Jebel Qurma, Giordania. Lo chiamano Deserto Nero perché le sue rocce sono coperte da una patina scura fatta di ossido di ferro e di manganese. Percuotendo o graffiando questa “vernice” millenaria con un punteruolo di pietra o di metallo, appare il granito sottostante, di colore più chiaro. È così che si facevano le incisioni rupestri in questa parte di mondo, su vaste superfici e su rocce minori.
Jebel Qurma è costellato di cairn, pile di pietre a forma di cono con funzioni funerarie. Una di queste, il Cairn di Hani, presenta duecento rocce incise, scritte e istoriate. Risalente ai primi secoli dell’era cristiana, conserva anche un’immagine che racconta una realtà culturale molto più antica. A lungo interpretata come la rappresentazione pastorale di un recinto di capre, illustra al contrario una singolare pratica di caccia in uso nella regione, dal Paleolitico superiore all’Età del Ferro. Consisteva nella costruzione di “mega-trappole” per catturare orici e antilopi, specie di enormi imbuti fatti di muretti e recinti di pietra in cui la selvaggina veniva spinta dai battitori.
L’immagine inscena in maniera eloquente la dinamica e le sue fasi, tanto da dare l’impressione di un’azione in movimento. Quello che però rende importante questa incisione è la sua natura topografica, che trascende la dimensione narrativa. Queste mega-trappole, note come desert kite, erano trasformazioni antropiche di interi paesaggi che interessavano aree di svariati chilometri quadrati. I muri di guida potevano infatti misurare anche quattro-cinque chilometri, mentre il recinto finale poteva raggiungere l’ampiezza di un ettaro. La Pietra di Hani, dunque, pur somigliando alla visione aerea di un modesto recinto, rappresenta al contrario una topografia in cui il salto di scala implica un livello di astrazione superiore.
Mentre un recinto può essere abbracciato grossomodo da un unico sguardo, il desert kite può essere apprezzato nella sua interezza solo se osservato da un aereo vero e proprio. Chi, dunque, lo ha graffito sulla roccia non l’ha mai visto in realtà se non con gli occhi della mente. Per disegnarlo, insomma, ha dovuto immaginarlo. Siamo in presenza così di una doppia “trappola”, da un lato una geografia concreta che serve a catturare animali, dall’altro una mappa mentale in cui restano impigliate immagini e idee. Non sappiamo perché questo dispositivo si trovasse sulla tomba di Hani. Come chi l’ha graffito, possiamo solo immaginare un qualche nesso tra una terra vasta e i suoi piccoli umani.
La serie “Controgeografie” è una continuazione del volume di Matteo Meschiari, Terre che non sono la mia. Una controgeografia in 111 mappe, edito da Bollati Boringhieri.




