Siamo creature alla deriva. Lanciati sulle maree della storia, dobbiamo aggrapparci alle cose, sperando che l’attrito del nostro contatto basti in qualche modo a contrastare le correnti che altrimenti ci porterebbero all’oblio.
Con questo fulminante, e allo stesso tempo poetico, attacco il famoso antropologo inglese Tim Ingold spiega perché le metafore del cerchio e della sfera, dei globi o delle bolle, che normalmente si usano per descrivere le persone e gli organismi non funziona. Perché ciò che viene a mancare è la sostanza, la qualità relazionale che invece è fondamentale. «Siamo linee» propone allora Ingold (come si evince già nel titolo del suo saggio pubblicato in Italia da Treccani) una diversa lettura: siamo linee, per l’appunto… siamo in movimento. Le nostre qualità contemplano la capacità di torcerci e fletterci, il principio che regola il nostro statuto biologico e sociale è la deterritorializzazione. Ci assembliamo dispiegandoci nell’ambiente.
Nell’arte di Chiharu Shiota si avanza tra tremori, ustioni e labirinti. Lo spazio si trasforma e si ibrida, comprende la matericità e l’aleatorietà, corpi, oggetti e spazi, tutti transeunti.
Mi è tornata alla mente questa potente visione di Ingold vistando la mostra Chiharu Shiota: The Soul Trembles dell’artista giapponese Chiharu Shiota ospitata al MAO (Museo di Arte Orientale) di Torino. Una mostra che, possiamo affermare senza timore di essere contraddetti, non lascia indifferenti. Fin da subito. Mentre ci si appresta a entrare nel primo ambiente espositivo siamo invitati ad attraversare un corridoio in cui su entrambi i lati si affastellano una serie di finestre in legno. Alcune piccole, altre grandi. Alcune sovrapposte altre che si toccano e altre ancora che aderiscono. Il tutto a comporre un mosaico della visione dal titolo Inside Outside. Una visione che si affaccia però su cosa? Probabilmente su di sé, sull’azione stessa del vedere. Una sorta di preambolo atto a facilitare il nostro incunearsi in un mondo che perde le proprie caratteristiche fisiche riconoscibili per diventare un sistema ibrido tra organico e ambientale. E infatti la prima sala esplode in tutto il fascino di cui è capace Chiharu Shiota con la sua opera dal titolo Uncertain Journey. Per terra giacciono una serie di piccole sagome di ferro che riproducono delle barche stilizzate. Sono piccole ma non piccolissime, della dimensione di un metro o poco più. Da queste barche si inerpica un telaio caotico di fili (di linee) rosse che vanno a intrecciarsi senza un apparente ordine a formare una tela algoritmica inquietante che sembra riprodurre l’apparato di vene di più esseri viventi come se fossero intrecciati, ibridati. Lo spettatore è chiamato ad attraversare questo ambiente come in un antro ancestrale riflettendo tra fuori e dentro, immobilità e movimento.
I corpi e gli oggetti si espandono nella visione dell’artista e mettono in crisi lo statuto stesso della realtà: «Penso al sogno della farfalla, della filosofia taoista» afferma Chiharu Shiota. «Un uomo sognò di essere una farfalla e quando si svegliò non riusciva più a distinguere tra il sogno e la vita reale. Non sapeva se fosse una farfalla che sognava di essere un essere umano o il contrario. Era confuso perché, una volta sveglio, aveva messo in discussione il suo senso della vita reale. Questo è ciò che intendo esprimere quando parlo di vita estesa, ovvero che non possiamo toccarla ma che è lì sicuramente.»
Nella “vita estesa” le antimomie non sono più tali ma sono comprese in una monade di senso per cui anche vita e morte non si fronteggiano bensì si amalgamano. Tutto è movimento e le barche sono lì a rappresentarlo con evidenza (come nell’opera Where are We Going?), così come le valigie dell’installazione Accumulation – Searching for the Destination. Instabili nel loro essere legate a fili (ancora una volta le linee) che vanno a costruire una scala fragile che non porta in nessun luogo. Nell’arte di Chiharu Shiota si avanza tra tremori, ustioni e labirinti. Lo spazio si trasforma e si ibrida, comprende la matericità e l’aleatorietà, corpi, oggetti e spazi, tutti transeunti. Ma soprattutto intrecciati, legati, uncinati, radicati in relazioni. Ne emerge un senso dello spirituale e del divino potente che può essere sintetizzato da una frase di Mircea Eliade riportata nel prezioso catalogo della mostra (Silvana Editoriale): «Ogni cosa sulla Terra è legata a un’altra, creando un unico, magnifico insieme». E l’insieme proposto da Chiharu Shiota è composto da oggetti piccoli e grandi, ricordi, simboli del passato… abiti, valigie, sedie, pianoforti. Un mosaico in cui ogni oggetto dirama fili, uncina passato, presente e futuro, lega materico e immateriale, corpi e spazi. Potremmo definirlo un afflato, riconducibile all’impermanenza del buddhismo, come appunta sagacemente la curatrice giapponese Mami Kataoka.





