Mio è fratello è figlio unico, ma questa volta per davvero.
Ci pensavo l’altro giorno mentre camminavo per la città di Galatina, in Salento. Appena sono sceso dalla macchina, sono stato subito abbagliato da quelle luminarie “letterarie” che sono comparse in alcuni centri storici negli ultimi anni. Si tratta di luminarie non più natalizie, ma perenni, o quasi. Talvolta, semplicemente, annunciano, con molto anticipo, la festa del patrono. Spesso celebrano l’identità della città. Non sono disegni o geometrie, ma scritte. In quel caso recitavano il testo anonimo di una pizzica salentina: Santu Paulo meu dele tarante, famme na grazia a mie a tutte quante. E Santu Paulo meu de Galatina, fammela cuntentà sta signurina.
Mentre camminavo solitario in una giornata primaverile, abbagliato dalle luci sulla mia testa, la mente si è messa a volare.
A guardarla oggi, direi che più che un volo verso quelle luci, è stato il contrario. Sono le luci che sono scese su di me, e si sono messe a scrivere i contenuti della mia mente, come a dire: lascia stare il volo, è il tempo di mettere radici.
*
Da quasi dieci anni non parlo più con mio fratello, non so praticamente nulla di lui. I miei genitori, invece, ne sanno tutto. Ne sono autentici biografi. Esiste, tra me e loro, un patto non scritto e non detto: non si parla di lui. A me, a volte, piacerebbe saperne qualcosa, e sono momenti in cui è come se quelle luminarie si mettessero a lampeggiare. Vere e proprie intermittenze, in cui qualcosa di lui appare al discorso, ma poi il voltaggio è troppo basso, l’illuminazione non regge: dura troppo poco, ed è troppo poco intensa.
Così ripiombo nel mio non sapere.
Tutto si fa buio e silenzioso, e torno ad assaporare quella sensazione amarissima: mio fratello è figlio unico.
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Se è figlio unico, è perché, uscire dalla sua vita, si è reso per me un atto necessario: un atto di libertà.
Questa libertà, man mano, negli anni, ha preso altre forme, ha prodotto altre crepe.
Prima era la libertà di piantare un chiodo al muro, per scrivere una nuova vita.
Poi il chiodo ha iniziato a traballare, l’intonaco si è un po’ sfaldato. Come ogni cosa, quell’atto radicale e rivoluzionario ha cambiato forma. È diventato qualcosa che aveva a che fare con la sua stessa essenza originaria: una crepa.
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Quando sono tornato dalla Puglia, sono andato a teatro, per una cosiddetta “filata”, quella prova senza interruzione che precede le prove generali.
Un regista che amo molto, come artista e come uomo, mi aveva invitato a vedere lo spettacolo in quello spazio privilegiato, che preferisco allo spettacolo ufficiale: la filata è l’autenticità fatta tempo, è imperfetta nella sua perfezione, ha in sé l’essenza del divenire.
Sono arrivato molto in anticipo e lì fuori ho riconosciuto R., che a sua volta era stato invitato dal regista.
Non lo vedevo da tempo, e quelle poche volte che avevo parlato con lui erano state molto rapide, e reciprocamente timide. Eravamo stati, entrambi, affettuosi e silenti, come capita a chi si riconosce.
Ora ci trovavamo lì, uno di fronte all’altro, da soli.
Lo spettacolo sarebbe iniziato tra molto tempo.
Ci siamo guardati, abbiamo sorriso entrambi e, dentro quei movimenti lenti, quello sprofondare sulle poltrone del foyer, è che se ci fossimo detti, senza dircelo che: eravamo pronti a rompere il silenzio.
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Non so come siamo arrivati, in pochi minuti, a questa densità.
Non so come siamo arrivati, in pochi minuti, a questa profondità.
So solo che, dopo pochi minuti, R. è arrivato, a ritmi lenti, e con il sorriso dolcissimo di un cinquantenne che ha negli occhi la meraviglia di un bambino, a raccontarmi la sua storia.
La sua storia con suo fratello.
Intorno ai vent’anni, R., che abitava in una città di provincia, non troppo piccola né troppo grande, aveva ricevuto una sconcertante rivelazione: «Sai, R., due anni fa è nato tuo fratello» gli aveva detto la nonna, che aveva deciso di rompere l’omertà familiare.
Anni fa, i suoi genitori si erano lasciati e ora, a distanza di molti anni, suo padre aveva fatto un figlio con un’altra donna.
La frase «R. non lo deve sapere» non l’aveva pronunciata nessuno in famiglia.
Sta di fatto che, come accade in quei particolari concatenamenti fatti di procrastinazioni, fughe e dighe interiori, era andata così. Erano tutti complici, a partire dal padre: R. non lo deve sapere.
*
E così, R. per due anni ha un fratello di cui ignora l’esistenza, e che abita nella sua stessa cittadina di poco più di centomila abitanti.
E così le cose vanno avanti per inerzia.
Passano i lustri, e il bambino cresce e R. cresce, e tutto cresce, e cresce anche il silenzio.
«Accorgetevi, non abbiate solo vent’anni» ha scritto Mario Benedetti, e a vent’anni R. lo sa benissimo che a vent’anni non si hanno solo vent’anni. Lo sa benissimo che bisogna accorgersi, e infatti se ne accorge. Ha un fratello, desidera, forse, condividere la sua vita con quel fratellino, più piccolo di lui di quasi quattro lustri.
Eppure le cose del mondo vanno per la loro strada, l’inerzia è rovente, decide lei la strada certe volte, e tu non hai la voglia, la forza, ti manca l’energia dell’azione, l’energia dell’errore: prendere questo fratello fantasma e farne un fantasma in carne e ossa.
R. così, anno dopo anno, cavalca questa distanza. Ogni tanto cerca di colmarla, negli anni. Sfrutta i social network, indaga a ritmi lenti. Ma il ragazzo lascia poche tracce di sé, si vede solo qualche foto di profilo.
Così la vita va avanti, in un’altra direzione.
Questi due corpi nati dallo stesso seme, questi bipedi a cui è stato dato in sorte, inoltre, di condividere la stessa città, non si vedono, non si conoscono, non sanno nulla l’uno dell’altro, e continuano a farlo: continuano a non sapere, a non dire, a propendere per un altro tipo di fratellanza da brevettare: la fratellanza invisibile.
*
Mentre R. parla, mentre R. mi regala la sua storia non mi sta solo regalando una storia personale, ma molto di più. Quando ci si apre così, non si dà, come si dice, “fiato alle parole”, si fa il contrario. Si crea spazio, si aderisce all’ipotesi invisibile, all’ipotesi indicibile: più apri, più il mondo si apre, più il mondo si apre, più tutto accade.
E così, mentre lui parla, ci rendiamo conto, entrambi, senza dircelo, che stiamo vivendo un’esperienza unitiva. La sua storia non è solo sua, è anche la mia. I fratelli di entrambi si mescolano, in nome delle nostre fratellanze invisibili. Diventano un’altra entità, che prima non esisteva.
Con mio figlio di cinque anni facciamo un gioco. Inventare parole nuove e dare loro un significato. Una è: Soluste!
Sono semplicemente le sillabe iniziali delle parole sole-luna-stelle.
Quando lo urliamo, in casa, il messaggio è chiaro.
Andiamo in terrazzo a guardare il cielo, a cercare la luce.
Non dobbiamo neanche dircelo, basta urlare Soluste!, e metterci a correre, e a ridere, andando incontro alla luce.
Quel giorno mentre R. parlava mi veniva da urlare proprio questo: Soluste!
Ora, ora che R. ha aperto tutto, ora che insieme abbiamo aperto tutto, come diceva il leggendario Duccio Patanè in Boris, non ci resta che andare fuori, in silenzio, a cercare insieme un po’ di luce, un po’ di stelle.
*
Intanto è quasi ora di entrare, lo spettacolo sta per iniziare.
Ci alziamo dentro una specie di nebbia, che si squaderna ora davanti a noi.
Proprio perché ci siamo aperti, proprio perché il mondo si è aperto, tutto appare.
Anche una nebbia onirica dentro un teatro.
È una specie di allucinazione, ma più viva del vivo.
Almeno a me succede così: quando sento che, grazie a un incontro, qualcosa è cambiato dentro di me, sento un qualcosa che assomiglia a un terremoto luminoso. Le molecole del corpo iniziano a tremolare, tutte all’unisono. Raggiunto il picco di questa danza, si calmano e arriva una specie di silenzio, una specie di armonia. È in quel momento che questa nebbia appare. È come un passaggio di stato. Il dono che mi è stato fatto mi porterà a una nuova forma. Ma prima bisogna passare dalla nebbia. Poi, pian piano, la caligine evapora, e io sono qui, fuori dalla nebbia onirica, dentro un corpo nuovo.
Mentre stiamo entrando in teatro, R. si ferma.
Vuole dirmi qualcosa che non sa se vuole dirmi.
Sceglie di parlare: qualche giorno fa, mi dice, l’ho visto per la prima volta.
R., per la prima volta, è andato in palestra, e lì lo ha visto, lo ha riconosciuto. Un trentenne con i suoi stessi occhi sollevava il bilanciere. Lui lo ha salutato con «Buongiorno», come si saluta uno sconosciuto. Suo fratello gli ha risposto «Buongiorno», affettuoso e silente, come capita a chi si riconosce.
*
Lo abbraccio e entriamo a teatro.
L’opera ci permette di vivere un’altra esperienza trasformativa.
Quando usciamo, non glielo dico: ma ripenso a quel momento di pochi giorni prima, a Galatina, in cui la mente si è messa a volare.
E poi le luminarie sono scese su di me, e si sono messe a scrivere i contenuti della mia mente, come a dire: lascia stare il volo, è il tempo di mettere radici.
Intanto mi metto a immaginare che i due momenti erano lo stesso momento.
Lui, nella sua città, che vedeva suo fratello per la prima volta.
E io, in un’altra città, che vedevo queste luminarie e sentivo dentro la crepa che io stesso avevo generato: avere reso mio fratello un figlio unico.
E mentre lui lo riconosce tra i bilancieri, io mi metto lì, nella pura fantasia, a immaginare che io sono il sindaco di Galatina e lui, mio fratello, viva lì, per puro scherzo del destino, e che invece di leggere quelle luminarie con su scritto Santu Paulo meu de Galatina possa leggere tre semplici parole che il sindaco ha deciso di scrivere, luce dopo luce, in ogni angolo della città: Ti voglio bene.
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