro i marciapiedi della Barriera di Milano. È una periferia come tante: grigia, stanca e graffiata dalle vite zoppicanti che la calpestano. Eppure esprime qualcosa di autentico, qualcosa di indomito, una cosa che le facciate stuccate del centro tentano di nascondere per pudore o per paura. In questo groviglio di umanità vedo riflessa l’immagine di tutto ciò che in me non si conforma agli standard morali e culturali che mi sono stati inculcati. Da questa prospettiva, la Barriera di Milano è un’illustrazione perfetta della vita, dei suoi incroci, della sua meraviglia e della sua tracotanza.

L’essenza di un percorso rigoroso di introspezione non sia spianare la vita a colpi di bulldozer e dinamite, ma riappropriarci di tutte le sue contraddizioni e amarle per ciò che sono

Amo gli spazi e le situazioni contraddittorie perché espongono alla luce del sole le mie stesse contraddizioni. Quelle sensazioni e quei pensieri contrastanti che, a ogni momento, attraversano uno spazio neutro e trasparente che potrei chiamare ascolto, essere o coscienza. Sono sempre più convinto che l’essenza di un percorso rigoroso di introspezione non sia spianare la vita a colpi di bulldozer e dinamite, ma riappropriarci di tutte le sue contraddizioni e amarle per ciò che sono. Al giorno d’oggi può sembrare un’eresia, ma mi viene da dire che la vita è bella.

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