Idee

Crolles, France
Crolles, France foto di Mathieu Odin

Liberi dallo sforzo

Tempo di lettura: 5 minuti

Nei prossimi mesi esploreremo le idee limitate e limitanti che intratteniamo a riguardo della libertà, con l’intenzione di creare uno spazio vuoto. Una dimensione interiore e intima priva di certezze e pregiudizi dove rivolgere l’attenzione all’esplorazione di ciò che siamo e non più di ciò che dovremmo essere. Questo è un viaggio fuori dai limiti del tempo e dello spazio, un ritornare a casa, nel luogo più intimo e più sconosciuto dell’intero universo… qui, ora. 

Camminare sulla vetta

Da qualche giorno a questa parte, tutte le mattine mi siedo, come d’abitudine, con una tazza di tè fra le mani, ma la bellezza del giorno che inizia è offuscata da una coltre di pensieri. La valle di Reaglie, investita dai primi raggi del sole, entra ed esce dalla mia consapevolezza, rivelando a tratti uno scorcio di quiete e di giocosità mattutina. Questo stato mentale mi ricorda le camminate in montagna, quando i sentieri di cresta sono avvolti da una foschia densa che collassa l’immensità dell’orizzonte in una specie di ventre materno, uno spazio piccolo e ovattato. Se non tendi l’orecchio verso ciò che non puoi vedere e non puoi sentire, puoi persino dimenticarti di camminare sulla vetta di un monte. Poi però c’è sempre un colpo di scena. Una folata di vento dirada d’improvviso le nuvole, o per puro caso si sbuca in un crepaccio di limpidezza fra due banchi di nebbia, e sotto i piedi si apre una vista mozzafiato. Creste, pietraie, pareti di roccia e, più giù verso la valle, boschi di abeti e di faggi, torrenti sinuosi e magari l’apparizione quasi onirica di un paese distante.


Se abbiamo reso l’eliminazione dei pensieri la missione della nostra vita forse è utile chiederci: «Qui, ora, in questo stesso istante,
qual è la realtà e la sostanza di ciò
che motiva il mio sforzo di non pensare?» 

Sono questi improvvisi momenti di limpidezza a permetterti di camminare nella foschia con il cuore proteso verso ciò che gli occhi non vedono. E allora anche il grigiore umido e avvolgente che riveste ogni cosa diventa una sorta di gioco; un nascondino senza tempo che a momenti inghiotte lo spazio e la bellezza, solo per creare nel cuore un senso di trepidazione che poi si scioglie in un moto di gioia all’improvvisa apparizione di un nuovo orizzonte.

Nelle prime fasi del nostro percorso di esplorazione interiore la meditazione ci insegna a condannare e a rifiutare i pensieri. Questo ha il beneficio relativo di motivarci a intraprendere una vita meno stimolante che permette ai pensieri di diradarsi con maggiore frequenza e ci mette a contatto con il benessere di fondo che accompagna il nostro essere. Purtroppo però lo sforzo di calmare i pensieri è una di quelle azioni paradossali destinate a fallire miseramente. Gli antichi comparavano questa azione a voler diradare le nuvole con un ventaglio, ma io sospetto che sia ancora più assurda; è un po’ come se volessimo creare un cielo limpido soffiando boccate di fumo.

La ragione è molto semplice: i nostri obiettivi non sono pertinenti al momento presente. Non possiamo accarezzarli, né fotografarli o metterli in bocca. Questo perché i nostri obiettivi sono semplicemente un pensiero, la rappresentazione mentale di un presente modificato e migliorato, ovvero un futuro. Quando ci viene detto di non pensare, il significato nascosto di queste linee guida è che dovremmo smettere di proiettare noi stessi nel futuro e donarci a un’esplorazione onesta di ciò che è, adesso, in questo stesso istante. Queste linee guida ci disconnettono dai nostri obiettivi mondani, ci invitano a mettere in pausa la programmazione del lavoro e delle vacanze o le mille preoccupazioni riguardo a come aggiustare le nostre relazioni, e ci invitano a stare qui, nell’unico luogo in cui siamo mai stati realmente, il momento presente. Il problema è che anche il momento presente può diventare un progetto e una preoccupazione. A questo punto della nostra esplorazione dobbiamo risolutamente sbarazzarci delle linee guida che ci suggerivano di non pensare, e la ragione è molto semplice: anche le parole che dicono «non pensare» non sono altro che un pensiero. Se abbiamo reso l’eliminazione dei pensieri la missione della nostra vita forse è utile chiederci: «Qui, ora, in questo stesso istante, qual è la realtà e la sostanza di ciò che motiva il mio sforzo di non pensare?»


Questo è un benessere che non sgorga dalle infinite pieghe del nostro senso di individualità
e separazione, ma dal nostro più semplice
e intimo senso di essere.  

A questo punto ci accorgiamo che ogni sforzo è motivato da un pensiero, e il binomio sforzo-pensiero, se lo osserviamo con cautela, si rivela essere un rifiuto implicito di ciò che è adesso, ovvero del momento presente. Quando, nel momento presente, la mia mente è avvolta da una densa coltre di pensieri, sorge immediatamente un pensiero che dice: «Smetti di pensare». In un primo momento può essere utile utilizzare questo pensiero come uno strumento di lavoro, ma è fondamentale sbarazzarsi di questo strumento il prima possibile. Altrimenti lo sforzo di non pensare può diventare uno sprone per spronare e motivare una mente che di per sé si sta già acquietando.

Non stiamo parlando semplicemente di lasciare andare il desiderio di fermare i pensieri, stiamo parlando di mettere fine a ogni obiettivo e a ogni scopo, anche quelli più belli e spirituali. Questo è il significato più profondo del mettere fine ai pensieri. Significa stare di fronte alla realtà di ciò che è completamente nudi e impreparati, senza nemmeno la capacità di offrire un giudizio su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Significa tornare a quello spazio di innocenza e di semplicità che era già presente quando siamo nati e che poi, nel nostro processo di crescita e formazione, abbiamo imparato a coprire con un gran numero di condizionamenti, ovvero di strutture di pensiero. Questo ci porta all’estrema semplicità del percorso di esplorazione di sé. È una semplicità così radicale da risultare incomprensibile. Ci dice semplicemente: smetti di cercare negli sforzi, perché sono tutti legati a un obiettivo futuro; e non finisce qui: una volta che hai preso a cuore queste linee guida smetti persino di sforzarti di non fare alcuno sforzo. A questo punto riconoscerai te stesso come lo spazio di coscienza che accoglie con naturalezza e leggerezza sia lo sforzo che il non-sforzo, sia il pensiero che il non-pensiero. Questo può sembrare un vortice di parole e di pensieri paradossali, ma c’è una ragione ben precisa per cui spingiamo la nostra ricerca fino a questo punto. In fondo a questa spirale scopriamo l’esperienza diretta di ciò che chiamiamo felicità, bellezza e magari amore. Una dimensione di benessere che non è opposta alle piccole miserie del quotidiano. Un benessere che include e accoglie anche pensieri disordinati, così come include e accoglie i rumori del traffico, un raffreddore o una mattina di pioggia. Questo è un benessere che non sgorga dalle infinite pieghe del nostro senso di individualità e separazione, ma dal nostro più semplice e intimo senso di essere.

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