L’Altrove, prima di essere un luogo pensato, immaginato, desiderato, è un modulo cognitivo che, radicato nella preistoria più lontana della nostra specie, aiutava individui e gruppi a situarsi rispetto all’ignoto. Vuoto da esorcizzare o da riempire di cose, di tensioni, di simboli, l’Altrove continua a lievitare in ogni mappa che guardiamo, anche la più “realistica” e “scientifica”, perché una mappa, per esistere, deve sempre togliere oggetti, eliminare dettagli, cancellare aspetti e livelli della realtà. Questa rinuncia operativa, nota come “paradosso della mappa” e riassunta nella formula “la mappa non è il territorio”, ci ricorda appunto che se una mappa dovesse rappresentare tutto dovrebbe essere grande tanto quanto la porzione di territorio che rappresenta, oppure si caricherebbe di segni a tal punto da diventare completamente nera. Per rappresentare, la mappa deve accogliere in sé la lacuna e questa lacuna è sempre un Altrove, perché allude a qualcosa che non è qui. Come dice Franco Farinelli, la cartografia ha un cuore di tenebra, e con questo intende dire che ha un lato notturno e che il rapporto tra rappresentazione e realtà non segue un vettore unico. La mappa è una rappresentazione della realtà, ma la realtà è la rappresentazione di una mappa che abita la nostra testa. In entrambi i casi, l’Altrove è un elemento generatore: quando guardiamo una mappa immaginiamo quello che essa rappresenta ma anche quello che ha tolto, quello che non c’è; quando guardiamo la realtà vediamo crescere in essa una mappa potenziale, un suo doppio schematico, un modello spaziale semplificato. Quello che qui interessa, però, è che in questo movimento di sistole-diastole tra mappa e mondo, tra mondo e mappa, succede sempre qualcosa di imprevisto, di non voluto, a volte di indesiderato: un lampo metaforico, un’intrusione fantastica, una deflagrazione mitica. Più o meno tutti abbiamo disegnato mappe immaginarie, come questa inventata da Claudio M. all’età di dieci anni, e anche se non ricordiamo ogni dettaglio ricordiamo il foglio bianco, le prime linee di contorno, il pulsare delle regioni vuote, la genesi per riempimento di un piccolo mondo da abitare miniaturizzandoci. In questo modo, risucchiati nella mappa, siamo andati altrove, e l’Altrove ci ha regalato stupore. Oggi, come adulti educati e occidentali ci sforziamo di trattare le mappe come semplici pezzi di realtà, ma le mappe restano soglie perigliose che si affacciano su isole di mistero.
La serie “Controgeografie” è una continuazione del volume di Matteo Meschiari, Terre che non sono la mia. Una controgeografia in 111 mappe, edito da Bollati Boringhieri.
- 2. Nostalgia
- 1. Nowhereland
- 9. Buio
- 8. Limiti
- 7. Linee
- 6. Soglie
- 5. Subcreazione
- 4. Trappole
- 3. Torbiere




