Questa mappa, fatta dallo sciamano evenki Vasiliĭ Sharemiktal dell’area del fiume Podkamennaya Tunguska, mostra un rituale di guarigione.
Al contrario di altre mappe sciamaniche che illustrano di solito un percorso nell’aldilà, qui a essere rappresentato è il mondo degli umani.
La particolarità della mappa è l’idea ecosistemica che la sostiene, resa leggibile dalle linee che partono dallo sciamano – in basso a sinistra, calato nel suo costume, in atto di battere il tamburo tra i membri della comunità – e che legano esseri e luoghi in una fitta rete di interdipendenza. In basso a destra, un uccello si tuffa a capofitto in un buco, la soglia tra il mondo degli umani e quello degli spiriti.
La sua funzione di animale-guida, o di anima in viaggio tra i mondi, non è di mero tramite, di agente in transito: Stabilisce un nesso di reversibilità tra due strati del cosmo che si specchiano l’uno nell’altro.
La rete di legami, di cui l’uccello assieme allo sciamano è uno dei due bandoli della matassa, entra tutta in connessione con l’altro mondo, come un circuito elettrico o neuronale che si accende non appena l’animale penetra col suo becco l’Altrove.
L’idea soggiacente è che naturale e sovrannaturale sono allacciati in una doppia ecologia, una struttura multidimensionale che connette da un lato umani, animali, piante, case e forme del paesaggio, dall’altro luoghi e abitanti dell’aldilà.
Questo ci illumina anche sulla dinamica della cura, che in contesto sciamanico è efficace proprio perché intervenendo sulle anime dell’altro mondo si ottiene una ricaduta diretta sul corpo dei malati in questo mondo.
Le linee della mappa, che illustrano propriamente dei sentieri, ma anche l’azione di percorrerli e il legame che stabiliscono tra esseri, luoghi e momenti nel tempo, sono infine la traccia del livello metacognitivo della rappresentazione, che non si limita a illustrare un’azione o uno stato delle cose, ma intercetta un livello metanarrativo.
Siamo in presenza cioè di “istruzioni per l’uso” per come lo sciamano le ha apprese, le pratica e le insegna al potenziale apprendista.
Ciò detto, l’aspetto più complesso della mappa è quello in apparenza più leggibile: il foro come idea di soglia. Fessura nella roccia, buco nel terreno, apertura per il fumo nel tetto della yurta sembrano tutte immagini autoevidenti del passaggio liminale. In realtà, l’ecologia narrativa sottesa a questa cosmovisione ci invita a leggerle non come semplici pertugi ma come gangli-sorgente, come punti di irradiazione sistemica.
La serie “Controgeografie” è una continuazione del volume di Matteo Meschiari, Terre che non sono la mia. Una controgeografia in 111 mappe, edito da Bollati Boringhieri.




