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Testa di Kafka, Ross Sokolovski per Unsplash
Testa di Kafka, Ross Sokolovski per Unsplash

Odradek: la macchina che ha perduto il senso

Tempo di lettura: 5 minuti

Che Kafka subisse il fascino delle macchine è indubitabile e acquisito, basti pensare al grande transatlantico di America, alla macchina burocratica de Il processo, a quella punitiva e scritturale di Nella colonia penale, agli ascensori, ai telefoni, agli uffici, ai registri, agli apparati amministrativi, agli aerei visti e descritti a Brescia nel 1909 insieme a Max Brod, ai dispositivi della modernità che nella sua opera sembrano sempre sul punto di funzionare troppo bene o di non funzionare affatto.

Di queste macchine, Odradek è forse la più simbolica, proprio perché è la meno riconoscibile come macchina. Odradek appare neanche troppo fugacemente nel racconto La preoccupazione del padre di famiglia e ha come specifica caratteristica che non produce, non comunica, non trasporta, non punisce, non archivia. Non serve a nulla. E tuttavia è un congegno. Ha una forma tecnica, quasi artigianale, «un rocchetto piatto di filo, a forma di stella» con «pezzetti di filo strappati, vecchi, annodati e anche ingarbugliati fra loro». Al centro della stella spunta «un piccolo bastoncino obliquo», a cui se ne aggiunge un altro «ad angolo retto», così che il tutto può stare in piedi come su due gambe. Siamo davanti a un residuo e a un organismo, a una macchina e a un essere vivente. «Alcuni dicono che la parola Odradek derivi dallo slavo», altri «che derivi dal tedesco», ma nessuna interpretazione consente di «trovare un senso». Odradek nasce così: come problema etimologico fallito, come parola opaca, come significante senza genealogia. È già, nel nome, una macchina linguistica inceppata. Promette una spiegazione e la sottrae.


ha come specifica caratteristica che non produce, non comunica, non trasporta, non punisce,
non archivia. Non serve a nulla.
E tuttavia è un congegno.

Ma «naturalmente nessuno si occuperebbe di tali questioni se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek». Odradek esiste. E proprio perché esiste costringe a interrogarsi sul senso della sua esistenza. Non è una metafora che si possa liquidare, non è un’allucinazione, non è un sogno. Sta nelle scale, nei corridoi, nell’atrio, sul tetto. Appare e scompare. Torna. Abita la casa, ma non vi appartiene.

Walter Benjamin, nella sua riflessione sull’autore de Le Metamorfosi, riconosce in Odradek una delle figure più profonde dell’universo kafkiano. Non un simbolo da decifrare, ma il frammento di un ordine ormai illeggibile. Odradek è ciò che resta quando la tradizione ha smesso di consegnare significati stabili. È una rovina minuscola, uno scarto animato, un residuo del mondo che continua a vivere dopo la perdita della funzione. Per Benjamin, molte creature kafkiane appartengono a questa sfera del deformato e del dimenticato. Sono figure che portano ancora addosso i segni di una legge, di una colpa, di una promessa o di un compito, ma senza che noi possiamo più ricostruirne il senso.

Tutto ciò che muore, dice, ha avuto «una specie di scopo, una specie di attività sulla quale si è logorato». Odradek no. Non avendo funzione, non può consumarsi nella funzione.

Odradek sembra appunto «aver avuto in passato una qualche forma adeguata a uno scopo», e tuttavia Kafka subito nega questa ipotesi: «il tutto sembra certo insensato, ma nel suo genere concluso». Non è un oggetto rotto. È qualcosa di perfettamente compiuto nella propria inutilità. Qui sta il suo carattere perturbante. Le macchine moderne inquietano Kafka perché funzionano come apparati impersonali: il tribunale, l’ufficio, la colonia penale, la burocrazia. Odradek inquieta per la ragione opposta, e cioè perché non funziona per nulla, non serve, non obbedisce, non entra in nessun circuito produttivo. Anche se a ben vedere anche le macchine performanti della Modernità non sembrano poi funzionare benissimo (o meglio funzionano ma il loro fine è misterioso o addirittura aberrante come Nella colonia penale).

Per questo il padre di famiglia ne è turbato. Egli rappresenta l’ordine domestico, genealogico, borghese, la casa, i figli, la continuità, la trasmissione. Odradek, invece, si definisce senza fissa dimora seppure lo si vede sempre in casa. Sta dentro il dispositivo famiglia e allo stesso tempo ne è avulso. Quando gli chiedono «Come ti chiami?», risponde: «Odradek». Quando gli chiedono «E dove abiti?» risponde: «Senza fissa dimora», e ride. Ma la sua risata non è umana: è «come la può emettere chi è senza polmoni», «come il fruscio delle foglie cadute». Il punto più doloroso del racconto arriva alla fine. Il padre si chiede: «Forse che può morire?». Tutto ciò che muore, dice, ha avuto «una specie di scopo, una specie di attività sulla quale si è logorato». Odradek no. Non avendo funzione, non può consumarsi nella funzione.

Non lavorando, non si logora. Non appartenendo a un ciclo di produzione e distruzione, sembra sottratto persino alla morte. Da qui nasce il pensiero insopportabile: «Forse dovrà allora un giorno rotolare ancora per le scale trascinando i suoi fili arrotolati fra i piedi dei miei figli, e dei figli dei miei figli?». Non è la paura che Odradek faccia del male. Kafka lo dice chiaramente: «Certo, non fa danno a nessuno». Il dolore nasce da altro: «questa idea, che possa anche sopravvivermi, mi dà quasi un dolore».

Odradek è dunque una macchina del dopo. Sopravvive al padre, alla famiglia, alla genealogia. Non è l’eredità, ma ciò che resta al posto dell’eredità. Non il nome trasmesso, non il patrimonio, non la memoria ordinata, ma un rocchetto assurdo che rotola tra i discendenti. È il futuro come residuo incomprensibile. 

E proprio per questo ci riguarda ancora. In un’epoca ossessionata da dispositivi intelligenti, algoritmi, automazioni, reti e apparati tecnici sempre più efficienti, Odradek ci ricorda l’altra faccia della macchina: non la potenza, ma lo scarto. Non la funzione, ma il resto. Non l’innovazione, ma la sopravvivenza muta delle cose inutili.

Benjamin vedeva in Kafka non il narratore dell’assurdo astratto, ma lo scrittore di un mondo in cui il senso si è ritirato lasciando dietro di sé figure, gesti, oggetti, messaggi mai consegnati. Odradek è uno di questi messaggi. Non dice nulla, e tuttavia insiste. Non significa, e tuttavia non smette di chiamare interpretazioni. Forse la sua forza risiede nel fatto che Odradek non è una macchina che possiamo usare.

È una macchina che ci guarda sopravvivere. O meglio, che sopravvive al nostro bisogno di senso. In questo senso Odradek ci spinge da una parte verso l’abisso. Dall’altra potrebbe offrirci la possibilità di trovare un senso diverso, di trascendere. Questo in Kafka trovo straordinario: la possibilità di accedere ad uno spiraglio forse, seppure nel crepuscolo della modernità, che inesorabilmente non viene però colto. E quindi rimane l’inconcluso, la rovina Odradek al posto di una chiave verso l’assoluto e l’accettazione di altre categorie. L’accettazione forse di un “tramonto dell’Occidente” (per citare il poderoso saggio di Oswald Spengler del 1922 in cui interpreta la storia come il ciclo vitale di grandi civiltà-organismi, sostenendo che la cultura occidentale sia entrata nella sua fase finale di civilizzazione, razionalizzazione e declino). E magari il volgersi verso nuove vie che potrebbe coincidere con il viaggio di Bodhi Dharma per l’Oriente citando il famoso film Perché Bodhi Dharma è partito per l’Oriente? di Bae Yong-kyun. Ma in Kafka tutto ciò rimane impossibile.

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