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Foto di Eva Chen per Unsplash

Il giorno in cui ho smesso di combattere

Tempo di lettura: 4 minuti

Il messaggio che avevo recepito era molto semplice: pensare non va bene, e quindi, ogni volta che ti accorgi di essere assorto nei pensieri ritorna al respiro. Faccio fatica a discernere se queste fossero effettivamente le linee guida che ho ricevuto, oppure se la mia mente adolescente avesse condito ciò che mi era stato detto, reinterpretandolo secondo le modalità che mi erano più abituali. Quello che è certo è che questo tipo di approccio era qualcosa di condiviso, in modo più o meno esplicito, fra quasi tutti i fratelli monaci con cui condividevo la vita. Anche chi aveva già fatto qualche passo in avanti, e intimamente non credeva più nell’efficacia di questa modalità di azione, tendeva a evitare di trattare il tema con totale apertura. Fatto sta che per una decina di anni ho fatto un gran numero di tentativi, testardi e determinati, per sconfiggere il pensiero con la spada tagliente del respiro.

Capiamoci, non è che i miei sforzi non portassero nessun tipo di beneficio o miglioramento. C’erano giorni o addirittura settimane in cui le mie meditazioni mattutine erano riempite di un costante senso di gioia estatica, e di una profonda curiosità per quell’esperienza. Eppure, proprio quando avevo più bisogno di trovare un po’ di calma e di lucidità, questa pratica mi lasciava a piedi, limitandosi ad aggiungere uno strato di tensione e sforzo a una situazione già difficile. Insomma, c’erano dei benefici ma erano inattendibili, impermanenti, e miseramente imprevedibili. Ogni volta che pensavo di essere arrivato, un cambio di scena mi riportava proprio nel cuore delle mie fragilità emotive e relazionali. Al giorno d’oggi mi viene spesso da pensare che le esperienze estatiche di espansione e meraviglia che toccavo con una certa regolarità, e che sembravano suggerire un avanzamento nella mia pratica, in realtà erano proprio la corda che mi legava a un percorso che alla fin dei conti non poteva che rivelarsi insoddisfacente. 




Che cos’è realmente un pensiero? Come nasce e come muore un pensiero? 

Il primo passo per uscire dal tunnel di questo metodo è stato smussare un po’ il senso di giudizio che avevo verso i miei pensieri. Invece che pensare, “il pensiero è sbagliato”, ho iniziato a riconoscere che tutto sommato il pensiero è una funzione naturale della mente e che in realtà sta semplicemente facendo il suo lavoro. Questo è stato un primo tentativo di dissipare il mio rifiuto verso i pensieri, ma nel fare questo ero ancora un po’ timido e insicuro, e non mi accorgevo che tutto sommato stavo utilizzando questo ragionamento come sotterfugio per calmare, ovvero sconfiggere, i pensieri. Insomma, avevo solamente cambiato la superficie della mia relazione con essi, ma la mia avversione fondamentale rimaneva più o meno intatta. Ero un ambasciatore garbato e sorridente, che segretamente aveva ricevuto ordine di ostacolare un vero e proprio trattato di pace.

Tutto è cambiato nel momento in cui mi sono accorto di un fatto curioso. La frase, “non devi pensare”, è a sua volta un pensiero! Allora ho scoperto che stavo combattendo il vento con un ventaglio; stavo inconsciamente ritorcendo il pensiero contro sé stesso, aspettandomi che il risultato sarebbe stata un’esperienza di gioia e di completezza. Quel giorno il mio giudizio e il mio senso di rifiuto verso il pensiero sono crollati, e con essi la mia lealtà verso i metodi e le strategie che mi avevano accompagnato per anni. Ho perso la motivazione a contrastare i pensieri, e la cosa curiosa è che in questa assenza di coinvolgimento e di avversione, i pensieri hanno iniziato ad acquietarsi. Sembravano un gatto selvatico che, dopo avermi studiato per mesi o anni, finalmente si fidava a venirmi in braccio, anche se era ancora scosso da un brivido di inquietudine nervosa. Nonostante lo strascico di nervosismo, zampettava un po’, si appallottolava su sé stesso e si metteva a ronfare, infine con un senso di agio, affetto e soddisfazione. Tutto questo mentre io non muovevo un muscolo per paura di riattivare i suoi timori.

Ho iniziato a perdonare il rumore mentale che spesso mi accompagna, e tante piccole stranezze e fragilità caratteriali che fanno parte del mio vissuto.

In quel momento ho iniziato a coltivare una sorta di fascino per il pensiero. Mi sono accorto che per anni l’ho combattuto, senza nemmeno sapere che cosa fosse. Che cos’è realmente un pensiero? Come nasce e come muore un pensiero? Queste sono domande che pongo spesso nel contesto dei miei ritiri di meditazione, e sareste sorpresi di scoprire quanti praticanti esperti  non se le sono mai poste con totale onestà. Combattiamo per anni un nemico incappucciato, eppure nel momento in cui ci troviamo faccia a faccia con lui, invece che scoprire i lineamenti contorti e demoniaci di un vero antagonista, scopriamo il nostro stesso volto… “Luke, sono tuo padre”.  

Nel mio cammino di introspezione la prima domanda che mi sono posto è stata fondamentalmente, “chi devo combattere?” Il pensiero era solamente il bersaglio infelice che mi è stato proposto dal mio contesto culturale, ma sarebbe potuta essere tutt’altra cosa. Il fatto è che da diciottenne energetico ed esuberante che ero, cercavo una battaglia dove misurare le mie forze. Poi, con il tempo e una buona dose di legnate, la vita mi ha insegnato che ogni combattimento è sempre e primariamente una lotta con noi stessi, e allora mi sono raddolcito un po’. Ho iniziato a perdonare il rumore mentale che spesso mi accompagna, e tante piccole stranezze e fragilità caratteriali che fanno parte del mio vissuto. Detta in questo modo sembra quasi rassegnazione, e invece è proprio qui che l’esperienza mi ha portato a fare una serie di scoperte straordinarie. 

[segue]

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