Ci sono nonni e nonne che si incastonano nella memoria come santuari, e altri che per cause e condizioni della vita non rimangono così impiantati nell’immaginario. Mio nonno Palmerino fa parte di questa seconda categoria. Non so risalire esattamente alle ragioni per cui la frequentazione non è stata così assidua, e perché non ci siano stati campi magnetici che ci hanno attratto, fino a frequentarci e addirittura – pratica che in ogni caso è rarissima nella mia famiglia allargata, e in molte altre famiglie di questo mondo – a dialogare. Una ragione oggettiva è però facilmente rintracciabile, e cioè l’età.
Palmerino è nato nel 1908, e quindi ai tempi della mia infanzia anni ’90 (sono nato settantotto anni dopo di lui) era già ultraottantenne. Un anno dopo era nata sua moglie Letizia, mia nonna, con cui lo stesso ho condiviso poco, ma di cui ricordo uno sguardo profondo e pieno di vita.
Che io ricordi, nella mia vita, non ho mai visto lei fuori da casa sua, una casa contadina con i formaggi appesi al soffitto della taverna (che poi era il salotto, che poi era la cucina, che poi era quasi tutta la casa).
Che io ricordi, nella mia vita, non ho mai visto lui, Palmerino, dentro casa sua. Era sempre in giro, camminando a passi piccolissimi. Sembrava sempre avere una meta, ma nessuno sapeva quale fosse la meta. Il suo tratto distintivo era però che non camminava da solo, ma nonostante le età, si portava dietro una moto sulla quale non so dire molto altro che non fosse di un’epoca antichissima. Naturalmente non funzionava, non si accendeva. E se pure si fosse accesa, Palmerino a quell’età non avrebbe certo potuto guidarla.
Ma la moto era sempre con lui, se la portava in giro strascinandola, come se avesse appena bucato, a ritmi lentissimi. Era di fatto una specie di enorme carrello della spesa. Se comprava qualcosa all’alimentari (era comunque non più di una busta) la legava al manubrio della moto, e con questo gesto sembrava volere dare una funzione al veicolo, non tanto per sé ma per gli altri.
Era come dire: «Vedete a cosa serve?».
La sua spesa migliore, però, era il gelato.
Una volta al mese andava a comprare una vaschetta di gelato per sua moglie, e sceglieva rigorosamente la gelateria più lontana da casa. Si sarà trattato di un chilometro circa, che a quei ritmi e a quell’età poteva naturalmente tramutarsi in dieci chilometri percepiti.
Arrivato a casa, il gelato, naturalmente, era ampiamente sciolto.
Questo lo ricordo benissimo: ricordo perfettamente lui che, appena arrivato a casa, prende la vaschetta in mano, e mi sembra di vedere oggi stesso le gocce di gelato al cioccolato che, come rivoli di un fiume, solcavano il paesaggio accidentato della sua pelle, attraversavano la mano, e raggiungevano le braccia irte di vene gonfie.
Chiunque lo incontrasse, a partire naturalmente dai suoi parenti più stretti, gli chiedevano perché non comprasse il gelato in una gelateria più vicina.
La risposta era sempre la stessa: «A Letizia piace quella gelateria».
Se c’è un ricordo che di quella coppia mi è rimasto addosso, come una piccola lezione dall’universo, è questo: il senso di tenerezza profondo che provavo in quei momenti. Ero un bambino, e assistevo a una piccola rappresentazione del mondo che vedrò in futuro:
chi fa le cose storte incontra sempre qualcuno che vuole raddrizzarle.
Le linee dritte però sono meno belle di quelle ondulate, perché delle seconde non si conosce mai il tragitto, la meta: incarnano nella loro stessa esistenza il brivido della deviazione, della vita possibile che sembra impossibile e poi… appare, c’era già, eravamo noi che non sapevamo vederla, era già lì.
«Vai a prendere il gelato alla gelateria sotto casa.»
«Così ti stanchi.»
«Così ti sporchi.»
«Così il gelato si scioglie e Letizia non lo può più mangiare.»
La risposta era sempre la stessa: «A Letizia piace quella gelateria».
Lo sappiamo, le storie, per loro natura, non sono mai vere. Quando ci facciamo delle domande e rispondiamo a noi stessi con delle risposte non stiamo mai dicendo completamente la verità. Le sensazioni sono diverse: anch’esse sottoposte a falsificazione e a mutazione, hanno in sé però l’assolutezza dell’istante: per questo, sono convinto di ricordare perfettamente quella sensazione, quella di tenerezza sconfinata che provavo nel vedere quella vaschetta di gelato annacquata, quel polistirolo assediato da un’alluvione cremosa: lenta, ma irreparabile.
Tuttavia, un’altra piccola lezione dall’universo che mi arrivò già a quel punto del cammino, era una lezione di cui mi accorsi molto dopo: per quanto quel gesto amoroso mi faceva esplodere di tenerezza, mi convinsi anche io che non fosse ragionevole.
Che nonno dovesse stancarsi di meno. Che nonna non si sarebbe goduta il gelato. Che era il momento di provare a convincerlo che anche la gelateria più vicina fosse buona.
Ecco la lezione: il mondo ti modella, e se pure sentivo della tenerezza, mi ero lasciato convincere che la cosa giusta fosse «rimettere le cose a posto».
L’uomo però era ostinato, e non cambiò mai questa sua abitudine.
La piccola lezione dall’universo, quella più grande, mi arrivò poi da mia nonna che, in un raro momento in cui ero a casa loro, provai a stimolare per cambiare la rotta. Sono una sua parola, un cambio di gusto repentino («è un periodo in cui non mi va più il gelato») o una fantasia («Voglio provare anche l’altra gelateria») avrebbe potuto interrompere quell’abitudine che a tutti, a maggior ragione per un uomo novantenne, sembrava sempre più irragionevole.
Mia nonna mi guardò negli occhi e sembrò mandarmi un segnale: ho capito il gioco, ora ti seguo.
Eppure operò un cambio di rotta che sul momento mi sembrò ingenuo: «A me, di gelato mi piace quello da bere».
A me il gelato, piace berlo.
A me, il gelato, piace squagliato.
Naturalmente non era vero, non poteva essere vero: era un cambio di rotta amoroso.
Era quello – capii molto dopo – il momento in cui aveva fatto ciò che in vita è spesso a nostra disposizione, ma spesso ci dimentichiamo. Non seguire, come scriveva il poeta Vittorio Sereni, «il corso della vita deviato su false piste», ma seguire la vita vera.
Non seguire la strada dritta, quella saggia, ma aprirsi all’inaspettato, alla meraviglia della strada storta.
Continuare a chiedere il gelato liquido, il gelato squagliato, il gelato immangiabile.
Per amore.
Negli amori ci sono linguaggi segreti, invalicabili a occhi esterni. Sono sicuro che quella sua mossa nasceva da un impercettibile non detto: la delusione che avrebbe provato, semplicemente cambiando gelateria, l’uomo della sua vita.
Dare il cuore a ciò che conta, avrebbe detto Corrado Pensa: Letizia sembrava farlo. Palmerino sembrava farlo.
Eccolo, ora, Palmerino. Eccolo che mi guarda compiaciuto come a dire: povero ingenuo. Non ci convincerete mai a cambiare. A lei il gelato piace da bere.
Per i pochi anni rimasti continuò a uscire con la moto, spingendola come se avesse bucato. Ogni mese continuò a comprare il gelato, quel gelato.
Letizia continuò a bere il gelato.
Fino a che un giorno, ci telefonarono a casa, ed era successo.
Letizia era immobile, seduta su una sedia.
Ancora respirava, ma per poco.
Aveva novantaquattro anni, e lui novantacinque.
Accolsi io stesso, con mia madre, l’ambulanza.
Non ricordo chi lo disse a Palmerino.
Ricordo solo che quando lo vidi mi abbracciò, ed era forse il primo vero abbraccio della nostra vita, e mi disse: «Non me lo sarei mai aspettato».
Se a me avevano detto che da vecchi si muore, e che a quell’età la fine assume un’ineluttabilità che spazza via il terrore, lui mi restituì il contrario: l’amore, negli occhi di chi ama, non può avere fine.
Al massimo prende un’altra forma, come un gelato che si scioglie e non ha bisogno di tornare solido per essere vissuto, per essere vivo.
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