Idee

8. Limiti

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Le città di pianura è un film del 2025 di Francesco Sossai che ha vinto otto David di Donatello.

Racconta la storia di Carlobianchi e Doriano, due uomini che assieme a Eugenio hanno truffato per anni una fabbrica di occhiali, accumulando molti soldi. Eugenio detto Genio scappa in Argentina, Carlobianchi e Doriano spendono tutto per comprare una Jaguar, sulla quale girano il Triveneto in cerca dell’ultimo bicchiere, che non arriva mai.

Una notte incontrano Giulio, uno studente all’ultimo anno di architettura, e lo coinvolgono, nonostante le sue resistenze, in un viaggio che è una deriva alcolica tra pianure anonime punteggiate di bar.

A metà del viaggio, sempre più intrigato dalle avventure dei due cinquantenni, Giulio vuole capire dove stanno andando, dove sono in quel momento, dove si trovano luoghi già visti o in cui devono andare. I due uomini, infatti, si rifiutano di usare il GPS e viaggiano a naso, tra tentativi mancati e scoperte inattese.

Allora Carlobianchi disegna una mappa usando dei tovagliolini posati sul tavolo del bar e nel tovagliolino più in alto disegna “casa” tra linee seghettate che rappresentano montagne. Scrive anche il nome: CORNIA.

Cornia, nel folklore veneto, era una città di enormi ricchezze che Cristo punì per la sua avidità, seppellendola sotto una grande frana. Con le case rimasero sepolti anche i suoi tesori, che sono ancora lì, irraggiungibili sotto le rocce.

Cornia, da qualche parte nelle dolomiti bellunesi, forse tra Sedico e Sospirolo, è anche il luogo dove Eugenio ha sepolto una sacca piena di soldi che non ritroverà mai più.

Mentre lui è punito per la sua avidità, Carlobianchi e Doriano trovano il senso della vita in un viaggio dissipativo e senza meta.

La loro mappa, che regaleranno a Giulio come viatico esistenziale, è l’icona del doppio principio che abita la cartografia: da un lato il disegno che serve a orientarsi, a non smarrire la strada, dall’altro la pulsione a perdersi, per nascondersi nelle lacune che traforano ogni mappa.

Lì l’incompletezza è motore d’avventura, mentre l’itinerario è un percorso della memoria, una traccia dell’esserci stati, il nesso onirico con una vita che si sfilaccia e non conosce limiti nelle geografie reali e mentali. Qualche tovagliolo che tende a volare via, un bicchiere che prova a fermarne uno, alcune linee che sono strade, punti che sono luoghi, e una scritta favolosa che indica un’isola che non c’è. Ognuno di noi, per quanto ragionevole, ha una mappa così dentro di sé.

La serie “Controgeografie” è una continuazione del volume di Matteo Meschiari, Terre che non sono la mia. Una controgeografia in 111 mappe, edito da Bollati Boringhieri.

Idee

  • Scrittore e antropologo, Matteo Meschiari insegna Geografia culturale all’Università di Palermo. Tra i suoi interessi di ricerca ci sono il paesaggio in letteratura, i modelli abitativi dal Paleolitico all’Antropocene, l’arte preistorica e tribale, lo spazio percepito e vissuto in Occidente e nelle culture indigene. Rappresentante dell’antropologia narrativa, ha scritto e curato saggi, romanzi, poesia e libri per l’infanzia. Tra i suoi titoli più recenti: Artico nero. La lunga notte dei popoli dei ghiacci (2016), Neogeografia. Per un nuovo immaginario terrestre (2019), Antropocene fantastico. Scrivere un altro mondo (2020), Geografie del collasso. L’Antropocene in 9 parole chiave (2021), Landness. Una storia geoanarchica (2022), Kosmos (2023) e La fabbrica dei mondi. Geografie immaginate e Territà (2024), Terre che non sono la mia. Una controgeografia in 111 mappe (2025).

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