Era una sera di giugno del 2021, in un hotel sul mare.
La sala ristorante era deserta, turisti non ce n’erano, c’eravamo solo noi: quelli che il cameriere chiamò «i letterati».
La nostra tavolata era composta da una ventina di persone, alcune delle quali non si erano mai viste, o si conoscevano solo di nome.
Poche ore prima, in una sala del comune sul lungomare, si era svolta la serata finale di un premio letterario.
I libri che si scrivono servono a questo: a condurti su sentieri di destino inattesi. Partecipavo a quella serata perché un libro che mi era capitato di scrivere, Apparizioni, era stato premiato dalla giuria.
In questi casi – così come nelle presentazioni dei libri – si registra in me, da sempre, una frattura: le persone attorno a te identificano il libro con te stesso – quindi tu hai scritto, tu hai perso, tu hai vinto, tu, tu, tu – mentre si scrive proprio per il contrario: per non essere se stessi. Non scriviamo per quello che siamo, ma siamo per quello che scriviamo. La scrittura è il battello che ti porta da un’altra parte, a sfogliare almeno un po’ di quell’intonaco che è tutta la vita che metti dentro di te. Tu chiudi, chiudi, chiudi. La scrittura apre.
E così, in quei casi – rarissimi, e se vogliamo anche grotteschi, se è vero che le targhe dei pochissimi premi letterari vinti mi sono state sottratte dai ladri che hanno fatto irruzione in casa qualche tempo fa (si sono persi invece un vecchio iPad, che pure avrebbe avuto maggior valore economico e minor valore simbolico) – il mio imbarazzo è forte, e la frattura sembra insanabile: attorno a te, sei lo scrittore che ha scritto o che ha vinto, dentro di me, sei uno che è lì per caso, perché davvero, profondamente, non sento attinenza tra chi ha scritto (chi?) e il libro che è lì, sul tavolo, accanto a due bottigliette di plastica del marchio di acqua locale.
Nel pieno di questa frattura, ma rilassato dalla fine della premiazione, ero lì, al tavolo, a chiacchierare del più e del meno, verificando quanto già avevo sospettato prima di sedermi. Che cioè, da una parte era viva e piena la voglia di stare seduti e conoscersi. E dall’altra era viva e piena la voglia di guardare la partita degli Europei 2020, che causa covid si giocavano nel 2021.
Quella sera infatti si giocava Italia-Austria, ottavi di finale, e nella sala ristorante mancava la televisione. Qualcuno spiava allo smartphone il risultato, e lo condivideva alla tavolata. Qualcun altro gironzolava per la sala, e poi si affacciava verso la hall, dove invece qualche ospite dell’hotel guardava sì la partita, e con una certa tensione. Anche perché l’Italia tardava a segnare, e l’Austria a un certo punto sembrava anche essere andata in vantaggio. Gol annullato.
*
È in quel momento che entra un uomo nella sala, e viene a parlarmi. Si capisce subito che è conosciuto dalla tavolata, forse fa parte dell’organizzazione. Viene dritto verso di me, e mi chiede se può parlarmi in privato.
Mi alzo, e gli vado incontro.
Senza parlare, estrae lo smartphone e mi mostra la foto di un muro bianco. Non capisco. Poi mi dice: «La vedi quella macchia sul muro? È a forma di cuore».
Afferro il suo telefono, faccio zoom, ma comunque riesco solo a intuirla.
«Avevo una figlia che aveva la tua stessa età» mi dice.
«È morta a diciassette anni. Un giorno di qualche mese dopo, in camera sua, accanto a una sua foto, è comparsa questa macchia a forma di cuore. Dalla foto non si vede, ma nella macchia c’è anche la sua iniziale: M. La macchia è sempre lì. Diventa più grigia, o meno grigia. Dipende dai giorni. Dall’umore. Da chi si avvicina e da chi si allontana. Hai scritto un libro che si chiama Apparizioni. Credo tu possa capire. Se vorrai venire a vederla, a vedere la macchia, ne sarò felice. Vieni quando vuoi».
*
Per un anno, non sono andato a vedere il cuore. Per un anno, non sono andato a sentire il cuore. Non sono andato a sentire M. Per un anno ho pensato al suo papà, D., e a lei: M.
Per un anno ho pensato che prima o poi, finalmente, sarebbe arrivato il giorno in cui sarei partito, da Milano verso sud.
Un giorno, in meditazione, si forma un’immagine mentale: io che arrivo in stazione. D. che mi viene incontro. Noi che ci salutiamo. Quando accendo il telefono, trovo un messaggio di D. che mi dice: allora, quando vieni a trovarmi?
*
Così parto.
Sono passati, per l’esattezza, quindici mesi.
L’arrivo in stazione è più o meno quello che avevo visto in meditazione. Una stazione del centro Italia, un perfetto mix di desolazione e fascino. D. che viene a prendermi. Mi abbraccia. Mi fa salire in macchina. Parliamo poco, come vecchi amici che si sono già detti tutto. Andiamo, come vecchi amici che sanno che l’importante non è dove andare: è andare.
*
D. mi porta al mare, in questa giornata di fine settembre. Mi chiede di me. Dice di lui. Mi racconta la sua infanzia. Lo fa senza alcun tipo di tono romanzesco. I fatti, per quello che sono. Le cose, così come sono. Io sono piuttosto silenzioso. Dico pochissimo di me. Lui dice poco di più di sé. Lo osservo, come quando guardi bene un vecchio amico per la prima volta. Parliamo poco o niente di letteratura. Il non detto è che la letteratura è fatta di crepe. La vita è quella crepa. Lui parla di M. Lui parla di G. Sua moglie. La mamma di M. Anche lei non c’è più. Se n’è andata qualche anno dopo M. Io mangio poco. Come mi capita spesso, non ho confessato il mio vegetarianesimo. Tanto più ora: mi sembra ridicolo, ora. È come se stessi pensando: di fronte all’abisso, non c’è nulla da essere, solo da fare. C’è solo da essere.
Se vorrei abbracciarlo, non è solo per ciò che ha vissuto. È anche perché, nei suoi occhi, c’è tutto il bene del mondo.
*
Poi si va a casa.
D. diventa più sorridente. Mi fa un caffè, mi mostra la casa, mi presenta dei suoi amici che, in quei giorni, sono ospiti da lui. Ora sembra a suo agio. Io sono lì, pienamente lì, fortemente lì: ma come se non fossi io.
Poi arriva il momento: andiamo a salutare M., mi dice.
*
La camera di M. è dolcissima. È la camera di una diciassettenne, come lo fui io, nei primi anni Duemila, come lo fummo noi. È la camera di una diciassettenne più viva di me. Il poster delle Spice Girls. Forse dei Take That. La cameretta, incantevole, di una liceale. C’è anche la sua foto. La guardo negli occhi, ora.
Dove trovare, ora, le parole giuste per ricomporre la sua immagine?
Il cuore è lì, accanto.
D. mi racconta di nuovo la scena di quando è spuntato dal nulla, quasi vent’anni prima.
Ora è il momento. È il momento in cui vorrei guardarlo, stringere un rapporto con questo cuore: sentirlo.
Ma ho uno strano pudore. Non voglio risultare scettico agli occhi di D. Non voglio risultare morboso agli occhi di D. Non voglio risultare curioso agli occhi di D. Non voglio risultare…
Sempre la stessa storia: lo scarto tra ciò che si sente e ciò che si rappresenta e ciò che si teme di rappresentare, e ciò che si teme di temere di rappresentare, e ciò che si teme di temere di essere…
Così, mentre guardo il cuore, D. mi parla, e mi dice che ora sta diventando più scuro, il che significa che M. mi vuole bene, è contenta di avermi lì con lei.
Dopo pochi minuti siamo di nuovo giù, in salotto, e dopo altre chiacchierate vado via, senza risposte: prendendo quel treno, d’altronde, non cercavo che domande.
*
Nel pomeriggio, ho preso un altro treno e sono andato in un’altra città del centro Italia, a trovare un vecchio amico. Il giorno dopo, la mia compagna mi ha chiamato e mi ha detto che c’era una perdita in casa. La vasca da bagno, al primo piano, evidentemente perdeva acqua, perché sul soffitto della cucina si stava formando una macchia di umidità.
Quando sono tornato due giorni dopo, ho guardato la macchia. Ho chiesto conferma alla mia compagna. Era a forma di cuore.
*
Ps. Il giorno dopo, la macchia ha cambiato forma. Non era più a forma di cuore. L’acqua era continuata a colare, la macchia si era espansa. Quando ho raccontato, tempo dopo, questa vicenda a un mio amico, lui mi ha detto che quella macchia non era a forma di cuore, ma che – dopo aver conosciuto D. e M. e G. – erano i miei occhi a vedere cuori ovunque.
Ho sorriso e non ho detto niente.
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