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Strisce in un campo da calcio
Foto di Mykola Kolya Korzh per Unsplash

Ai margini del mondo: la squadra che non doveva esistere

Tempo di lettura: 3 minuti

Lo sport non è soltanto competizione. È anche un modo di abitare il corpo, la mente e il rapporto con gli altri. Questa rubrica mensile parla di sport, in tutte le sue infinite sfaccettature, in relazione con le scelte personali degli atleti dell’agonismo, della gara, della competizione, e con la pratica del movimento all’interno delle regole delle discipline da parte di chi compie un esercizio senza altro scopo che quello di mantenersi in salute mentale e fisica.

Cosa hanno in comune Tibet e Groenlandia? Due terre magnifiche ai confini del mondo, l’uno, il Tibet, si erge oltre le nuvole, con le cime più alte del mondo e l’ascesa come moto fisico e interiore, la roccia e la neve come elementi dominanti. L’altra, la Groenlandia, si estende oltre l’immaginazione in un orizzonte sterminato di ghiacci che  sotto il suo territorio preserva, oltre i minerali preziosi, anche l’origine della terra.  Poco popolati, conservano tradizioni millenarie che vengono tramandate in usi e costumi unici. Credo e legame con la natura sono imprescindibili perché le forze naturali sono preponderanti sull’essere umano e guidano l’esperienza vitale.

Ma Tibet e Groenlandia sono accomunati, seppure in modo molto diverso, da una storia di subordinazione politica. Il Tibet fu incorporato nella Repubblica Popolare Cinese dopo il 1950 e nel 1959 il Dalai Lama fu costretto a fuggire in India. La Groenlandia, invece, è stata per lungo tempo colonia danese e oggi gode di un’ampia autonomia all’interno del Regno di Danimarca. Due territori lontanissimi, dunque, che hanno conosciuto forme diverse di dipendenza politica e che non sono Stati indipendenti.

La conclusione è che né il Tibet né la Groenlandia sono oggi Stati sovrani indipendenti. Il Tibet è sotto il controllo della Repubblica Popolare Cinese, mentre la Groenlandia è un territorio autonomo all’interno del Regno di Danimarca, con un proprio Parlamento e un proprio governo. Due condizioni politiche molto diverse, dunque, ma accomunate dal fatto di non avere una piena sovranità statale e di non essere rappresentate come Stati all’ONU. Eppure, in entrambi i casi, identità, cultura, tradizioni e rapporto con il territorio hanno un peso fondamentale. Ed è proprio da qui che nasce, sorprendentemente, una storia di calcio.

La partita impossibile

La storia che lega inaspettatamente due paesi così lontani nasce da un danese particolare, Michael Nybrandt, che un giorno della fine del secolo scorso percorre il Tibet in tandem (sì, la bicicletta a due posti) con un amico. E di monastero buddhista in monastero buddhista, si accorge che i monaci vanno pazzi per il calcio. Dove c’è uno spazio abbastanza grande la palla corre tra le loro gambe con grande gioia di tutti e in barba al silenzio monastico.

Il danese è stato un calciatore ma anche un fervente appassionato del Tibet e gli balena in sogno l’idea bizzarra di proporre la creazione di una Nazionale Tibetana di calcio. Quando un buon occidentale incontra un buon orientale nasce sempre uno scambio proficuo. Nybrandt muove mari groenlandesi e monti himalayani, idealmente e letteralmente. Il suo azzardo arriva per vie traverse fino a Dharamsala, al Dalai Lama in persona e lui approva.

Né il Tibet né la Groenlandia sono affiliati alla FIFA, non possono in quanto territori sotto altra bandiera. Nell’isola nordica però esiste un campionato, il Golden Tuukkaq, che appassiona gli abitanti di tutte le minuscole città tra i ghiacci. Ed esiste una nazionale iscritta al campionato del mondo dei paesi senza diritti, la CONIFA World Football Cup.

Nybrandt riesce a organizzare una sfida tra i groenlandesi e i tibetani esuli in India, chiamando come Ct il danese Espensen, presto disperato dalle condizioni fangose del campetto di Dharamsala e dalla approssimazione tecnica dei suoi giocatori, tutti volontari e dilettanti. Ma sappiamo che in popoli tanto saggi non è il culto della vittoria a prevalere, quanto la gioia di partecipare.

Dopo una dura opposizione della Cina, che minaccia di bloccare l’importazione dei gamberetti groenlandesi, finalmente la partita di disputa a Copenaghen il 30 giugno 2001.

Vincono gli eredi degli Inuit 4 a 1,  e il gesto più  bello non sono i gol ma l’offerta agli avversari, prima del fischio di inizio della sfida, della  simbolica sciarpa bianca buddhista.  Di quella partita rimane un documentario girato da due cineasti danesi intitolato The Forbidden Team e il primo gol segnato da una squadra che non doveva esistere, è accolto alla radio tra i monti dell’Himalaya con una felicità incontenibile.

La squadra di esuli buddhisti, nei decenni, disputerà altre sfide contro altre compagini di regioni al margine nel mondo e le perderà tutte. Intanto però si forma anche una nazionale tibetana femminile e la passione per il calcio rimane intatta. Perché è sorretta da un pensiero, che non è la vittoria ma l’incontro.

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