L’infanzia è la ferita: un cimitero di auto bruciate.
Una volta, da bambini, io e il mio amico C siamo finiti lì: in un cimitero di auto bruciate.
Nell’infanzia, le geografie implodono, le latitudini ondeggiano, le meccaniche celesti crepitano. Non si sa come e perché finisci in un luogo. Si vive per apparizioni: tutto appare, tu ti muovi, ma non sai di esserti mosso. In realtà, ti senti fermo: e il mondo attorno a te è una cesta di serpenti in movimento.
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E così non saprei dire come e perché fossimo finiti lì. So solo che non è un luogo che consiglierei di frequentare a due bambini di otto o dieci anni. Era un luogo che non consiglierei a nessuno.
Scheletri di macchine carbonizzate. Puzza di gomme bruciate. Parabrezza spappolati, o peggio: fitti di ragnatele di vetri, pronti a esplodere.
E così, in quello scenario elegiaco, abbiamo avuto alcune di quelle grandi idee che da bambino metti in atto, e poi per tutta la vita ti chiedi “Perché?” (salvo poi scoprire, che le azioni che compi da adulto hanno altra forma, certo: ma sono ancora più dissennate).
La prima: lanciare delle pietre sui parabrezza crepati, ma non ancora esplosi del tutto. Vince chi lo distrugge per primo.
La seconda: entrare in alcune di quelle carcasse, e immaginare di aver fatto un incidente. E poi di sopravvivere e consolarci con delle caramelle (In una auto, infatti, avevamo trovato delle Mentos carbonizzate).
Poi però incontrammo due esseri viventi.
Il primo: una donna che ci sembrava vecchia ma che avrà avuto massimo trent’anni. Occhi bellissimi di pesce. Capelli sporchissimi di forfora e grasso.
«Andate via da qui» disse. «Qua tutto potrebbe esplodere da un momento all’altro.»
Ci siamo spaventati e ci siamo messi a correre lontano, verso chissà dove.
E proprio correndo verso l’uscita abbiamo fatto il nostro secondo incontro.
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Ma intanto voglio dire questo: quando penso all’infanzia la immagino così, come quel posto. Un luogo in cui tutto potrebbe esplodere da un momento all’altro. Adesso che ci penso non è solo l’infanzia: a volte, quando penso a noi, umani, sangue rosso, lacrime salate, a tutta la nostra vita, penso a quel cimitero di auto bruciate: un luogo dove tutto potrebbe esplodere da un momento all’altro.
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In queste piccole lezioni dall’universo, abbiamo spesso parlato delle false piste deviate dei ricordi, di ciò che nuota dentro di noi e che, quando risorge a galla, prende la sua strada: alghe, microplastiche, coralli, relitti, foreste di kelp.
Non sapremo mai la loro verità. Ma tutto è vero e non vero. E dunque la ricordo così: fu proprio quel giorno che, fuggiti dal cimitero delle auto bruciate, il mio amico C mi disse una frase che, credo, ricorderò per tutta la vita.
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Se mi è tornata alla mente proprio ora questa frase che mi sembrò indicibile, è perché qualche giorno fa ho incontrato, per strada, il mio amico P. Era preoccupato. Suo figlio, R, otto anni, era al campo estivo, fuori città, per qualche giorno. E quando è tornato era diverso. Non voleva mangiare. Aveva qualcosa da raccontare. Dopo un po’ di indagini, l’unico aneddoto emerso era questo. Una sera, lui e altri due bambini erano in camera. Uno dei bambini aveva rivelato qualcosa di abissale: mio padre non c’è più, aveva detto. Mio padre è morto. A R era arrivato in faccia al buio. Aveva appena scoperto che anche i papà finiscono. Lo sapeva già, certo. Ma questa era la purissima conferma. Non era questo però, il più profondo motivo del suo dolore. Forse era un altro. Era il commento del terzo bambino.
Alla frase: «Mio papà è morto», il terzo bambino aveva risposto: «Godo».
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AI Overview sottolinea che l’uso di questa parola «è colloquiale e a volte scurrile, sdoganato fortemente su piattaforme come Twitch e TikTok».
E certo che quel bambino avesse attinto quella parola dalla famiglia, o chissà dove. Anche se non sono uno psicologo, sarei certo che non volesse fare del male. Che fosse il primo scudo di protezione di cui disponeva.
È altrettanto certo, tuttavia, che è possibile vedere racchiuso, in queste sole quattro lettere, tutto il dolore del mondo.
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Quando ho salutato P, sono andato a casa, e mi sono accorto che non avevo mai salutato P. P, ciò che mi aveva raccontato, era con me, dentro di me. Ho provato a localizzare le sensazioni del corpo, un certo verticale disagio: si aggirava attorno allo stomaco.
Impossibile non ritornare a quei momenti di più di trent’anni prima.
Impossibile non pensare a quel giorno: il giorno del cimitero delle auto bruciate.
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L’infanzia è un cimitero di auto bruciate.
La mia – come quella di molte altre, meno di quella di molte altre, più di quella di molte altre: perché non esistono classifiche del nero – è stata piuttosto bruciata.
Le cose degli umani non hanno gerarchie definite, e così ciò che mi disse quel giorno C rappresenta sempre, da più di trent’anni, una ferita aperta. Altre più profonde sono riuscito a chiuderle nel tempo. Questa, più piccola, è ostinata. Forse non l’ho curata abbastanza.
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E così tornammo dal cimitero delle auto bruciate, spaventati dall’incontro con la donna dagli occhi bellissimi di pesce e con il più classico dei sensi di colpa: cosa avrebbero detto le nostre mamme – i papà non l’avrebbero mai saputo – se avessero saputo dove eravamo finiti?
E così ci siamo seduti nel cortile, che era per noi più di una casa.
E così abbiamo guardato la casa di Giuditta, nel palazzo accanto.
Giuditta era una nostra amica. Con lei giocavamo a nascondino. Con lei scoprivamo il punto d’unione tra la fine del gioco e l’inizio del sentimento. Qualche settimana prima, la sorella di Giuditta si era buttata dal balcone. Era morta sul colpo. Ora eravamo lì, nel silenzio.
Fino a che, C disse: «Le serrande sono sempre chiuse».
E si mise a ridere sfrenatamente.
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Le serrande sono sempre chiuse, perché in quella casa è arrivata la morte, voleva dire C. Ma sono piuttosto convinto che non aggiunse la seconda parte. Ciò che aggiunse però fu, appunto, una risata lucidissima, beffarda: a lei è successo, a noi no.
Forse, nel 2026, avrebbe detto: «Godo».
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Una notte, da bambino, ho sognato che entravo in una stanza e c’era una parola che volava, e non riuscivo a leggerla, volevo afferrarla, volevo sapere la verità, eppure la parola volava, non si faceva prendere, e appena sembrava che le mani fossero vicine, la parola accelerava il suo volo, si librava nell’aere, e poi, a un certo punto, sembravo averla presa, ce l’avevo in mano, ora potevo leggerla.
Ma la parola cambiò forma, si fece affilata, si fece coltello: mi ferì sul braccio. Poi si accartocciò su sé stessa.
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Le parole si difendono. Le usi per difenderti, e a volte offendi per difenderti. A volte le usi per dire l’indicibile che non vuoi dire. Che non sai dire. L’indicibile che se solo sospettassi di poter pronunciare non pronunceresti. Tutto il dolore del mondo. Le parole hanno paura e si difendono: e se ne vanno per la loro strada.
Un uccello vola per volare. Un pesce nuota per nuotare. Le parole cambiano forma: si fanno scudo, si fanno crepa, si fanno cielo, si fanno urlo, si fanno amore.
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Un giorno di qualche mese fa, sono tornato in Molise, dove sono cresciuto, e ho incontrato C. Era affettuosissimo. Emanava una certa pace. Mi ha raccontato che faceva volontariato in una casa di accoglienza. Naturalmente, non c’è alcuna possibilità che, dentro di lui, ci sia una qualche consapevolezza di aver detto, più di trent’anni fa, una frase così terribile. Di aver gioito, per così dire, per proteggersi, per una morte.
Anche questa formula, “avere detto”, è falsa: la sua bocca la pronunciò, ma non l’ha detta veramente. Era solo un suono venuto da chissà dove.
Le parole.
Mentre guardavo negli occhi questo quarantenne, che mi restituiva un affetto profondo capace di testimoniare una vicinanza di cui ero ignaro, pensavo ad altre parole.
Sorgevano dalla memoria, a ricordare, ricordare, ricordare: la nostra natura oceanica.
Io, che da adulto, dico una cosa terribile a mia madre: “La mia tragedia è stata crescere in quel ventre”.
E non so se ci siano parole più feroci.
*
Io e C ci abbracciamo forte, per salutarci.
Ma poi, quando ci stiamo per salutare per l’ultima volta, si ferma e mi dice: «Ti ricordi quando siamo andati al cimitero delle macchine bruciate».
Sì.
Me lo ricordo.
Parliamo della ragazza con gli occhi bellissimi di pesce.
Della nostra paura.
E poi mi ricorda il secondo incontro con una forma di vita, lì, nel cimitero delle macchine bruciate.
Quando stavamo per uscire, spaventati dalle parole della ragazza, non so perché, ma lì, in questo inferno meccanico, spuntò fuori una gallina.
Eccola, me la ricordo.
Ci viene incontro, e sembra, non so perché, felice di essere lì.
Sembra volerci dare il benvenuto.
Se aspettassimo un po’, ci farebbe delle uova, per gentilezza, anche lì: sull’asfalto rovente.
Ma noi no, abbiamo troppa fretta, la paura è l’uscita d’emergenza della fretta.
Ci chiediamo perché ci fosse una gallina in quel posto infernale, e ci mettiamo a ridere.
Poi C ritorna serio e mi dice: «Ho sempre pensato che fosse un segno di vita».
Mi dice “segno di vita” con lo sguardo di chi, queste parole, le ha pensate per trent’anni.
Poi ci siamo abbracciati, come amici di tutta la vita.
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