C’è una domanda che attraversa tutta la fantascienza moderna: che cosa accade quando incontriamo una mente radicalmente altra? Non un nemico, non un dio, non un mostro, non semplicemente un’intelligenza (non per forza superiore), ma qualcosa che pensa in un modo talmente diverso dal nostro da rendere impossibile ogni vera comunicazione.
Stanisław Lem, autore polacco di fantascienza (ma questa definizione è davvero riduttiva), partendo dalle domande che la cibernetica si poneva, come quella sulla possibile comunicazione tra menti diverse, tra macchine, esseri umani e animali… Lem, si diceva, affronta in tutta la sua opera lo snodo fondamentale dell’incontro con l’alieno. Laddove il punto centrale non è tanto l’alieno in sé, che è non conoscibile, irrappresentabile, quanto l’essere umano di fronte alla sfida di conoscere ciò che è completamente altro.
Solaris di Stanisław Lem è forse il grande romanzo di questa impossibilità. Il pianeta Solaris è ricoperto da un oceano vivente, una massa apparentemente intelligente che gli scienziati osservano, classificano, studiano da decenni senza riuscire davvero a comprenderla. Non sappiamo se l’oceano voglia comunicare, se stia sperimentando, se stia sognando, se sia cosciente nel nostro senso del termine. Sappiamo soltanto che reagisce. Invia feedback, direbbe Norbert Wiener, il fondatore della cibernetica. E reagisce nel modo più inquietante: materializzando figure tratte dall’inconscio e dalla memoria degli esseri umani che orbitano attorno a lui. Ai ricercatori non offre risposte, ma apparizioni. Non spiega sé stesso: restituisce fantasmi. Il fantasma o l’allucinazione diventano così l’impalpabile e l’impossibile della comunicazione. Unico transfer.
L’alieno non è mai fuori (e questo Lem lo sa bene): è anche la struttura del nostro desiderio, il modo in cui proiettiamo forme, ricordi e fantasmi su ciò che non comprendiamo.
Ciò che colpisce è la sostanza di questa impossibilità. Innanzitutto il fatto che questa impossibilità però non preclude il viaggio, l’esperienza, il tentativo. L’uomo nello spazio sa di essere alla ricerca e sa di non poter comprendere eppure prova, tenta, studia. Sottomette l’oceano “vivente” di Solaris alla prova del suo intelletto. Lo interroga scientificamente. Appronta tecnologie in grado di sezionarlo, monitorarlo, registrarlo. Tutto inutilmente. La fotografia impietosa di questo distacco sta proprio lì: tra un oceano vivo, in perenne mutamento, organico e una stazione orbitante di metallo, rigida, razionale. In mezzo l’essere umano e i fantasmi di Solaris. Come a indicare lo scacco della tecnologia e l’eterno ritorno dell’umano.
Gli scienziati vorrebbero decifrare Solaris come un oggetto, ridurlo a sistema, farne una teoria. Ma il pianeta sfugge. Più l’uomo tenta di conoscerlo, più viene rimandato a sé stesso, ai propri desideri, colpe, traumi, attaccamenti. In questo senso Solaris funziona come una macchina meditativa terribile. Non consola, non insegna, non illumina. Costringe a vedere. L’alieno non è mai fuori (e questo Lem lo sa bene): è anche la struttura del nostro desiderio, il modo in cui proiettiamo forme, ricordi e fantasmi su ciò che non comprendiamo. Il romanzo sembra identificare il viaggio come percorso prima di tutto personale, psicologico e spirituale. Un percorso che sembra un cerchio. E che forse è una spirale. Un percorso di iniziazione, di illuminazione. Un percorso in cui l’unica verità possibile è quella del Dharma in tutta la sua terribile potenza.
Che cosa sia Solaris non è dato saperlo. Ciò che davvero possiamo fare è intuire che si tratti di una diversa forma di vita che trae linfa dalle relazioni, da una diversa concezione del tempo e dello spazio e che si insinua nei singoli ma anche nel tutto. Che racchiude una memoria che è quella dell’universo stesso. Il respiro di Solaris sembra essere quello dell’universo. Non è un caso che Tarkovskij, nella sua riduzione cinematografica, lo veda perennemente in moto ma sempre sferico. Illuminato, punteggiato da chiarori. Perfettamente stabile e pure perennemente in movimento.
La liberazione comincia quando smettiamo di
voler trasformare ogni mistero in proprietà,
ogni perdita in ritorno, ogni intelligenza
in immagine di noi stessi.
Come si diceva, la tecnologia risulta inutile alla comprensione, così come è troppo legata all’essere umano, alle sue idee, ai suoi concetti, ai suoi giudizi e alle sue logiche; eppure svolge un ruolo fondamentale. Permette di attivare il viaggio. È il dispositivo che mette in moto l’avvicinamento.
Eppure Solaris è l’opposto dell’idea occidentale di conoscenza come dominio. La scienza dei solaristi accumula dati, mappe, classificazioni, ipotesi, ma non arriva al centro. Non può comprendere l’incomprensibile. Quello può solamente essere intuito. L’oceano rimane opaco. In questo senso, Lem mette in crisi un sogno profondamente moderno, e cioè che ogni alterità possa essere tradotta in informazione. In questo la Cibernetica ha il suo scacco. Ma dove la Cibernetica non può arrivare possono insinuarsi l’intuito, i sensi, la meditazione.
Il buddhismo può aiutarci a tenere aperta questa differenza. Non tutto ciò che appare è reale nel modo in cui crediamo. Non tutto ciò che desideriamo ci libera. Non ogni ritorno è una guarigione. Non ogni intelligenza deve essere assorbita dentro le nostre categorie. Il mondo non è fatto per confermare il nostro io, l’altro non esiste per essere ridotto a nostro specchio. La liberazione comincia quando smettiamo di voler trasformare ogni mistero in proprietà, ogni perdita in ritorno, ogni intelligenza in immagine di noi stessi. Quando trasformiamo la tecnologia da strumento che aiuta la cognizione a oggetto cognitivo.





