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Foto di tombino su strada
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Piccole lezioni dall’universo #9: i bambini sono santuari

Tempo di lettura: 7 minuti

I bambini sono santuari. 

Mi torna in mente questa frase, in questi giorni, in queste settimane, in questi mesi. Una frase che non so dove io abbia mai letto, una frase che non so se sono stato io a scrivere da qualche parte. 

Un giorno, un mio amico mi ha raccontato che aveva, in casa, un’invasione di blatte. E che la loro presenza lo faceva soffrire talmente tanto da dover prendere la decisione ineluttabile: chiamare la disinfestazione. 

A quel punto, arrivò un signore, con non so quale macchinario. Il mio amico, terrorizzato dalle blatte, vedeva in questo professionista la Salvezza in persona. L’uomo, però, non rispettò le aspettative e dichiarò che sì, avrebbe disinfestato, avrebbe sterminato un po’ di blatte, e per un po’ le cose sarebbero andate a posto. Ma era solo un’illusione. 

Vede, disse il professionista al mio amico, non si può nulla contro le blatte. Lei deve immaginare l’intera città non come la vede, con le banche, i bar, i ristoranti eleganti. Ma in un’altra maniera. Lei deve imparare a guardare quello che non si vede: quello che c’è sotto la città. Sotto la città, sa cosa c’è? L’inferno. Miliardi di miliardi di blatte. Sono loro a dominare la città, non gli abitanti, il sindaco, l’arcivescovo. Lei deve cambiare completamente prospettiva: qua, tra le luci dei lampioni c’è la finzione. Sotto, laggiù, c’è la vita vera: l’esplosione di blatte che dominano il mondo. Io faccio la disinfestazione, disse il professionista al mio amico. Ma è come farsi la barba la mattina. Uno si guarda allo specchio, ed è contento, si sente tutto ordinato. Ma il giorno dopo la barba ritorna. Ed è sempre più bianca. Sempre più bianca. Sempre più bianca. 

Ha capito?

Ora faccio il mio lavoro, come mi ha chiesto. 

Ma lei non si libererà mai delle blatte, disse il professionista al mio amico terrorizzato dalle blatte. 

*

Se mi sono messo a parlare delle blatte, è perché sono piuttosto convinto che, oltre alle blatte, laggiù ci sia dell’altro. Potrei chiamarli “relitti-fonico-visivi”, come già altrove mi è capitato di fare ma, per sua natura, si tratta di una definizione sommaria. 

La città, il pianeta, però, mi pare proprio così: tu cammini, vai al bar, vai al lavoro, in biblioteca e in lavanderia, e intanto, laggiù, c’è tutto un mondo che ribolle, che noi non vediamo. È un mondo pronto a esplodere, a venire a galla, in piccoli lapilli, talvolta oceani di lava, talvolta piccole mareggiate. Sono le parole. Sono le frasi. Sono le parole che qualcuno ha pronunciato, e che girano girano negli ipogei, nelle cripte, nelle catacombe e poi, prima o poi torneranno su, per essere pronunciate da un’altra bocca. 

E poi, mescolate a loro, senza nessun dipartimento distaccato, senza la necessità di un altro governo, ci sono le Parole Non-Dette. Quelle parole che non sono state dette mai, mai da nessuno, mai in quel modo, mai in quella forma. Forse, prima o poi, voleranno da qualche parte, in qualche bocca lontana. 

Le più interessanti, però, quelle di cui il sottosuolo trabocca sono altre: Le Parole Che Non Saranno Dette Mai. 

Queste sono diverse. 

Sono le parole che erano pronte per essere dette in quel momento esatto, eppure… no: qualcosa non ha funzionato, la bocca non ha parlato, qualcuno o qualcosa glielo ha impedito, è mancato il coraggio, c’è stato un qualche pudore e tutto si è fermato. Poi il momento se n’è andato, e le parole si sono immobilizzate. Hanno atteso qualche minuto, hanno sperato ancora di essere dette, hanno auspicato che forse c’era un errore di programmazione: non era quello il loro momento, forse era un momento poco più in là, tra qualche momento. E invece no. 

Le Parole Non Dette a quel punto capiscono il loro destino e si tramutano in Parole che Non Saranno Dette Mai. 

Tornano laggiù, nel sottosuolo. 

Tornano alla loro natura di blatte: pronte a non essere dette mai, ma anche, allo stesso tempo, a ricordarci, con la loro stessa esistenza, la nostra stessa natura. 

*

I bambini sono santuari.

Lo penso in questi giorni, in queste settimane, osservando mio figlio da vicino: essendo stato messo al mondo, la sua natura, come quella di tutti noi, è perennemente sottoposta a mutamento. A condizionamento. Così, lo sento dire parole che non sono sue, come capita a tutti i genitori. Parole o frasi come: “Sei cattivo”. Addirittura “Che palle”, udita non si sa dove, e con gran trasalimento da parte mia. Lo vedo schernire, con il sorriso, al grido di non mi hai fatto niente, faccia di serpente. 

Veniamo messi al mondo, bipedi tremolanti, entrando subito in contatto con la possibilità della morte. Quando usciamo dal ventre, dopo avere intrapreso l’odisseico viaggio in quel cunicolo nero, non resta che piangere, mentre tutto attorno a noi sorride. Quanta luce. Troppa luce. 

Già siamo unici. La luce che vedo io, la prima volta che sono stato messo al mondo, è diversa da un’altra, che è diversa da un’altra. Ogni luce è unica e irripetibile. Ogni momento è unico e irripetibile. 

Poi passano i mesi, e il linguaggio del mondo, pian piano si insinua in noi. 

È come una perdita d’acqua dal soffitto: alla lunga, la casa è allagata. 

La casa è allagata dalle persone che hai incontrato, dalle esperienze che hai fatto. 

La casa è allagata dalle parole che hanno detto gli altri, e che sono diventate le tue. 

*

I bambini sono santuari perché una parte di me li vorrebbe immacolati dalle furie del mondo: dalle parole del mondo.

Sapendo benissimo che non è possibile, e sapendo benissimo che sarebbe controproducente – è con la polvere, la cenere, le lacrime, la memoria che un umano e un santuario fanno loro stessi – mi limito a sperare questo: che ci sia, da qualche parte, in noi, in tutti noi, un processo di rinnovamento quotidiano.

Che non sia necessario rifare tutto dalle fondamenta, come accade al Grande Santuario shintoista di Ise in Giappone: santuario che, a testimonianza della nostra mutevolezza, viene completamente smantellato e ricostruito dalle fondamenta ogni vent’anni. 

Basterebbe smetterla di provare a essere santuari in realtà. 

Bisognerebbe provare a prendere le nostre giornate e a farne un santuario, un tempio. 

Vivere le nostre giornate come un tempio è un atto rivoluzionario, mi vado dicendo mentre cammino per il quartiere a un ritmo anti-cittadino.

Mentre la politica ti vuole infelice, la scuola ti vuole obbediente, il governo ti vuole in gabbia, noi costruiamo il nostro tempio interiore. 

Con la meditazione, inspiriamo il mondo, espiriamo nel mondo. 

Siamo nel mondo, e diventiamo il mondo. 

Tentiamo, pur essendo portati alla servitù volontaria enunciata da Étienne de La Boétie, di abbracciare la libertà. 

Libertà vuol dire morire a tutto ciò che appartiene all’ieri. 

Rinascere a ogni respiro. 

*

E intanto, da mesi, un ricordo si è conficcato come un trapano nella mia mente. Spunta fuori all’improvviso, come una blatta in cucina. 

Sono bambino, anzi un ragazzino. 

Non sono un santuario.

Avrò dieci, dodici anni. Forse addirittura quattordici. 

Anzi, sì, ne ho quattordici e infatti sono in motorino. 

Vivo nel mio quartiere da sempre, e nel quartiere, come in tutti i quartieri, siamo pieni di parole: le Parole che Dici ma non sono le Tue. 

Dietro queste parole, ci sono i sentimenti che dici, e che non sempre sono i tuoi, sono quelli degli altri, forse di nessuno. 

Tra i tanti bambini, le tante bambine di questo quartiere popolare, ce n’è uno, si chiama Danilo, lo conosco da sempre. 

Danilo lo conosco da sempre, non lo conosco da mai. 

Danilo, forse, è timido. 

Parla poco, è solitario. 

Forse lo sono anch’io. 

Danilo, però, sa quello che vuole, da sempre. 

È da quando è bambino che dice cosa farà da grande: il prete. 

A noi, nel quartiere, i preti non ci piacciono. 

Danilo, allora, nella sua timidezza, si fa simbolo di ciò che non ci piace. 

Poi lo perdo di vista. 

*

Lo perdo di vista, anche perché intanto sono diventato grande. Ho addirittura lo scooter per andare in centro. Ho altri amici. Ho una nuova piazza da frequentare. 

E questo è il ricordo che mi si è conficcato in testa. 

Una sera esco, vado in piazza, e trovo due persone che conosco. 

Non sono amici, non fanno parte del nostro gruppo ristretto. 

Ancora non metto il cavalletto, e già capisco che c’è qualcosa che mi devono dire. 

«Lo conosci Danilo F.?» mi chiedono. 

«Sì» rispondo io. 

Ed è quello il momento in cui sto per dire ciò che non riesco a dire: mi sta antipatico. Danilo mi sta antipatico. 

È un sentimento che, ora, a distanza di venticinque anni, sono certo che fosse parte di un contagio. Un sentimento inautentico, partito da chissà dove verso chissà quale direzione, per quel grumo di ritmi e sguardi di cui è fatto lo strato invisibile dei rapporti umani. 

Danilo mi sta antipatico, sto per dire, ma non faccio in tempo, perché uno di loro fa una faccia strana: fa un gesto con tre dita, che significa ciò che non è possibile pensare. 

Eppure lo dice: «È morto». 

Lo dice in dialetto, e ancora oggi intravedo in quella frase una sua certa forma di adrenalina, per la notizia così dirompente.

«S’è muort» dice. 

Danilo è morto. 

A quattordici anni. 

Andava in bicicletta nelle campagne, e l’hanno investito. 

L’investitore è fuggito.

Tuttora, venticinque anni dopo, non so se il suo corpo sia stato mai ritrovato. 

*

Questa rubrica è, per chi la scrive, una forma di contemplazione. Da quando esiste, rintuzza ogni giorno la mia vita con inneschi antichi, tiene sempre acceso il fuoco della mente. Sarà forse per queste piccole lezioni dall’universo, che non sono altro che piccole lezioni dell’universo, che da giorni, settimane, mesi, penso a Danilo. 

Penso, con il senso di colpa che ci hanno insegnato da sempre, a quelle parole: le Parole Che Non Saranno Dette Mai.

Danilo mi sta antipatico. 

Venticinque anni di senso di colpa per delle parole non dette, solo pensate: per quelle Parole che non Saranno Dette Mai. 

Pur non pronunciate, quelle parole se ne stanno lì, ora, spingono per venire a galla, sono autentici relitti in protesta: pieni di vita.

Non hanno alcun senso, non ne hanno mai avuto senso, mi dico qualche giorno fa davanti allo specchio. 

Guardo questo volto che mi pare completamente sotto attacco dalle furie del tempo. 

Eppure anche oggi, sono vivo.

Anche oggi, aprire gli occhi e il fascio di luce che entra dalla finestra. 

Anche oggi, i piedi scalzi sul pavimento, e il freddo che si irradia su tutte le gambe. 

Anche oggi, guardare questo volto allo specchio, due occhi, un naso, due orecchie, un sopracciglio sregolato, un nuovo piccolo strato di barba sulle guance. 

Anche oggi, la gola, le mani, il gomito, le unghie. 

Anche oggi, le corde vocali. 

Anche oggi, l’addome. 

Anche oggi, la schiena verso il cielo, le gambe come radici, le braccia in rivolta. 

Le braccia: non sanno stare ferme. 

Le vene: non sanno stare ferme. 

I respiri: non sanno stare fermi. 

I nostri cuori, stamattina, non sanno stare fermi.

*

I nostri cuori, stamattina, non sanno stare fermi, mi dico, pensando a Danilo. 

E ancora, dopo venticinque anni, vorrei dirgli che no, non è vero, non mi stai antipatico, e che vorrei tanto che la tua vita non si fosse fermata quel giorno. 

Penso alla parola “antipatico”, e ora mi sembra come quelle blatte: è ancora qui, nel sottosuolo, per ricordarci, con la sua esistenza, la nostra stessa natura. 

Vorrei dire, ora, e non glielo dirò mai, a Danilo, questa semplice banalità. 

Ma vorrei che la sapesse.

Che, cioè, se anche fosse diventato prete, oggi, non avrei avuto nulla in contrario: ho smesso di dividere gli umani per categorie. 

Di sicuro non avrei preso la comunione, non mi sarei confessato, non ora.

Ma mi piace pensare che sarei andato a trovarlo, per chiacchierare non della destra, non della sinistra, ma dell’alto. 

Di ciò che vibra in alto. 

Di ciò che vibra in noi, scintillanti santuari in disfacimento.

Ma anche di ciò che vibra in basso, pronto a sgorgare, come le blatte, tra le crepe dei nostri asfalti interiori.

Per ricordarci, entrambi che, come scrisse qualcuno, non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale, ma esseri spirituali che vivono un’esperienza umana. 

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