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Piccole lezioni dall’universo #2: tutti bambini

Tempo di lettura: 5 minuti

Da qualche tempo, ho preso l’abitudine di guardare le persone che incontro per strada dritte negli occhi e di pensarle bambine. Anzi, più che pensarle: vederle.

Quasi sempre, l’immagine si forma immediatamente. C’è solo un piccolo momento magico, che precede quella rivelazione: la retina recepisce l’immagine di quel corpo attuale, quel volto tempestato di rughe o decorato da una ferita, e lo assorbe. A quel punto, mi sembra di vivere un momento di buio e luce insieme, in cui tutto si ricompone e si riformula, in cui il fantasma del presente si fa carne e ossa del passato.

E così tutto appare. Per arrivare alla luce, insomma, bisogna passare dal buio, e poi da una sostanza che sembra essere fuori dal tempo, e che non è né buio né luce, e che è appunto sia buio sia luce.

Io lo chiamo: il momento buio-luce.

È quel momento in cui tutto si azzera, e le cose prendono tutt’altra forma: una forma che era nascosta ma che, ora che è qui, visibile nella sua invisibilità, si fa molto più autentica di quella che appare agli occhi.

Non importa che di fronte a me ci sia un’ottantenne o un ventenne, che la sua pelle sia accartocciata o levigata, che il naso appaia bulboso o perfetto: ora di fronte a me c’è una bambina, o un bambino.

Naturalmente questo cambia tutto.

Le persone di fronte ai miei occhi diventano come dei palloncini, e sembrano volare come fanno i bambini, finché le loro strade non vengono – goccia dopo goccia o violentemente in un sol colpo – deviate verso quel costante stato di agitazione-scetticismo-paura-rabbia-ansia, che un mio maestro di meditazione ha chiamato «febbriciattola»: quello stato, ormai dato per scontato, tale da divenire parte fondante della nostra identità, di febbrile turbamento, come chi vive con un costante 37.3 sul termometro e si abitua a tal punto da non considerarlo neanche più un innalzamento di temperatura.

Questa pratica quotidiana mi pare trasformativa per gli occhi di chi guarda, occhi di chi, come tutti, ha a sua volta nel database un ricco strumentario di difese verso il mondo. Quando siamo distratti, quando siamo nella macchina identitaria che guidiamo per tutta la vita, tendiamo a introiettare la divisione, la separazione, la difesa, senza accorgercene. E allora camminiamo e un passante ci sembra ostile, un altro va troppo lento, un altro troppo veloce, e un altro è il tuo vicino di casa e non ha risposto al tuo saluto… e io, io, io…

Esercitarsi in questo gioco di riportare tutti alla loro infanzia – tutti a volare! – è il personalissimo e rudimentale strumento interiore che ho ideato per essere più accogliente, più spazioso verso il mondo.

Azzardo che questo metodo rappresenta il mio personalissimo filtro per praticare la metta (la pratica della gentilezza amorevole) fuori dal cuscino e nella vita quotidiana: un modo come un altro per essere presente e per inceppare l’ingranaggio io.

Quando ho raccontato a un mio amico di questa pratica sempre più costante nella mia vita, mi ha chiesto quando avessi iniziato, come e perché. Non ho saputo rispondere, ma ora, a distanza di tempo, credo di saperlo.

*

Quanto è grande il peso invisibile che ci portiamo dietro?

Quello fatto di tutte le cose che ci sono capitate, di tutti i modi di stare al mondo che abbiamo assorbito nei decenni, sin da quando eravamo ancora nella culla?

Quel giorno sono al supermercato con mio figlio di 3 anni. Vivo settimane difficili, un’agitata crisi interiore causata da un evento esterno. Naturalmente cerco di stare nei recinti di una qualche armonia e di una qualche presenza, ma sono di fatto una bomba a mano pronta a esplodere.

Ogni volta che io e mio figlio andiamo al supermercato commentiamo i prodotti, e lui ci tiene a partecipare alla grande pesca dagli scaffali. Anzi, più che partecipare, a esserne il protagonista.

Gli ricordo che va preso lo yogurt, lui lo sceglie, lo prende, lo mette nel carrello con afflato notarile. Oppure è lui a proporre l’acquisto di un prodotto e, a parte fascinazioni comprensibili come i palloncini o gli stuzzicadenti per snack a forma di bandiera, le proposte sono piuttosto ragionevoli.

Quel giorno poi è in stato di grazia: in un perfetto equilibrio tra efficienza e meraviglia.

Siamo in una corsia un po’ stretta e lui si china a prendere un brick di latte. Io sono dietro di lui, a pochi centimetri, che lo aspetto, alla guida del carrello. Dietro di noi sopraggiunge un signore, posso sentirne il fiato sulle spalle. Potrebbe tranquillamente superarci, anche se la corsia è stretta, perché lo spazio c’è. Ma non lo fa.

È una questione di pochi secondi.

L’uomo sbuffa sonoramente, mio figlio sta cercando di afferrare il brick e lo rallenta. Io dico ad alta voce: «Piccolino, facciamo passare questo signore, che credo che vada di fretta».

È più un messaggio al signore – come a dire «prego, può passare» – che al bimbo, che assolutamente non ostacola il passaggio.

L’uomo risponde: «Non è che ho fretta, è che siete maleducati».

*

Quello che segue è un momento di esplosione incontrollata, di rabbia irrefrenabile.

Dalla nascita sono stato abituato a difendermi (se devi difenderti, vuol dire che fuori c’è qualcuno pronto ad attaccarti) e, per un’offesa così gratuita, custodisco un armamentario piuttosto vasto che va – a seconda del mio livello di armonia interiore – dal lasciare andare all’ironia alla tecnica del rovesciamento («Deve perdonarmi moltissimo, e la ringrazio per avermi fatto notare la mia maleducazione»), fino alla difesa secca e abbaiante («Le consiglio di andare a casa, dove il mondo sarà più clemente»). Ciò a cui non sono abituato, però, è che questa aggressiva gratuità sia applicata a mio figlio, un bimbo di 3 anni, che – per quel nulla che conti – è peraltro, in quel momento, perfettamente impeccabile.

La mia reazione è talmente dirompente e furibonda, che le guardie del supermercato accorrono e non per difendere lui; ma perché hanno addirittura ipotizzato che, data la mia reazione spropositata, l’uomo avesse palpato il bambino.

L’uomo è completamente immobile, totalmente vitreo, come congelato dalla paura.

Dopo l’esplosione furibonda si allontana e nel frattempo, in quell’istante, mi rendo conto del disastro che ho appena compiuto: mio figlio mi guarda a sua volta spaventato e mi chiede, quasi piangendo, «perché, perché, perché?».

La furia, però, non è ancora terminata.

Dopo neanche un minuto, ci ripenso su e mi sembra che la mia reazione sia stata ancora insufficiente. Intanto l’uomo è alla cassa, e allora torno da lui, ancora esagitato.

Di nuovo urla.

Di nuovo silenzio: l’uomo si fa immobile in piena tanatosi.

Poi, tutto finisce.

*

Poco dopo siamo a casa e provo a elaborare quanto è accaduto. Per difendere mio figlio, gli ho mostrato il modo peggiore per difendere un figlio. L’ho spaventato. Gli ho in qualche modo detto che la vita è un assedio, e che bisogna difendersi e che il modo ideale per difendersi è esplodere.

Ripenso alle parole che ho detto a quell’uomo. Non c’era nulla di sbagliato. Non c’erano insulti, accuse, parolacce. Gli avevo fatto notare, con attenzione linguistica per il rispetto, che non era possibile chiamare «maleducato» un bambino, senza alcun motivo, che era a tutti gli effetti un’aggressione.

Ma lo avevo fatto urlando.

Invece di fare ciò che si fa in meditazione – osservare la rabbia e vederla passare – mi ci ero aggrappato fino alla morte: e così la rabbia non solo diventava parte di me, ma diventava me.

Io ero la rabbia.

*

Spiego a mio figlio cos’è successo. Papà ha sbagliato. Gli chiedo scusa, e la parola mi sembra troppo poco. Gli chiedo: scusa, scusa, scusa. Gli dico che avrei dovuto chiedere scusa anche a quel signore, nonostante ci avesse aggredito. Certo, tutto è iniziato da lui, anche lui ha sbagliato, ma questo poco conta. La mia reazione è stata spropositata.

A quel punto, nella sua lingua scoppiettante di treenne, lui mi dice qualcosa che, tradotto nella nostra noiosa lingua piana di adulti, risuona più o meno così: «Papà, ma se quel signore fosse stato un bambino, tu avresti reagito allo stesso modo?».

E poi, ancora: «Anche quel signore è stato un bambino. Forse è ancora, in qualche modo, un bambino».

È stata una rivelazione: un autentico momento buio-luce.

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