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Campo da golf, foto @Unsplash

Tiger Woods e i principi dimenticati

Tempo di lettura: 4 minuti

Lo sport non è soltanto competizione. È anche un modo di abitare il corpo, la mente e il rapporto con gli altri. Questa rubrica mensile parla di sport, in tutte le sue infinite sfaccettature, in relazione con le scelte personali degli atleti dell’agonismo, della gara, della competizione, e con la pratica del movimento all’interno delle regole delle discipline da parte di chi compie un esercizio senza altro scopo che quello di mantenersi in salute mentale e fisica.

Tra gli infiniti sport praticati, di squadra, a coppie, individuali, esistono gli sport statici. Il gesto avviene da fermi. Si raggiunge un luogo preciso e da quel punto esatto si compiono dei movimenti. Non si tratta di un continuum, di uno sforzo fisico prolungato o senza soste, ma di un istante nel tempo brevissimo e irrimediabile.

Un istante meditativo preceduto dallo sgombero della mente, dallo svuotamento di pensieri reconditi, dal vuoto nel quale l’atto si compie. Sono discipline o giochi, come si possono definire, che hanno una fase di altissima concentrazione prima dell’esecuzione, perché la possibilità è unica, una sola. Pensiamo al tiro con l’arco, al piattello, ai tuffi: sono tanti.

Uno di questi è il golf. E se si pensa al golf non si può non pensare a Tiger Woods, il più grande campione che abbia calcato i green. Una figura che appare, nel senso letterale della parola, diversa.

Tiger Woods, nel mondo dei ricchi bianchi che praticano il golf, è un’anomalia, è un miscuglio di provenienze familiari: la madre Kultida è thailandese, il padre Earl è afroamericano. Risultato: Tiger è americano ma di colore. Arriva nel mondo elitario e un po’ razzista del golf come una bomba.

Comincia a tirare palline da piccolissimo, spinto dal padre, uomo ambizioso come pochi. La famiglia non è ricca, deve indebitarsi per consentire al figlio di fare uno sport costoso, entrando all’Università di Stanford. La voglia di riscatto di Earl Woods si incontra con la passione per il golf che si sviluppa in Tiger. I ragazzini si scelgono sempre uno sport preferito e Tiger non ha dubbi.

L’eredità della madre buddhista

Il padre lo allena per diventare il migliore al mondo da giovanissimo, ma è la madre che controbilancia la smania paterna e gli dà le fondamenta dell’essere. Kultida è una donna orientale, è buddhista e insegna al piccolo Tiger una pratica religiosa e mentale fatta di calma, educazione rispettosa e meditazione. L’accanimento verso un riscatto sociale alberga nell’uno, i principi morali del buddhismo nell’altra figura genitoriale.

Sono celebri gli aneddoti che appartengono all’ascesa di Tiger. Se il padre lo seguiva come un’ombra sui fili d’erba dei campi da golf, sottoponendolo a infinite sessioni di allenamento, guida indispensabile per sviluppare un talento, la madre lo disciplinava su ben altre questioni: il rispetto degli altri, l’etica del comportamento, la pulizia interiore fatta di sincerità e accoglimento, la preghiera.

Credo che si siano chiesti in tanti come potessero coesistere elementi educativi tanto diversi e come Tiger riuscisse a convogliarli in maniera positiva. Eppure ci riesce e comincia a vincere tutti i più grandi tornei con colpi straordinari. Chi l’ha visto giocare nota qualcosa che gli avversari non hanno.

Dall’inizio alla fine di qualsiasi torneo prestigioso, Woods mostra nel corpo e sul viso un’energia quasi spirituale. Prima di ogni colpo, non importa che sia facile o difficile, il suo sguardo è in un altrove. La sua concentrazione, mai contratta, il silenzio che fa dentro di sé nel momento in cui sceglie il ferro o il legno giusto si amplifica intorno; la pallina bianca giace lì nel prato apparentemente assopita ma pronta a diventare parte di un disegno nell’aria, composto dalla curva che la unisce a quel giovane ragazzo dalla pelle scura. La ingloba nel gesto perfetto che, felice, la fa volare lontano, verso il putt, il colpo finale della buca.

E anche lì, la pallina, sospinta da mira, tranquillità e mente sgombra, sa che arriverà in buca, scomparendo in fondo per poi essere ripescata e soppesata dalla mano guidata che ha compiuto il suo finale. Tiger vince sempre, nell’equilibrio tra madre e padre, tra mente e corpo.

La caduta e la ricerca di sé

Ma nella vita privata, con il passare degli anni, Tiger perde i dettami materni, perde l’insegnamento del buddhismo. A un certo punto crolla e fa crollare il suo matrimonio, i suoi figli, la sua intera carriera. Perché l’enorme talento non basta e talvolta implode nella grandissima fama e ricchezza, smarrendo proprio ciò che sua madre gli ha insegnato attraverso il buddhismo, ben più importante della spinta agonistica e megalomane del padre.

Woods perde se stesso. Tradisce ripetutamente la moglie che lo abbandona, ha un incidente in macchina, mentre guida sotto l’effetto di alcolici e stupefacenti, che gli rompe le ossa in ogni parte del corpo e gli procura danni quasi irreversibili. Il golf storce la schiena, la colonna vertebrale tutta, le spalle. Spesso i giocatori devono operarsi per usura e postura asimmetrica, logoramento. Anche Tiger l’aveva già fatto, eppure quello schianto in auto lo disintegra.

Gli sponsor generosi lo abbandonano, lui, ferito, abbandona il golf. Momentaneamente, perché non gli resta altro: il suo mentore, il padre, è morto e la moglie si è allontanata per sempre. E allora si scusa pubblicamente, dice di voler riavvicinarsi ai principi del buddhismo, torna a giocare con sforzi sovrumani per un fisico così rattoppato.

Non è più il mago dalla pelle scura che aveva stravolto il mondo del golf. Trova altri amori fugaci, come Lindsay Vonn, la campionessa di sci, a sua volta atleta massacrata dagli infortuni. Si fidanza con la nuora di Trump ed è per questo che quando lo arrestano dopo un cappottamento, avvenuto soltanto un mese fa, dice agli agenti di polizia che sta telefonando al Presidente degli Stati Uniti. Loro sospettano che sia sotto l’effetto di farmaci oppioidi assunti per i suoi dolori cronici. La madre era morta soltanto un anno prima.

E allora, forse stavolta, toccato il fondo e con buona pace della fama, Tiger Woods riscoprirà la pace e la meditazione, quei principi dell’infanzia che si è dimenticato, per tornare, come essere umano, umano.

Un buon consiglio? Sarebbe meglio per lui trascorrere qualche tempo in un monastero thailandese sulle montagne a ritrovare se stesso e, soprattutto, mollare la nuora di Trump e il mondo tossico che la circonda. Ce la puoi fare, Tiger. Noi non dimentichiamo neanche un tuo drive chilometrico, un approccio perfetto alla bandierina, e te, inginocchiato sull’erba, che osservi le pendenze di un green per valutare la traiettoria verso la buca. Perché solo considerando le variabili del mondo fuori di noi, ci viviamo dentro.

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