Lo sport non è soltanto competizione. È anche un modo di abitare il corpo, la mente e il rapporto con gli altri. Questa rubrica mensile parla di sport, in tutte le sue infinite sfaccettature, in relazione con le scelte personali degli atleti dell’agonismo, della gara, della competizione, e con la pratica del movimento all’interno delle regole delle discipline da parte di chi compie un esercizio senza altro scopo che quello di mantenersi in salute mentale e fisica.
Per molti in Italia, a meno che non siano appassionati di pallacanestro, il nome molto comune di Phil Jackson rimanda a uno sconosciuto. Negli Stati Uniti è un monumento vivente. Prima giocatore per i New York Knicks negli anni ’70, poi aiuto allenatore che comincia dalla gavetta, Jackson diventa famoso come coach dei Chicago Bulls con cui vince la NBA sei volte. Dal 1999 la rivince altre tre volte con i Los Angeles Lakers, allenando leggende come Michael Jordan e Shaquille O’Neal.
Ma cosa ha di particolare quest’uomo nato nel selvaggio Montana da genitori ministri del culto pentecostale, ferventi e rigidi devoti alla chiesa? Bisogna sempre tornare alla prima giovinezza, al momento in cui le prime idee cominciano a formarsi e si sceglie se aderire a ciò che ci viene insegnato e ai valori che abitano una famiglia, al fine di comprendere che i figli talvolta vanno oltre i dettami imposti e si cercano una propria strada. Per di più, in quegli anni ’70, la società americana è attraversata da una profonda rivoluzione i cui semi si dipaneranno in molti rivoli e risvolti fino a noi. Era il tempo del movimento hippy, della pace contro la guerra in Vietnam, del contatto con la natura, della libertà di viaggiare, vestirsi come pareva, trovare idee nuove, andare in India alla ricerca di se stessi. Jackson era chiamato il cestista hippy, perché era anticonformista e si interessava, sospinto dal fratello, alla pratica buddhista Zen del maestro Suzuki, frequentando e praticando nei Campi Zen durante la dolce estate tra abeti e vallate del Montana.
Per un occidentale che legge e studia il pensiero orientale le strade sono due: o aderisce completamente alla pratica, lascia alle spalle ciò che è stato e abbraccia una nuova filosofia rispetto alla propria vita. O trae qualche insegnamento fondamentale e, restando nel mondo che gli è proprio, fa suoi alcuni dettami che trova evolutivi e importanti, aperture mentali che gli consentono di correggere i suoi limiti. Phil Jackson ha scelto la seconda strada. Il basket era il suo luogo, non l’ha mai lasciato ma lui ha saputo incidere profondamente nelle dinamiche di uno sport collettivo, di squadra, con pratiche per quegli anni estremamente innovative.
Zen e sport: la meditazione nella filosofia di Phil Jackson
Per un uomo che usa la meditazione Zen, e ne condivide i principi, tre sono i mutamenti che ha saputo apportare e che è riuscito a trasmettere alla società sportiva e ai giocatori del suo team. Prima di tutto il concetto che l’ego non esiste o almeno non deve prevalere in un gruppo che va nella stessa direzione, vuole emergere e vincere le partite. Laddove non esiste la collaborazione di tutti, lo spirito di fare ognuno la propria parte senza privilegi non si arriva a nulla. Anche il campione deve mettersi al servizio degli altri e non agire in modo egoistico. Per Jackson questo si è tradotto in un vero schema di gioco, divertente e superiore, che gli ha permesso di arrivare allo scopo. Lui stesso lo descrive così: «Io incoraggio la libertà. Ciò in cui credo è l’energia incanalata in una parte di disciplina. I giocatori possono sentirsi liberi di esprimersi dentro certi parametri».
Il secondo concetto è lo sviluppo della capacità di concentrarsi sul momento, il qui e ora, e non perdere la testa se qualcosa sembra ostile, come una decisione arbitrale o il comportamento sul campo di un giocatore avversario. Mantenere la consapevolezza di sé e degli altri, senza isterismi o reazioni scomposte. L’equilibrio interiore e quindi esteriore è il fulcro della calma scesa per portare avanti l’idea che l’importante non è vincere ma crescere insieme. Abbastanza rivoluzionario se si pensa ai miliardi che produce la NBA, agli stipendi colossali di certi campioni e il seguito di decine di milioni di tifosi. Il terzo punto è l’applicazione della meditazione prima di ogni allenamento e di ogni partita. Meditazione che non è stata sempre ben vista dai giocatori di certo abituati alla competitività estrema, all’energia esplosiva senza freni, ma sulla quale Jackson non ha mai aperto vie d’uscita. Perché era la chiave della consapevolezza e del legame tra corpo e mente.
È così che ha vinto tutto, anche il premio come miglior allenatore di NBA ed è nella classifica dei 10 migliori coach di tutti i tempi. Jackson ha scritto anche dei libri di insegnamento che riguardano il basket ma anche un libro Sacred Hoops: spiritual lessons of a hardwood warrior dove parla di compassione per gli altri e attenzione reciproca tra gli uomini della squadra. Jackson cita anche il pensiero dei nativi americani che ha un’intimità di parole e idee sul rispetto della natura e del mondo con la pratica buddhista Zen. Insomma da buon americano ha coniugato nel suo credo tante influenze filosofiche e alla fine è riuscito in ciò che desiderava: vincere con rispetto ed etica.
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