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libro aperto su un tavolo

Piccole lezioni dall’universo #3: il passato non è mai passato

Tempo di lettura: 4 minuti

Qualche settimana fa, ha citofonato il postino e mi ha detto che era arrivato un pacco. Sono andato a prenderlo, ed era evidentemente un libro.

La cosa non è rara. Mi arrivano, ogni settimana, libri per vari motivi: recensioni, omaggi, nuovi libri di amiche scrittrici o scrittori. Di solito, non resisto oltre i due minuti. Lo scarto immediatamente e mi ci tuffo, sospendendo qualsiasi attività.

Quel giorno, però, per una ragione che non so – a posteriori posso dire che si sentiva che quel pacco era diverso, che meritava il rispetto della calma, che non meritava la sfrenatezza della curiosità – l’ho lasciato all’ingresso senza aprirlo.

Per qualche giorno, è rimasto lì, e il suo mistero parlava mentre noi, in casa, entravamo, uscivamo, entravamo, uscivamo, entravamo.

*

Una delle tante ritmiche del tempo che passa, dei numeri che si susseguono nella loro severità – ventidue anni, trentacinque anni, quarantuno anni – è data da tutti i volti che nella vita hai incrociato, e che poi hai perso.

Con alcuni di loro, hai condiviso dei pezzi di vita.

La sera, nello schermo della mente, talvolta, quei visi si formano di nuovo, e ti parlano. Sembrano dire: dove sei ora?

Sembrano dire, soprattutto: chi sei ora?

*

A volte, le amicizie prendono direzioni che non ci aspettiamo. Può capitare che si interrompano dentro a un silenzio anche placido, non per forza rumoroso. Che un non-detto le risucchi e le comprima in frammenti.

Poi allora una sera, quando chiudi gli occhi, prima di addormentarti, quella amicizia, quella persona, ti torna alla mente. Ti chiedi che cosa sia successo. Perché quella amicizia non è stata coltivata.  E tu: chi sei ora? Ti incolpi, come sempre. Tra le nostre grandi attività, nell’arco di un’esistenza, oltre a quella di «respiratore» (persona che respira) c’è quella di «incolpatore»: colui che incolpa sé stesso.

Poi sprofondi nel sonno agitato, per non pensarci.

*

Qualche giorno prima di aver ricevuto il pacco, mi era tornato alla mente, come capitava spesso, S.

La nostra era stata un’amicizia che alternava profondità e spensieratezza. Per qualche anno, si era intensificata gradualmente. Poi aveva avuto un’accelerazione, e si era tramutata, intorno ai trent’anni, in una frequentazione quasi quotidiana: un viaggio insieme, a erigere barriere di sconsideratezza contro il mondo e contro le nostre menti imbizzarrite.

Poi, per ragioni abbastanza frivole – una piccola incomprensione – era finita.

Era una di quelle piccole rotture di cui già conosci la storia: durerà poco, tra un paio di giorni tornerà tutto come prima.

Erano passati dieci anni.

*

Quando S. mi era tornato in mente una di quelle notti, avevo sentito un forte senso di vicinanza. Mi ero svegliato il giorno dopo con la volontà di rompere quel silenzio. Intanto, infatti, dopo anni all’estero, S. era tornato a Milano, ma era successo già da un po’. Io non avevo fatto nulla, lui non aveva fatto nulla.

L’unico nostro incontro era stato casuale.

Una sera, tornando a casa, avevo parcheggiato lo scooter a dieci passi da casa. L’avevo visto attraversare la strada, e l’avevo fermato. Ci eravamo salutati, senza abbracciarci, ma con un sorriso. Lui era stato a un concerto lì vicino, all’Auditorium di largo Mahler. Io ero uscito per una cena di cui non ricordo nulla. Ci eravamo promessi di rivederci.

Intanto erano passati altri anni.

Intanto avevo cambiato casa e quartiere.

Intanto era passata altra vita.

Non ci eravamo più né visti né sentiti.

*

Sappiamo bene che cosa accade a una mente in questi casi: rompere il ritmo, cambiare le acque, andare in un’altra direzione è un fatto di energia, è un fatto di coraggio.

In che senso coraggio?

Nel senso che passiamo – almeno così mi sembra – tutta la vita a coltivare tutte le paure del mondo. Se riuscissimo a guardare dall’alto la nostra mente, potremmo vederla come un campo infinito, tutto coltivato: coltivato di paure.

 Spesso queste paure sono dei fiorellini così piccoli – come l’indimenticabile wolffia globosa, quella pianta minuscola che capita di vedere in Asia, e che cresce in tappeti galleggianti sulla superficie di piccoli stagni o paludi – che, se osservi la tua mente dall’alto, neanche sai di averle: costituiscono lo sfondo della mente, il tessuto su cui tutto si poggia.

Ci vuole allora un atto di forza: prendere l’energia, tirarla su, rimescolarla. Tuffarsi nella paura per volgerla in amore.

*

Ad aprire il pacco ci ho messo un po’. Ho aspettato, come si dice, il momento giusto. Anche se davo per scontato si trattasse di una novità editoriale, per qualche ragione sotterranea – noi sentiamo molto più di quel che crediamo, e confondiamo continuamente, come scrisse Bernard Noël, «sapere e sangue» – avevo congelato la mia classica compulsiva curiosità di aprire il pacco, e gli avevo concesso uno spazio sacrale.

Lo apro, ora, che sono solo nel silenzio.

È un libro, sì.

Ma non è una novità editoriale.

Si vede che questo libro ha una storia.

*

Si tratta di Beethoven di Walter Riezler, pubblicato nel 1977.

Io di Beethoven non so nulla, e di musica classica so ancora meno.

Impossibile che qualcuno abbia pensato a me come il lettore ideale per questo libro.

Dentro c’è un biglietto.

Da chi è firmato l’avete già capito: da qualcuno che aveva avuto la forza di rompere il ritmo, cambiare le acque, andare in un’altra direzione.

*

Caro Andrea,

sono passati dieci anni dal nostro ultimo scambio meritevole di essere chiamato tale. Molti dei ricordi più belli e preziosi che ho, sono istantanee in cui anche tu sei presente, come quella foto a Belgrado. Ho ripensato a quanto mi è mancato quel rapporto, e a quanto felice mi sentivo di essere accettato per come ero, e forse sono ancora, anche e soprattutto per la libertà con cui mi esprimevo, di gesti e parole.

Ricordo tutto: i viaggi, l’Albero Fiorito, Zanzotto. Le improbabili giornate a fermare i passanti, a fare del mondo un testo da scrivere. La pizza da Portobello, e tutte le volte in cui si faceva notte, e poi si faceva giorno, alla ricerca di chissà cosa. Ho pensato a quanto mentalmente io sia cambiato e a come devi esserlo anche tu. Anche se non ho dubbi sul fatto che siamo sempre le stesse persone che eravamo allora. Ricordo quando ti ho rivisto qualche anno fa, uscito dall’Auditorium, dopo Vivaldi, nel 2019, e l’emozione di quella serata. Rivederti dopo anni, e il primo di una lunghissima e ininterrotta serie di concerti a cui poi sarei andato. Durante la pandemia, o meglio subito dopo, sono stato male, e Beethoven mi ha aiutato, come una scialuppa in mezzo al mare, a restare a galla.

Volevo regalarti un libro, perché è quello che ci ha uniti, e forse anche un po’ divisi.

E volevo che fosse questo.

Magari ti sarà d’aiuto, in modi diversi rispetto ai miei.

E volevo anche dirti, dopo dieci anni, grazie.

Il passato non è mai passato.

S.

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