Idee

Tavolino all'aperto con computer
Foto di Marc Wieland per Unsplash

Piccole lezioni dall’universo #7: il momento

Tempo di lettura: 6 minuti

Sono appena arrivato in biblioteca per scrivere una puntata di questa rubrica, Piccole lezioni dall’universo, che ho concepito come farei con un libro: molte idee, appunti su appunti, ma preservandomi lo spazio infinito delle possibilità. Ho letto da qualche parte che il regista filippino Lav Diaz, le cui opere mi interrogano da anni per la loro indagine contemplativa, procede in questo modo: esiste un’idea, esiste una sceneggiatura, esiste un direttore della fotografia, esistono gli attori e le attrici, esiste il set, anche se il set, spesso è la foresta. Sono tutti pronti per girare, l’appuntamento è alle 6 del mattino. Lav Diaz si sveglia prima: alle 2 è in giro per la foresta. Si mette in contatto con la foresta. Sente la foresta. E così, ciò che verrà girato alle 6 nasce in quei momenti, in quella sintonia. 

Il film si disvela grazie a quelle ore di solitudine, di contemplazione: grazie a quel sentire. 

Gli altri si svegliano e lui dice: giriamo questa scena. 

Anche se quella scena nel film non c’è…

Procedo così, nel mio piccolo, con qualunque cosa scrivo, per anni edifico appunti e immaginari, ma non si tratta di scalette, piani d’azione: il contrario, piuttosto di paesaggi da abitare. Si è pronti a scrivere solo quando c’è totale adesione con quell’habitat, e allora le parole appaiono e lo fanno seguendo il loro corso, un flusso che quasi non mi riguarda. 

Scrivere come se non fossi io. 

Se parlo ora di queste inezie – a costo di farmi ennesimo rappresentante di questa epoca che non può essere chiamata che Egocene – è perché voglio parlare di altro: di una piccola lezione dall’universo, la settima, l’ennesima. 

È andata così. 

Ho consultato le decine di idee, le decine di “piccole lezioni dall’universo” che vorrei scrivere, e sono uscito di casa, per andare a scrivere questa puntata della rubrica in biblioteca. Non ho deciso cosa scrivere, ho fatto come sempre. 

Sarà la pagina bianca a decidere, nel suo silenzio, come rompere il silenzio. 

*

Chi scrive?

Questo potrebbe essere il titolo di un libro, di infiniti libri. Anzi propongo di sostituire la parola letteratura con questo sintagma: chi scrive? 

Abolire la parola “letteratura”, così monolitica, e passare a una domanda: chi scrive?

Chi scrive quest’opera, chi scrive questo libro, chi scrive questo verso, chi scrive questa riga, chi scrive questo spazio bianco, chi cade in quello spazio bianco? 

In alcuni laboratori di scrittura che mi è capitato di tenere, abbiamo lavorato a delle esercitazioni intorno a Gli indifferenti di Moravia, un libro che molte parti di me non amano, o meglio: cui non sono interessate. «Entrò Carla» è l’incipit del libro, e gli esercizi che facciamo in classe provano a scavare su queste due semplici frasi: Chi Carla? Quale Carla? La Carla che ha sofferto, la Carla che è tranquilla, la Carla che non ha dormito? La Carla che forse già pensa a Leo? Non esiste una sola Carla, non esiste l’uno: e allora qual è la Carla che è entrata?

E così, di fronte a qualsiasi testo: chi scrive?

Chi scrive oggi? mi sono chiesto mentre mi incamminavo verso la biblioteca. 

La notte è stata tempestosa. Entrambi i bimbi hanno la febbre alta, la più piccola alternava strepiti a tenerissimi «mamma» e «papà» lallati a ritmo mantrico. Alle due del mattino, ebbra di Nurofen, si è messa a cantare Nella vecchia fattoria, ma avendo solo un anno e mezzo, si limitava a intonare ia-ia-o. L’altro, il più grande, ha affrontato la notte in maniera più nera, alternando pavor nocturnus a incubi terrificanti, pieni di mostri. 

Chi scrive? mi andavo chiedendo mentre mi incamminavo verso la biblioteca. A scrivere sarà un uomo stanco, che ha dormito malissimo, continuamente interrotto dai suoi due figli malati. E a scrivere sarà anche – ed è una verità inconfessabile e mostruosa – un uomo che dentro di sé ha alcune parti recriminatorie, che talvolta sanno agire in maniera tagliente: se solo i bimbi non fossero bimbi, se mi permettessero di dormire, di fare la mia vita, se mi permettessero di essere ciò che voglio essere… 

E allora “chi scrive” è anche chi è possessore di una voce così spietata, e deve al tempo stesso accettarla, senza scacciarla via a pedate, perché non funziona così: per le espulsioni, nel campo dell’interiorità, non basta un cartellino rosso.

 E nel “chi scrive”, allora, sorge un altro scrivente, ed è il possessore di un’altra voce, che è scaturita dalla precedente, e cioè quella voce che ti fa sentire in colpa, ti fa sentire in scacco per le tue recriminazioni: per i tuoi pensieri feroci. 

La meditazione lo sa, te lo dice respiro dopo respiro: i “tuoi pensieri” non sono tuoi, appaiono e se ne vanno, sorgono e muoiono, sono concrezioni verde-rame, e tu non devi fare altro che osservarli: guardarli andare, come si fa con un rametto che galleggia nel fiume. 

Eppure, dentro quel “chi scrive” c’è una forte voglia di aggrapparsi a questi transiti. Una grossa voglia di dividere il mondo in amici e nemici, e naturalmente la categoria dei nemici è affollatissima, ma non di altre persone: di tantissime parti di te. 

E allora, mentre camminavo verso la biblioteca, pensavo che la peggiore prigionia è rimanere attaccati all’immagine di sé stessi. Ed è di questo che voglio scrivere oggi, pensavo, mentre mi chiedevo “Chi scrive?” e rispondendo alla domanda “Chi scrive?” mi connettevo alla mia pancia piena. 

La colazione è stata esagerata, il corpo va alla ricerca di zuccheri per sopperire alle scarse energie. Il pranzo è stato eccessivo, non si mangiano due piatti di pizzoccheri avanzati, pieni di burro, solo per fame nervosa. E ora? Il corpo sta sognando una Coca-Cola, che non beve mai. Ma una ragazza è appena passata in strada, e la stava bevendo in un bicchiere take-away trasparente, con dentro una succosa fetta di limone. 

Chi scrive? 

Scrive quello che scriverà male, quello appesantito dalle sue recriminazioni, quello appesantito dalla sua mancanza di disciplina alimentare, quello che ancora, a pochi passi dalla biblioteca, non ha deciso, non ha permesso alla decisione di apparire: cosa scrivere?

Qual è la piccola lezione dall’universo di oggi? 

*

E ripenso per un attimo a pochi minuti prima. 

Sono uscito di casa, e ho salutato i bimbi, che erano con la baby-sitter. 

Ho dato loro baci che ho vissuto come amorosissimi.

E allora sorrido, mentre cammino, e guardo il cielo, che oggi è luminoso, e guardo una nuvola che non assomiglia a niente. 

Arrivo davanti alla biblioteca e trovo un cartello davanti alla porta: Oggi biblioteca chiusa per manutenzione. 

Non posso tornare indietro, non saprei dove scrivere in casa. 

Eppure non la prendo male, per quanto di sicuro la mente si era già predisposta ai suoi discorsi: oggi va tutto storto, succede tutto a me, non riuscirò mai a scrivere questo testo. 

Non le concedo la possibilità di esprimersi in tal modo, non le concedo la sua ingenerosità, la sua mancanza di gratitudine, la sua tiritera autolesionista. 

Vado avanti di pochi passi, e scopro che il bar, nel cortile della biblioteca, è aperto. 

C’è anche un piccolo tavolino, libero, al sole. 

È molto meglio di qualunque tavolo di biblioteca.

Accendo il computer e mi metto a scrivere la settima puntata di queste “piccole lezioni dall’universo”, e non so ancora quale sia, oggi, la piccola lezione dall’universo di cui parlerò. 

Non lo so, e non lo voglio sapere. 

Mi metto a scrivere al sole, mi tolgo il cappotto, mi tolgo la felpa. 

E sono qui, il sole riscalda la pelle come non accadeva da mesi. 

È forse il primo vero giorno di primavera, ma non ha alcuna importanza. 

Sono qui, apro la pagina bianca, e mi metto a scrivere, e non so dove andare, non ho idea di quale lezione oggi l’universo vuole impartirmi affettuosamente. 

Mi guardo intorno. 

Una ragazza sottolinea un libro universitario, si arriccia i capelli, beve acqua dalla borraccia. Un’altra, a un altro tavolo, si mette a ridere con la sua amica, scherzano su un prof. Le piccole lampadine decorative sono spente, ma hanno già, dentro la loro geometria, l’incanto dell’atmosfera un po’ greca che ci sarà qui tra poche ore, a sera. 

L’edera, in fondo, è accarezzata dal vento, e così la mia fronte. 

Passa un aereo, chiudo gli occhi, il suo rumore si addensa con gli altri: le voci delle studentesse e degli studenti che si accumulano indistinguibili, la musica un po’ dance ma a basso volume che arriva dal bar, il gracchiare metallico di un tavolo, appena mosso da qualcuno che sta per alzarsi, l’aprire sottile di quella borraccia. 

Ora la vedo così: il mondo è uno spazio silenzioso e questi suoni appaiono e scompaiono, come pensieri. Li puoi osservare, ma mentre lo fai puoi, al tempo stesso, percepire, nel loro stesso esistere lo spazio del loro finire. 

Dietro c’è il silenzio, solo il silenzio. 

Così accade con la scrittura: dentro la scrittura, c’è sempre una sostanza che non si vede: è la seduzione dell’assenza della scrittura.

Dietro c’è il silenzio, solo il silenzio. 

Chiudo ancora gli occhi, altri rumori transitano in questo silenzio assoluto, e adesso non hanno più neanche un’origine. Sono suoni e basta, non ha importanza chi o cosa li produca. 

Rumori galleggiano nello spazio infinito silenzioso: nell’infinito silenzio sonoro.

Apro gli occhi, e finisco questo testo, senza avere una chiara idea di cosa mi sia capitato di scrivere. 

Penso ai bimbi. 

Stasera, ebbri di nurofen, balleremo tutti insieme, sulle note della Vecchia Fattoria e su quelle di Cocco e Drilli e sul Caffè della Peppina. 

Ci scateneremo fino a crollare.

Rideremo fino a crollare.

Penso alla piccola lezione di oggi.

La piccola lezione che l’universo oggi mi regala è quella di sempre, la lezione che so da sempre, la lezione che dimentico da sempre. 

Esiste solo questo momento. 

Ogni momento è come lo facciamo diventare. 

Questo è il momento di ballare. 

Esiste solo questo momento. 

Questo è il momento.

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