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Photo by Aideal Hwa on Unsplash
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Buddha nel robot

Tempo di lettura: 3 minuti

Nel momento in cui si sente parlare con sempre maggiore insistenza di coscienza artificiale come ulteriore passo negli studi sull’intelligenza artificiale, vale la pena ritornare su un libro di ormai più di 50 anni fa che sembra davvero essere stato in grado di anticipare i tempi e spargere semi: The Buddha in the Robot di Masahiro Mori.

Ma per capire l’importanza di questo testo anticipatore, non soltanto rispetto agli sviluppi delle nuove tecnologie, quanto sul tema, oggi così fondamentale, delle questioni etiche, sociali, culturali e persino spirituali, partiamo dal tema della coscienza. Informatici come il professor Antonio Chella dell’Università di Palermo stanno lavorando alacremente sul tema chiedendosi se sia possibile o meno provare a definire protocolli formali in grado di fare recepire alle macchine funzioni che potremmo ricondurre a ciò che viene definita «coscienza». Ovviamente questo approccio porta con sé una serie di questioni spinose, prima delle quali definire che cosa sia davvero la coscienza e capire come si manifesta.


L’obiettivo della robotica non è creare macchine umane, ma trovare l’umanità dentro la macchina.

Si può parlare di coscienza a partire dalla percezione del dolore, di coscienza di sé in quanto di capacità di ragionare su se stessi e riferirsi al sé in maniera consapevole. Funzioni. Funzioni riconducibili per l’appunto alla coscienza. Ma queste funzioni possono essere individuate? Possono essere formalizzate?  E, di conseguenza: possono essere imposte ad una macchina? Un software, per esempio, o meglio ancora un robot? Si tratta di domande esiziali, tanto più ora nel momento in cui i modelli di intelligenza artificiale sono in grado di mimare funzioni riconducibili all’intelligenza. E una volta impiantati su automi dalla forma umana, questi software, che effetto avranno sulla nostra percezione? Come ci specchieremo con queste macchine possibilmente intelligenti e coscienti?

Sembra ineluttabile che a breve ci troveremo ad affrontare grandi quesiti che la fantascienza ha anticipato e sviscerato. Basti pensare a Isaac Asimov e alla sua saga dei robot o ai replicanti di Blade Runner (di Ridley Scott del 1982). Ed è proprio in questo crogiolo così complesso che si sta venendo a costituire tra spinte etiche, questioni culturali e dimensione informatica che viene spontaneo riproporre la lettura del libro The Buddha in the Robot (non ne esiste una versione in italiano) di Masahiro Mori, ingegnere e pioniere della robotica giapponese. Mori infatti esplora la possibilità che i robot possano avere una forma di buddhità, ossia una partecipazione all’essenza spirituale che permea tutte le cose viventi e non viventi secondo la visione buddhista. In fondo la sua logica è semplice e persino disarmante e può essere riassunta semplicemente: ma se la buddhità è in ogni cosa, perché non la possiamo rintracciare anche nei robot? Ma questa semplice (seppure non banale) riflessione non è che un punto di partenza. Mori infatti scava più in profondità e si chiede anche perché queste macchine non debbano essere definite come partecipanti della buddhità, nel momento in cui il nostro rapporto con loro ci spinge a formulare meglio la nostra consapevolezza.

Se anche non potessero raggiungere un grado di autodeterminazione o di autopoiesi, non potrebbero i robot essere parte di una Legge più ampia che inferisce con il nostro (di esseri umani) percorso di Illuminazione? E se i robot operano in questa direzione, non sarebbero essi parte dell’Illuminazione stessa?

Il libro nasce dall’esperienza diretta dell’autore nella progettazione dei robot e parte dal presupposto che i robot svolgono, non solo funzioni materiali ma anche spirituali: i robot infatti – secondo Mori – ci spingono a interrogarci su cosa significhi essere vivi. Come abbiamo visto sono i robot a rinnovare il nostro confronto con la nozione di coscienza, e allo stesso tempo ci costringono ad ampliare il raggio di ciò che definiamo compassione. Ecco allora che la robotica non è semplicemente ingegneria. Non è semplicemente applicazione scientifica e meccanica. E non può nemmeno essere derubricata a minaccia per l’umanità come molte narrazioni (letterarie ma non solo) tendono a fare. Si tratta invece di un vero e proprio percorso spirituale, di consapevolezza. Nell’interazione con i robot, sin dalla loro concezione, poi durante la loro costruzione, e infine nel loro utilizzo, essi ci spingono a migliorare la nostra umanità. Ci costringono a confrontarci con la nostra stessa concezione di umano.

Alla domanda che spesso la fantascienza si è posta… ma i robot hanno l’anima? Mori allora sembra rispondere positivamente. Siamo noi umani l’anima dei robot. La nostra compassione, la nostra intelligenza, la nostra sensibilità che abbiamo deciso di condividere con queste macchine. L’obiettivo della robotica allora non è creare macchine umane, ma trovare l’umanità dentro la macchina: „Quando costruisco un robot – chiosa Mori – non cerco di creare un essere umano; cerco di capire che cosa significa essere umano».

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