Misura 19 x 24 cm ed è il bozzetto che Harry Beck disegnò nel 1931 per elaborare una nuova mappa della metropolitana di Londra. Rigettata in un primo tempo perché troppo radicale, la cartina fu stampata a titolo di prova nel gennaio del 1933 in 750.000 copie, e in pochi giorni riscosse un grande successo di pubblico.
Beck era disegnatore tecnico presso il London Underground Signals Office e nel tempo libero, ispirandosi alle linee dei quadri elettrici, sviluppò un design e un linguaggio grafico iconico che fu imitato in tutto il mondo. Nasceva dall’intuizione che ai passeggeri non importasse l’accuratezza geografica ma solo la linea, la direzione e il nome delle stazioni.
Così, mantenendo i colori identificativi delle linee della vecchia mappa ufficiale, Beck distillò un diagramma schematico che semplificava, razionalizzava e ottimizzava l’uso dello spazio grafico guadagnando al contempo in sinteticità e chiarezza. Il tutto con un gusto estetico moderno che è stato accostato all’architettura e all’astrattismo geometrico di quegli anni. Una modernizzazione del design, ma soprattutto uno shift percettivo nell’idea di spostamento.
Abbandonando relazioni di scala, proporzioni e orientamento, la mappa di Beck ha ridefinito infatti il modo di immaginare il viaggio sotterraneo, sganciandolo dallo spazio concreto e immergendolo in uno spazio smaterializzato, virtuale, quasi un teletrasporto in cui si entra da un portale e si esce magicamente da un altro.
Più che spaziale, The Tube Map è temporale, dove i marcatori di tempo sono le stazioni e il loro conteggio dalla partenza all’arrivo. Un altro aspetto è l’enfasi data ai nomi in chiave “democratica”: persa la reperibilità del sito in una geografia reale, tutti i luoghi sono uguali, hanno lo stesso peso semiotico.
Per quanto riguarda le linee, invece, il fatto che siano inscritte in una griglia geometrica dove gli angoli sono tutti a 90 o 45 gradi, regolarizza i tracciati e trasmette la sensazione di un ordine superiore. In questo senso la mappa di Beck prende molto sul serio la tendenza cosmografica di tutta la cartografia, dove la massiccia eliminazione dei dettagli superflui che affollano il territorio produce una pulizia dello spazio, della funzione e del messaggio.
Qui, la traduzione di una complessità irriducibile in un diagramma ipersemplificato azzera il caos e genera un cosmo illusorio dove tutto funziona in nome del Progresso e del Regno. O quasi. Neck avviò una lunghissima battaglia legale per farsi riconoscere il copyright della mappa, ma non la vinse mai.
La serie “Controgeografie” è una continuazione del volume di Matteo Meschiari, Terre che non sono la mia. Una controgeografia in 111 mappe, edito da Bollati Boringhieri.




