Questa mappa stradale del Settecento rappresenta una porzione della Contea di Derry in Irlanda del Nord. Corrisponde alla pagina 279 del Maps of The Roads of Ireland di George Taylor e Andrew Skinner, pubblicato a Londra nel 1778. Il principio fondamentale della controcartografia è che una mappa ne nasconde un’altra: come un paesaggio mentale depositato nella memoria condiziona la percezione di un nuovo paesaggio, allo stesso modo una mappa più vecchia si incistata in maniera invisibile in una più recente, infestandola come un fantasma. In questo caso, quella più recente è la mappa mentale di Seamus Heaney, premio Nobel per la letteratura nel 1995. Esattamente duecento anni dopo la pubblicazione della carta del Settecento, Heaney pubblica un libro, Preoccupations, in cui parla anche della sua relazione con i luoghi rappresentati nella mappa antica, in particolare i villaggi di Magherafelt, Castledowson e Bellaghy. Allineati su una strada che oggi è occupata dal rumore quasi permanente di autovetture, difficilmente camminabile per il viandante che voglia immergersi nei paesaggi di un’Irlanda sedimentata nella memoria estetica e immaginifica a cui ci hanno abituato tanta letteratura e tanta cinematografia, questi nomi sulla carta sono stati per Heaney dei focolai poetici radicati nell’infanzia. Lungo il fiume Moyola, rappresentato qui come una sinuosa linea nera che sfocia nel Lough Neagh, nella parcella numero 16 della mappa antica, sorgeva Mossabown, la fattoria natale del poeta. A questi luoghi Heaney ha dedicato poesie che hanno il potere di riconnettere il presente a un’epoca mitica, quella dell’Irlanda celtica e quella dell’Irlanda lacerata dalle contese tra Cattolici e Protestanti. Prendendo frammenti di paesaggio, usi contadini, memorie rurali, personaggi locali come il fabbro, il rifacitore di tetti di giunco, il padre alle prese con una vacca gravida, la madre sepolta in cucina a preparare sapori scomparsi o nella stalla a mungere, Heaney va alla fonte di un mistero della terra e degli umani che parla di quelle che Tolkien chiamava le “cose permanenti e fondamentali”, quelle che ancora possono metterci in connessione con un’antropologia eroica e quotidiana. Il bambino-esploratore, il bambino-naturalista che scorrazzava tra torbiere, argini, campi di rovi e stagni pullulanti di vita primordiale è stato il vero cartografo intuitivo di un mondo che la mappa del Settecento ha registrato per viaggiatori meno attenti. Tra le due mappe, un lievitare di corpo, terreno e parola poetica.
La serie “Controgeografie” è una continuazione del volume di Matteo Meschiari, Terre che non sono la mia. Una controgeografia in 111 mappe, edito da Bollati Boringhieri.




