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A page from the book "Der Golem, Prager Phantasien, Lithographien zu Gustav Meyrinks Roman, von Hugo Steiner-Prag"
A page from the book "Der Golem, Prager Phantasien, Lithographien zu Gustav Meyrinks Roman, von Hugo Steiner-Prag", Wikimedia Commons, Center for Jewish History, NYC

Golem

Tempo di lettura: 5 minuti

La rubrica in cui si colloca l’articolo che state leggendo si intitola God and Golem, un evidente omaggio all’omonimo libro di Norbert Wiener, il terzo dedicato esplicitamente alla disciplina da lui fondata e chiamata Cibernetica. In God and Golem – che è una raccolta di saggi pubblicati in tempi e occasioni diverse – Wiener riflette sul rapporto che si instaura tra tecnologia e religione nel momento in cui la tecnologia è in grado di costruire macchine capaci di riprodurre funzioni come il pensiero, e in particolare il pensiero critico tipico dell’essere umano.

Prefigurando gli scenari in cui oggi siamo coinvolti (quelli dell’intelligenza artificiale, tanto per capirci), Wiener riflette sul termine “artificiale” connettendolo con quello di “natura”. Prova a immaginare una intelligenza artificiale, una vita artificiale, una coscienza artificiale. Si interroga su cosa significhi davvero parlare di macchine senzienti.

Il risultato di questa esplorazione critica è l’idea che la tecnologia orientata in questa direzione rischia di sovrapporsi, o addirittura di sostituire, la religione: ne recepisce i temi come creazione, libertà, libero arbitrio, responsabilità, bene e male. Il volume si pone come una delle prime e più significative riflessioni sull’etica delle macchine intelligenti.


Wiener riflette sul termine “artificiale” connettendolo con quello di “natura”. Prova a immaginare una intelligenza artificiale, una vita artificiale, una coscienza artificiale.

Significativo allora il riferimento al Golem. Il Golem è una sorta di metafora della tecnologia di nuova generazione. Condivide uno spazio mitologico e letterario con Prometeo, con Pandora e con Frankenstein, solo per citare gli esempi più famosi. Non più l’attrezzo, ma l’automa.

Oggetto di alcuni film come quelli di Paul Wegener: Der Golem (co-regia di Henrik Galeen) del 1915, il cortometraggio Der Golem und die Tänzerin (co-regia di Rochus Gliese) del 1917 e Il Golem – Come venne al mondo (co-regia di Carl Boese) del 1920, che si situano nell’alveo dell’espressionismo tedesco a fianco di altri capolavori come Il gabinetto del dottor Caligari (di Robert Wiene, 1920) e Metropolis (di Fritz Lang, 1927).

Ma anche di una rilettura fuori dai confini dell’espressionismo (seppure ne rechi evidenti tracce estetiche), come nel caso di Le Golem di Julien Duvivier del 1936.

Jorge Luis Borges dedica una sua poesia al Golem (Il Golem, 1958):

Il simulacro alzò le sonnolenti
palpebre, ravvisò forme e colori
che non intese, smagati in rumori,
e tentò pietosi stiramenti.

Il mito del Golem tra Bibbia, letteratura e teatro

Il Golem è una figura che trova le sue radici addirittura nella Bibbia e che conosce una grande fortuna nel Medioevo. La creatura d’argilla, creata da un rabbino e poi animata semplicemente imponendo la parola Emet (che significa “verità”), e poi ricondotta all’oblio tramite la cancellazione della “e” iniziale, così da trasformare la parola in Met (“morte”), echeggia la volontà di protezione ma anche di rivalsa del popolo ebraico, fatto oggetto di maldicenze, violenze, soprusi e pogrom in tutta Europa.

Nasce allora il mito del rabbino di Praga in grado di costruire il Golem, un automa, un simulacro, secondo la dizione di Borges, e difendere i confini del ghetto. Ma nasce anche il mito maledetto di una creatura che tende a sfuggire al controllo ed esplodere in tutta la sua irrazionale violenza.

Il testo teatrale Il Golem di Halpern Leivik del 1921, capolavoro della letteratura yiddish, ne mostra le fragilità, facendo del Golem una figura alla ricerca di una identità e di una appartenenza che, proprio per la sua natura di automa, non può avere. Il Golem si ritrova a essere uno strumento piuttosto che un individuo e finisce per assumere su di sé questa condanna, facendo esplodere una furia cieca che non risparmia nemmeno la popolazione ebraica che avrebbe dovuto difendere.

Leivik, un po’ come Mary Wollstonecraft Shelley nel suo Frankenstein (1818), prova pietà per la creatura generata da un uomo che si sente dio. “Figlio di un dio minore”, si ribella in maniera sanguinosa.

Il testo teatrale si apre addirittura con una supplica da parte dell’Ombra, che non è ancora il Golem: una richiesta al suo creatore di non crearlo, di non prelevarlo da quell’eterno fluire che sembra rimandare alla pace assoluta:

“Oh! Non crearmi, non portarmi nel mondo turbolento, per le strade abbacinanti!”

E ancora oltre:

“Non voglio vivere! Ero argilla mista alla sabbia e ai sassi della terra e passavo così da un’eternità all’altra, ciecamente beata!”

Gustav Meyrink, esoterismo e il Golem come metafora delle macchine intelligenti

Diversa è l’interpretazione di Gustav Meyrink, scrittore austriaco vicino al simbolismo. Meyrink è affascinato dall’occultismo, dall’ermetismo e dalle filosofie esoteriche. Affiliato alla teosofia tedesca, ne esce per contrasti con la vena arianesima che si sta facendo largo, ma rimane in contatto con Annie Besant, storica leader del movimento teosofico internazionale.

Echi della dimensione teosofica si possono leggere in controluce in tutto il romanzo. Meyrink entra anche nella loggia massonica Mystica Aeterna di Rudolf Steiner. Entrambe le esperienze sembrano condurlo verso la conversione al buddismo, che contraddistingue l’ultima parte della sua vita. E anche in questo caso, nel suo libro più famoso, sembra di poter ravvisare una ricerca interiore e persino i tratti di questa conversione in atto: quella al buddismo Mahayana.

A suo dire, logica conclusione di un percorso che affondava le sue radici nelle scuole occulte. Come si accennava, sembra di poter leggere in filigrana anche questo processo: in particolare nel travaglio della creatura che prova a costruire un proprio percorso attraverso la lettura, ma anche attraverso forme di educazione e persino di meditazione.

Elementi questi che non fanno del Golem solo una metafora perfetta delle macchine intelligenti contemporanee, che vivono di dati, alimentazione e prompt e che rimandano a un modello di training che sa tanto di “educational”, ma anche a una dimensione di ricerca interiore.

Non sembra un caso che anche Paul Wegener, il regista e attore prima ricordato che ha reso famoso cinematograficamente il Golem, sia passato attraverso un processo che, dalla magia moderna e dall’esoterismo, sia approdato al buddismo. Segno evidente di una appropriazione culturale che l’Occidente inizia a intraprendere già nell’Ottocento e che passa attraverso una sorta di “traduzione”, facilitata soprattutto dalla teosofia, ma anche da altre forme di pensiero e pratiche esoteriche che tentano il non facile percorso di una interreligiosità e di una sorta di sincretismo tra tradizioni spirituali diverse.

Il buddismo di Meyrink è il punto di arrivo di un processo spirituale che passa anche attraverso il Golem, simulacro di un essere umano che cerca se stesso nella relazione con gli altri e nel porsi la domanda sul mistero della sua creazione. Wegener, nel 1923, fonda una propria casa di produzione che si propone addirittura di realizzare un grande film sul buddismo (deceduto nel 1948, Wegener fu sepolto nel cimitero di Heerstrasse, in una tomba sormontata da una statua di Buddha prelevata dal giardino della sua dimora).

Ma tornando al Golem di Meyrink, il percorso della creatura è connesso strettamente con quello di tutti gli altri personaggi. L’automa, in qualche modo, incanala non solo il desiderio di divinità dell’uomo (si potrebbe persino dire la sua hybris di farsi come dio), ma soprattutto diventa lo specchio dell’innegabile connessione tra le persone e l’ambiente, e infine del sapere come strumento per l’illuminazione.

Il sapere diviene percorso comune, o quantomeno percorso fatto di condivisione. La macchina (perché, per quanto di argilla, di macchina si tratta) diviene, in questo incubo lucido che è il romanzo di Meyrink, un’ombra che si aggira nel ghetto di Praga, che respira del respiro dell’intera comunità.

Non una forma definita una volta per tutte, ma un’azione in costante divenire: una macchina che aggrega saperi e li ricombina all’interno di una comunità. Una macchina che scuote la coscienza del protagonista che, nel suo rapporto con il Golem (visto, non visto, pensato, sognato, proiettato?), intraprende un percorso iniziatico (occulto? esoterico? meditativo?) che porta a un “risveglio”, a una agnizione che teosoficamente è una illuminazione.

La macchina racchiude in sé, allora, non tanto il religioso, quanto la spinta al religioso. Spinge il protagonista a riconoscere sé stesso e il mondo, le leggi più profonde e nascoste, e a fare luce nel buio programmatico del ghetto di Praga, arrivando a una metamorfosi personale che è il tema stesso del libro e di quel Golem inseguito, e si potrebbe dire vagheggiato.

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