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Nils Bohr e Albert Einstein a Laeken, Belgio, sotto la torre giapponese, 1932. Fonte Wikimedia Commons
Nils Bohr e Albert Einstein a Laeken, Belgio, sotto la torre giapponese, 1932. Fonte Wikimedia Commons

Satori a Copenaghen

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Se Bodhidharma era partito per l’Oriente (come recita, evocandone il mito, il titolo del film di Bae Yong-kyun del 1989, Perché Bodhi Dharma è partito per l’Oriente?) si potrebbe rovesciare la domanda e chiedersi perché, molti secoli dopo, Daisetsu Teitarō Suzuki sia partito per l’Occidente.

Suzuki è stato forse il principale mediatore moderno dello Zen verso l’Europa e gli Stati Uniti. Più che semplice divulgatore, è stato un traduttore culturale: ha trasportato concetti, pratiche e immagini provenienti da una tradizione religiosa e filosofica profondamente radicata nell’Asia orientale dentro il linguaggio intellettuale dell’Occidente moderno. I suoi scritti hanno contribuito in maniera decisiva a costruire quell’immagine dello Zen che sarebbe poi divenuta familiare a filosofi, artisti, scrittori, psicoanalisti, musicisti e, non ultimo, scienziati.

È significativo che la prima serie degli Essays in Zen Buddhism venga pubblicata nel 1927, proprio nel momento in cui la meccanica quantistica sta assumendo la sua forma teorica più radicale, tra Werner Heisenberg, Erwin Schrödinger, Max Born e Niels Bohr. Il dato cronologico è tutt’altro che marginale.

Suzuki non entra in Occidente in un momento di stabilità epistemologica. Vi entra mentre la cultura europea sta già sperimentando una crisi profonda delle proprie categorie fondamentali: materia, causalità, spazio, tempo, osservazione, identità. La fisica quantistica aveva aperto questa crisi a partire dal 1900, quando Max Planck, studiando la radiazione del corpo nero, aveva introdotto l’ipotesi che l’energia non venisse scambiata in modo continuo ma per quantità discrete, i “quanti”. Einstein, nel 1905, aveva radicalizzato quella intuizione proponendo che la luce stessa, in determinate condizioni, potesse essere descritta in termini di quanti di energia (quelli che più avanti verranno chiamati “fotoni”).

Sedici anni più tardi avrebbe ricevuto il premio Nobel per la fisica, assegnato nel 1921 ma conferito nel 1922, proprio per la spiegazione dell’effetto fotoelettrico (e non per la teoria della relatività). Nel frattempo, però, Einstein era già diventato un personaggio pubblico di dimensione planetaria. Il 29 maggio 1919 Arthur Eddington aveva osservato durante un’eclissi solare la deviazione apparente della luce stellare in prossimità del Sole, fornendo una delle prime verifiche spettacolari della relatività generale. Da quel momento la figura dello scienziato dai capelli ribelli diventa un’icona mediatica.


La nuova fisica e il pensiero Zen sembrano, ciascuno con strumenti propri e inconfrontabili, mettere in crisi una serie di separazioni che la cultura occidentale aveva a lungo considerato naturali.

La nuova fisica esce dalle università e dai laboratori e penetra nei giornali, nelle conversazioni, nella filosofia, nella letteratura. Parole come “relatività”, “quarta dimensione”, “atomo”, “probabilità”, “indeterminazione”, cominciano ad avere una seconda vita culturale. È dentro questa atmosfera che gli scritti di Suzuki arrivano ai lettori occidentali.

La nuova fisica e il pensiero Zen sembrano, ciascuno con strumenti propri e inconfrontabili, mettere in crisi una serie di separazioni che la cultura occidentale aveva a lungo considerato naturali: soggetto e oggetto, osservatore e osservato, materia ed energia, continuità e discontinuità, identità e relazione. E proprio qui si incontra uno dei nodi più affascinanti: per la fisica classica l’osservatore poteva essere concepito idealmente come esterno al fenomeno. Guardava il mondo, lo misurava, ne descriveva le proprietà e la natura possedeva caratteristiche definite indipendentemente dal fatto di essere osservata.

La meccanica quantistica rende questa immagine molto più problematica in quanto le proprietà che possiamo attribuire a un sistema dipendono dalle condizioni sperimentali attraverso cui vengono determinate. Heisenberg lo avrebbe espresso in una formula celebre: «Ciò che osserviamo non è semplicemente la natura in sé, bensì la natura così come viene interrogata attraverso i nostri strumenti e le nostre procedure». È una formula che acquista una risonanza particolare quando la si accosta alla tradizione Zen, nella quale l’opposizione rigida tra il soggetto che conosce e l’oggetto conosciuto viene continuamente sottoposta a critica.

Sul piano culturale l’effetto è enorme: l’osservazione non può più essere pensata come una finestra completamente neutrale sul mondo. Ed è qui che Suzuki diventa ancora più interessante. Lo Zen insiste sulla difficoltà di separare in modo assoluto colui che vede da ciò che viene visto. La conoscenza più profonda, nella sua prospettiva, non è soltanto rappresentazione concettuale. È esperienza. Non si tratta di aggiungere informazioni su un oggetto, ma di trasformare il rapporto stesso tra conoscente e conosciuto.

Questo è il terreno del satori e cioè un’esperienza improvvisa di risveglio, una comprensione intuitiva che non passa primariamente attraverso la concatenazione logica dei concetti.

Questo è il terreno del satori e cioè un’esperienza improvvisa di risveglio, una comprensione intuitiva che non passa primariamente attraverso la concatenazione logica dei concetti.

Suzuki dedica proprio al satori uno dei saggi fondamentali della prima serie degli Essays in Zen Buddhism. Satori non implica acquisire una nuova teoria sul mondo, bensì significa vedere diversamente ciò che era sempre stato davanti a noi. In questa prospettiva l’intuizione assume un significato particolare. Non è il contrario irrazionale della ragione, è piuttosto la possibilità di accedere a un livello dell’esperienza che il linguaggio analitico tende inevitabilmente a frammentare.

Pensiamo ai kōan. Un kōan è un breve racconto, una domanda, un dialogo o un paradosso attraverso cui il maestro Zen mette in crisi il funzionamento ordinario del pensiero discorsivo. «Qual è il suono di una sola mano?» non è un indovinello che nasconde una soluzione intelligente. È un dispositivo che manda in cortocircuito il meccanismo della domanda e della risposta. Non chiede di trovare la risposta corretta, ma di modificare la struttura mentale attraverso cui si cerca una risposta. La fisica quantistica, negli stessi anni, sembra produrre una collezione involontaria di kōan scientifici: la luce è onda o particella? L’elettrone passa da questa fenditura o dall’altra? Il gatto è vivo oppure morto? Einstein si domanda se la Luna esista anche quando nessuno la guarda. E Bohr gli risponde a questa e ad altre provocazioni intellettuali con affermazioni che sembrano paradossi filosofici.

È evidente che nel Novecento si produce in quegli anni quello che potremmo definire un campo di risonanza. Suzuki arriva in Occidente mentre la fisica sta disfacendo l’immagine meccanica dell’universo. Bohr e Heisenberg riflettono sulle condizioni della conoscenza. Schrödinger si interessa alle filosofie indiane. Più tardi David Bohm dialogherà a lungo con Jiddu Krishnamurti sulla coscienza, l’osservatore e il pensiero. Tutto ciò non costituisce una teoria unitaria, ma disegna una trama. Un ordito che esploderà definitivamente negli anni Sessanta e Settanta. È allora che la controcultura occidentale trasforma lo Zen in una presenza quotidiana. Jack Kerouac, Alan Watts, John Cage, la Beat Generation, il minimalismo…

Nel 1975 Fritjof Capra pubblica The Tao of Physics. È probabilmente il testo che più di ogni altro cristallizza l’idea di una corrispondenza fra fisica contemporanea e tradizioni mistiche orientali. Capra individua analogie tra la concezione quantistica della materia, l’interdipendenza dei fenomeni e le tradizioni hindu, buddhiste e taoiste. Per Capra: «Le recenti scoperte della fisica hanno mostrato che i concetti e le distinzioni dell’osservatore sono inseparabili dal fenomeno osservato, come insegna lo zen da secoli». Il successo del libro è enorme. Ma proprio quel successo genera un problema. Da quel momento “quantistico” diventa progressivamente una parola capace di significare quasi tutto: coscienza, spiritualità, energia interiore, guarigione, sincronicità, destino. Il confine fra analogia filosofica e affermazione scientifica comincia a sfumare. Nasce quel territorio che verrà indicato come misticismo quantistico, nel quale principi rigorosamente fisici vengono spesso trasferiti senza mediazione a fenomeni psicologici o spirituali.

Va invece sottolineata la questione linguistica (e in generale anche quella della formalizzazione). Da questo punto di vista il kōan diventa quasi una macchina linguistica destinata a mostrare il limite del linguaggio stesso e la fisica quantistica scopre qualcosa che, sul piano epistemologico, produce uno choc sorprendentemente simile: alcuni fenomeni non possono essere restituiti integralmente attraverso le immagini intuitive che utilizziamo nella vita quotidiana.

È qui che si potrebbe parlare di un satori della fisica. Non nel senso mistico del termine, piuttosto come esperienza intellettuale della rottura. Heisenberg racconta più volte lo sconcerto prodotto dalla nascita della meccanica quantistica. Schrödinger reagisce negativamente alle implicazioni probabilistiche della teoria che lui stesso aveva contribuito a costruire. Einstein non accetterà mai pienamente quella che considera una rinuncia alla descrizione completa della realtà. Bohr, al contrario, sembra trasformare progressivamente lo choc in metodo. Bisogna rinunciare alla pretesa che il mondo debba corrispondere alle nostre categorie.

La rivoluzione quantistica non consiste solamente nel fatto che esistano fotoni, elettroni, funzioni d’onda o livelli energetici discreti. Consiste anche nell’aver mostrato che la realtà può essere più ampia delle categorie attraverso cui tentiamo di descriverla. Ed è forse questo il campo in cui Suzuki e Bohr possono realmente incontrarsi. Non perché il buddhismo Zen contenga segretamente la meccanica quantistica. Non perché la meccanica quantistica dimostri scientificamente l’illuminazione. Ma perché entrambi obbligano l’uomo occidentale del Novecento a confrontarsi con lo stesso sospetto che la separazione netta tra soggetto e mondo, tra osservatore e osservato, possa essere in parte il prodotto degli strumenti concettuali con cui costruiamo la nostra esperienza.

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