Ci sono mappe di luoghi che non esistono più e mappe di luoghi che non esistono ancora. Entrambe ci mettono di fronte all’abisso del Tempo, ai suoi ricami, i suoi vuoti, i suoi paradossi. In genere ciò che si prova con vertigine è un senso di turbamento, come quando ci si rende conto che tutto è effimero e che la vita di ciascuno è in scadenza. È allora che ci si può ritrarre, ripiegando la mappa e negando l’evidenza, oppure ci si può immergere in essa ancora di più, fino a provare quella tristezza per presenze e occasioni perdute che chiamiamo nostalgia.
La cosa curiosa è che si può provare nostalgia anche per cose mai vissute, per tempi e mondi che sono troppo lontani per appartenerci, o anche solo immaginarli. Eppure, lo facciamo, seguiamo la seduzione di una rêverie tanto improbabile quanto potente che ci trascina nei pozzi di chi non eravamo o di chi non saremo mai.
La cartografia è sempre in bilico tra questo avere e non avere, tra essere e non essere, come questa mappa dell’Arcipelago Britannico nel 2119, anno in cui Ian McEwan ambienta il suo romanzo Quello che possiamo sapere (2025). Il mondo ha subito il Grande Disastro, l’Inondazione, le guerre nucleari locali, la popolazione mondiale si è dimezzata, la vecchia Inghilterra, con l’innalzamento dei mari, si è trasformata in una manciata di isole grandi e piccole tra le quali non è facile spostarsi a causa della de-evoluzione tecnologica e dei pirati del mare. In questo mondo le biblioteche sono state trasportate in cima alle aree montuose e chi si ostina ancora a studiare i vecchi manoscritti si confronta con il «mondo di prima», provandone una disperata nostalgia.
McEwan, spostandosi e spostandoci in quel mondo vuole farci guardare di profilo il nostro presente, pieno di follia, autodistruzione, stupidità, ma ancora carico di bellezza, diversità biologica, senso. La sua elegia nostalgica per un adesso che rischiamo di non vedere ci spinge a rispondere a una domanda cruciale, «che tipo di antenati vogliamo essere?» e, in modo più intimo, ci fa guardare dentro una mappa di terre remote verso cui il desiderio d’ignoto e gli inganni della memoria attirano il nostro lato nostalgico come il canto delle sirene. Esistono molte «mappe del futuro», tutte ci guardano da laggiù per farci riflettere sull’adesso-qui. Più o meno fantastiche, più o meno veridiche, ci fanno sdoppiare in un sé ipotetico che viaggia in un tempo altro, in un altro possibile, offrendoci un ripensamento, un’alternativa, una seconda occasione.
La serie “Controgeografie” è una continuazione del volume di Matteo Meschiari, Terre che non sono la mia. Una controgeografia in 111 mappe, edito da Bollati Boringhieri.




