Idee

Luci all'interno di una casa
Foto di Viktor Talashuk, courtesy Unsplash

Ogni esperienza è intima

Tempo di lettura: 4 minuti

A volte, prima di andare a dormire, mi capita di spegnere le luci e di restare qualche istante a guardare le stanze buie del mio piccolo appartamento. Nella penombra c’è qualcosa di affascinante in quegli spazi vuoti, immobili e silenziosi; una specie di presenza amica, qualcosa che istintivamente chiamo casa, pur non essendo esattamente un luogo. L’atmosfera si intensifica e si espande, come se in assenza dell’ingombro costante della mia mente pensante, gli oggetti avessero il tempo di dischiudersi, fondendo i loro confini con le ombre circostanti. Gli oggetti del mio soggiorno sembrano un po’ come tanti operai stanchi, che dopo una lunga giornata di lavoro, si tolgono finalmente divise e uniformi, e sciolgono le loro fatiche diurne nel tepore delle loro dimore ombrose. I questi brevi istanti, il cuore si mette a palpitare per l’emozione, e riscopro una gioia esplosiva che dal basso ventre si fa strada  fino al torace, dove si espande e si riversa sull’ambiente.

Momenti di gioia inattesa

In questa gioia c’è il ricordo di un’esperienza che, pur essendo estremamente semplice, è capace di portare un incredibile alleggerimento al peso del quotidiano. È il riconoscimento che tutto ciò che vedo, ascolto, o penso è fondamentalmente intimo. La mia educazione e la mia società mi hanno insegnato che le cose intime sono estremamente rare; eppure questi momenti di gioia inattesa sembrano proclamare proprio il contrario. Questa gioia è un’esperienza così vicina e così incoerente con le aspettative dei miei pensieri e delle mie convinzioni, che spesso risulta assolutamente invisibile. Se non ci diamo il tempo e lo spazio di osservare noi stessi con un po’ di onestà e di interesse, può darsi che finiamo per vivere una vita intera senza vederla dispiegarsi sullo sfondo delle nostre esperienze.


Se non ci diamo il tempo e lo spazio di
osservare noi stessi con un po’ di onestà e di interesse, può darsi che finiamo per vivere una vita intera senza vederla dispiegarsi sullo
sfondo delle nostre esperienze.

Siamo convinti che le cose, le persone e le esperienze siano intime, quando sono molto vicine a noi. Se mi do il tempo di rifletterci un po’ su, mi accorgo però che questa vicinanza non è qualcosa che può essere misurato con semplicità. Proviamo a fare un gioco: chiudendo gli occhi possiamo prendere velocemente coscienza dei nostri piedi. Una volta che abbiamo identificato la sensazione generale che li abita, proviamo a definire la distanza fra questa sensazione e me. In questo momento sono seduto al suolo con le gambe incrociate, quindi mi viene da dire circa 70 centimetri. Ora prendiamo consapevolezza rispettivamente delle mani, del torace e poi del naso, e cerchiamo di definire una distanza fra queste parti del corpo e il luogo dal quale sorge il mio sguardo. Ovviamente troveremo che il naso è molto più vicino alla sorgente dello sguardo che tutte le altre parti del corpo che abbiamo osservato; nel mio caso direi circa 10 centimetri. Ora proviamo a definire la distanza fra me e i miei pensieri. Istintivamente riconosco che i miei pensieri sono ancora più vicini del mio naso; direi a due o tre centimetri da me.


Quando osiamo osservare esattamente
il luogo in cui si trova questo io,
non troviamo assolutamente nulla.  

Possiamo divertirci a stabilire una distanza intuitiva fra noi e tutte le esperienze che incontriamo, ma il passaggio finale di questo gioco ci rivela qualcosa di inaspettato. Che cosa sono io a distanza zero? Cosa si trova nel punto esatto in cui io sono? A questo punto scopriamo, spesso con grande stupore, che il trono dell’essere è assolutamente vuoto. Fintantoché il mio sguardo rimane fissato verso l’esterno, ovvero verso gli oggetti e le esperienze, ho l’impressione che al centro ci sia qualcosa di solido che generalmente chiamo io o me, e che partendo dal luogo esatto dove si trova questo io sia legittimo stabilire delle distanze e delle gerarchie. Le cose più vicine, in senso fisico e psicologico, sono le più importanti, mentre quelle più distanti sono via via meno interessanti.

Nonostante questo, quando osiamo osservare esattamente il luogo in cui si trova questo io, non troviamo assolutamente nulla. L’incontro diretto con questo spazio vuoto può suscitare talvolta un po’ di confusione, di timore e persino una piccola angoscia. Queste reazioni iniziali sono dovute allo stupore di una mente che, suo malgrado, si trova a navigare in un luogo che non si conforma alle sue credenze e aspettative. La mente immagina che al centro della mia soggettività ci sia qualcosa di tangibile e misurabile, e invece siamo costretti ad ammettere che là dove io sono, non c’è assolutamente nulla. L’impatto con questo vuoto gravido e pulsante annulla ogni possibilità di distanza. Lo spazio si ripiega su sé stesso e scompare. Puff!

Come sarebbe mai possibile stabilire le distanze fra un naso e uno spazio vuoto? Il vuoto non ha inizio e non ha fine, ed è totalmente privo di un confine solido dove potrei appoggiare il mio metro e iniziare a misurare. Quest’esperienza rappresenta una totale sovversione delle nostre misure e gerarchie, che in seconda analisi si rivelano essere dei semplici pensieri appesi, anch’essi, nello spazio vuoto che è la mia nuda soggettività. Questo collasso dello spazio fisico rende di conseguenza ogni singola esperienza intima. Il mio naso, così come il profilo seghettato delle montagne o una stella distante milioni di anni luce, in realtà appaiono in uno spazio fuori dallo spazio chiamato Qui. Qui è la coordinata unica del mio senso di soggettività, e la mia soggettività è la matrice stessa del Qui. Qui io posso posare ogni pensiero e preoccupazione, e finalmente riposare. Qui io sono a casa.

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