Presentiamo ai lettori di Gate la pubblicazione in serie dei saggi su Il Buddhismo e i Dodici Passi. Non ci troviamo di fronte a una semplice riflessione teorica sulla pratica meditativa, ma a un contributo di profonda autenticità, nato dall’esperienza vissuta e da un confronto paziente tra spiritualità buddhista e cammino di riabilitazione secondo i Dodici Passi. In queste pagine risuona la voce di una comunità che, a partire dagli incontri settimanali degli Alcolisti Anonimi presso il San Francisco Zen Center, ha saputo raccogliere, custodire e restituire a tanti esperienza, forza e speranza.
Questi scritti non offrono soluzioni preconfezionate, ma accompagnano il praticante nel riconoscimento della propria sofferenza, nella fatica della trasformazione, e nella maturazione di una profonda consapevolezza della propria responsabilità verso sé stessi e verso gli altri. Sono la testimonianza concreta di un percorso che unisce rigore e compassione, in cui il lavoro su di sé diventa occasione di apertura, relazione e servizio. La scelta dell’anonimato dell’autore dimostra il carattere collettivo di questa ricerca: un invito a condividere, a sperimentare, a non sentirsi mai soli di fronte alla sofferenza e alla possibilità della guarigione.
Sesto e settimo passo
Siamo assolutamente pronti ad affidarci a Dio perché elimini tutti questi difetti di carattere. Gli abbiamo chiesto umilmente di eliminare i nostri difetti.
Il sesto e settimo passo segnano il punto di svolta nel nostro recupero. Nei primi cinque passi ci siamo occupati principalmente di raggiungere la sobrietà e rimanere sobri, in modo tale che il nostro recupero possa poggiare su una base solida. Con il sesto e il settimo passo cominciamo a prepararci per una vita di servizio. Come dice la preghiera del settimo passo: «… allontana da me ogni singolo difetto di carattere che si frappone alla mia utilità…». Quel che chiediamo con questa preghiera non è eliminare aspetti di noi che appaiono fastidiosi, irritanti o scomodi ai nostri stessi occhi, ma solo quelli che ci rendono meno efficaci nel nostro servizio agli altri. Possiamo trovare personalmente sgradevoli tratti come il disordine, l’eccessiva predilezione per i dolciumi o l’ansia nevrotica di essere puntuali. Ma queste non sono necessariamente cose che ci impediscono di aiutare gli altri. Anzi, alcuni degli aspetti che ci piacciono meno di noi stessi possono essere proprio le caratteristiche che ci rendono più efficaci nel lavoro con gli altri. Per esempio, preoccuparsi di essere sempre puntuali può anche essere angosciante, ma questo fa sì che gli altri possano contare sul fatto che ci saremo davvero dove e quando abbiamo promesso di esserci.
Con questi passi siamo disposti ad affidarci al processo di recupero senza poterne prevedere o controllare l’esito. Se dichiariamo la nostra intenzione di essere al servizio degli altri, dobbiamo lasciar perdere l’aspetto che può assumere questo servizio. Naturalmente, in senso generale è una decisione che abbiamo già preso con il terzo passo. Ma qui dichiariamo la nostra disponibilità a lasciar andare certi aspetti di noi stessi in particolare. Di fatto, d’ora in poi siamo disposti a lasciare andare parti della nostra personalità, comportamenti abituali e radicati, insomma, elementi costitutivi del nostro io.
È su questo piano che i Passi possono essere delucidati dall’insegnamento buddhista dell’anatta, letteralmente «assenza di un sé» o di un’anima eterna. Questo insegnamento è uno dei tre segni dell’esistenza condizionata (insieme ad anicca, «impermanenza» e dukkha, «sofferenza», «incompletezza» o «insoddisfazione»). È il più radicale degli insegnamenti del Buddha, in quanto contraddice non solo la maggior parte delle filosofie religiose, ma anche l’esperienza che abbiamo del mondo e noi stessi. Anatta significa che non c’è nulla in noi che non sia soggetto al cambiamento, nulla di permanente, nulla che non sia contingente in relazione a cause e condizioni. Non siamo altro se non la somma delle nostre caratteristiche fisiche e mentali.
Si parla anche di «vacuità», nel senso che tutte le cose sono vuote di un’esistenza indipendente. Un altro nome è «interdipendenza», nel senso che nel loro esistere le cose dipendono l’una dall’altra. Nella tradizione buddhista, questo insegnamento è condensato in una semplice formula: «Se questo è, quest’altro si manifesta. Se quello non è, quest’altro recede». Una cosa semplice come un fiore, per esempio, è la somma di tutte le cause e le condizioni che lo compongono: il sole, l’aria, il suolo, l’acqua, le sostanze nutritive, l’impollinazione da parte degli insetti, il seme che è nato da un fiore, che è nato da un seme che è nato dalla linea ininterrotta della vita fino alle prime cellule elementari. Se togliamo uno di questi, non c’è nessun fiore. Si racconta che una volta, in occasione di un discorso pronunciato di fronte a un’assemblea di monaci, il Buddha si limitò a tenere in mano un fiore rimanendo in silenzio. Di tutti i monaci, solo Mahakashyapa mostrò di aver compreso con un sorriso. Forse aveva riconosciuto, almeno in parte, questa concatenazione dell’essere.
Il significato dell’insegnamento di anatta riguardo alla nostra guarigione è questo: poiché il cambiamento è costante e inevitabile, e almeno in parte determinato dalla nostra volontà (secondo la definizione stessa di karma), non siamo necessariamente bloccati nella nostra sofferenza. C’è una via d’uscita. È un assioma di primaria importanza sia nella letteratura della guarigione sia in quella buddhista. È la base di tutto ciò che diremo. Non siamo disperati e impotenti. Con il Terzo Passo abbiamo preso una decisione e con l’Undicesimo ci sforzeremo di raggiungere un contatto cosciente, che sono entrambi degli atti di volontà. Il buddhismo riconosce che fare un voto è un gesto potente. La liberazione dalla sofferenza può essere appresa e insegnata, e il processo di cambiamento è, almeno in parte, nelle nostre mani. Per prima cosa, dobbiamo renderci conto che finora con il nostro pensiero e il nostro comportamento abbiamo visto tutto all’incontrario. In termini buddhisti, abbiamo cercato il permanente nel transitorio, il piacere in ciò che può solo causare sofferenza e la natura del sé in una visione distorta del sé.
La liberazione dalla sofferenza può essere appresa e insegnata, e il processo di cambiamento è, almeno in parte, nelle nostre mani.
Per la maggior parte degli alcolisti, uno dei problemi è sopravvalutare le proprie capacità di controllo effettive o auspicabili. Abbiamo cercato di controllare tutti gli aspetti della nostra vita e di cristallizzare il mondo in una forma che ci era congeniale. Affrontiamo la nostra vita come se fosse un cruciverba: basta mettere le parole giuste negli spazi giusti, e tutto andrà bene fino alla fine. Quando poi le cose non vanno così, beviamo. Imparare l’equilibrio tra le situazioni in cui possiamo ricorrere efficacemente alla nostra forza di volontà e quelle in cui invece ci porterà solo alla frustrazione non è facile. Ma è indispensabile se vogliamo mantenere la sobrietà e renderci utili nella vita.
Questo insegnamento sul non-sé presenta sfaccettature diverse, come un gioiello sotto una luce. Quando diciamo «non-sé» stiamo parlando della vacuità. E se diciamo «tutte le cose sono sé», questa è l’interconnessione. Ora, è proprio questa interconnessione che noi, come alcolisti, dobbiamo cogliere come aspetto essenziale del nostro recupero. Nel bere, restringiamo e restringiamo la nostra visione di chi siamo, di cosa siamo e di cosa possiamo diventare.
I confini diventano claustrofobici. Cerchiamo disperatamente di controllare e minimizzare la nostra sofferenza, ma ignorandone la causa, non facciamo altro che crearne sempre di più per noi stessi e per chi ci circonda. Nella guarigione, nella pratica, la natura del sé è vista in modo diverso. Lo studio della Via ci apre la mente ad altre potenzialità. La pratica dei Passi, dei principi buddhisti, ci impegna attivamente in un reale cambiamento comportamentale e percettivo.
L’umiltà
Un altro modo di intendere l’anatta è l’umiltà. Questa parola è legata al termine humus, «terra». Essere umili significa riconoscere la natura comune con tutti gli esseri, condivisa. È quella che chiamiamo anche «natura di Buddha» o risveglio, o anche «ripristino della sanità mentale». Spesso Shakyamuni Buddha è raffigurato seduto in posizione meditativa con una mano che tocca la terra. L’origine di questa postura è legata alla storia del suo risveglio. Seduto sotto l’albero della bodhi, infatti, il Buddha viene insidiato da Mara, il tentatore, che cerca di fargli abbandonare la sua ricerca. Mara tenta il futuro Buddha servendosi del desiderio e della paura. Quando questi due approcci si dimostrano entrambi inefficaci, Mara gioca il suo asso nella manica: «Chi sei tu per occupare questo seggio del risveglio? Tu che non sei degno?». La vergogna, il senso di non valere nulla, una visione ossessivamente negativa di sé: ecco le armi definitive di Mara.
A questo punto Shakyamuni tocca la terra e la terra proclama a gran voce il suo valore. La voce della dea terra parla delle sue molte vite passate a praticare la compassione e il servizio disinteressato agli altri. La dignità, insomma, non è una questione di stirpe divina o di intelligenza e neppure di assorbimento meditativo, ma è piuttosto la qualità di chi coltiva la propria connessione con gli altri, basata sulla condivisione terrena.
Il non-sé, allora, non è la negazione di qualcosa che avevamo e di cui dobbiamo liberarci, ma anzi il riconoscimento di chi e cosa siamo veramente: esseri connessi ad altri esseri. Né superiori né inferiori, né di valore maggiore o minore. Questo insegnamento mette da parte la misura relativa del valore. L’umiltà è una dichiarazione di valore assoluto.
Il settimo passo si concentra dunque in particolare sull’umiltà. Un esercizio illuminante è leggere il capitolo su questo passo in Dodici Passi e Dodici Tradizioni, leggendo «connessione», «comunione» o «comunità» ogni volta che si parla di «umiltà». Possiamo trovarne un riscontro nei due passi seguenti:
«Solo attraverso umiliazioni ripetute siamo stati costretti a imparare qualcosa sull’umiltà. È stato solo alla fine di un lungo cammino segnato da sconfitte e umiliazioni continue, e infine dall’annientamento della nostra autosufficienza, che abbiamo cominciato a vedere nell’umiltà qualcosa di più di una condizione di disperazione strisciante».
«È così che vediamo per la prima volta l’umiltà come una necessità imprescindibile. Ma questo è solo l’inizio. Per abbandonare completamente la nostra avversione all’idea di essere umili, per acquisire una visione dell’umiltà come via per la vera libertà dello spirito umano, per essere disposti a lavorare in direzione dell’umiltà come qualcosa di desiderabile in sé e per sé, la maggior parte di noi impiega molto, molto tempo».
E poi le sostituzioni:
«Solo attraverso umiliazioni ripetute siamo stati costretti a imparare qualcosa sulla connessione. È stato solo alla fine di un lungo cammino segnato da sconfitte e umiliazioni continue, e infine dall’annientamento della nostra autosufficienza, che abbiamo cominciato a vedere nella connessione qualcosa di più di una condizione di disperazione strisciante».
«È così che vediamo per la prima volta la comunità come una necessità imprescindibile. Ma questo è solo l’inizio. Per abbandonare completamente la nostra avversione all’idea di essere in comunione, per acquisire una visione della connessione come via per la vera libertà dello spirito umano, per essere disposti a lavorare per la comunità come qualcosa di desiderabile in sé e per sé, la maggior parte di noi impiega molto, molto tempo».
L’illusione di essere separati dagli altri, di poter vivere secondo il nostro capriccio e di agire come se non fossimo condizionati da una miriade di cause e condizioni è una delle cause principali della nostra sofferenza. È un’illusione in cui l’alcolista cade sempre più a fondo finché beve. Neghiamo di far parte di una comunità, che le nostre azioni hanno delle conseguenze e che siamo tenuti a rispondere a chiunque altro del nostro comportamento. Solo se si elimina questa illusione si ha la possibilità di essere sani e felici.
Una volta pronti a intraprendere questo cambiamento radicale nella nostra vita, possiamo cominciare a esaminare il meccanismo di trasformazione. A mano a mano che manteniamo la sobrietà, sia fisica che emotiva, ci accorgiamo che lo spazio tra l’impulso e l’azione si dilata. Finché abbiamo agito la nostra dipendenza, questo spazio era di fatto inesistente. Eravamo creature di semplice reazione e le nostre reazioni nascevano quasi sempre dalla PAURA (un acronimo diffuso nei circoli degli Alcolisti Anonimi: Prove Apparenti Usate come Realtà Acclarate).
Nelle occasioni in cui capita che la nostra mente raggiunga in qualche modo una parentesi di serenità, abbiamo la possibilità di agire secondo il nostro primo impulso o di frenare il nostro comportamento. Sono momenti di grazia. In termini buddhisti, è il risultato del nostro voto di liberarci di tutto ciò che ostacola i nostri sforzi di renderci utili agli altri, di essere in comunione con i nostri simili. Come strumento, la meditazione è incomparabile, perché ci permette di osservare l’attività della nostra mente nella quiete, liberi dalla necessità di dare risposte. Ed è anche il risultato della fede, la fede nella possibilità della trasformazione, una fede di cui abbiamo osservato gli effetti nella vita degli altri.
All’inizio, quando riceviamo i precetti buddhisti, diciamo: «Confidiamo di essere dei Buddha…». Nella pratica del Sesto e del Settimo Passo possiamo avere la stessa fede nella nostra guarigione. Possiamo tenere i nostri difetti caratteriali davanti alla nostra coscienza e, quando si presentano, nell’intervallo tra l’impulso e l’azione, possiamo scegliere di comportarci come se fossero già stati rimossi. Siamo dei Buddha quando mettiamo in atto il Buddha che è in noi. Siamo in recupero quando mettiamo in atto il recupero.
Si dice che tutti gli insegnamenti del Buddha abbiano un solo sapore, come il mare, che sa sempre di sale. Ed è il sapore della liberazione. Il Nobile Ottuplice Sentiero, i Dodici Passi concorrono a liberarci dalla schiavitù dell’io e ad aprirci al mondo attraverso strade che all’inizio non possiamo neppure immaginare. Se possiamo immaginarle, vuol dire che si basano ancora sulla nostra malattia. Il percorso di guarigione ci porta lontano dalla malattia, verso la sanità, una parola che originariamente significa «interezza», come l’interezza che formiamo quando uniamo i palmi delle mani alla fine di un incontro.
- Il buddhismo e i dodici passi: dodicesimo passo
- Undicesimo passo
- Ottavo, nono e decimo passo: studiare il sé, dimenticare il sé
- Sesto e settimo passo: la via della consapevolezza
- Il buddhismo e i dodici passi: quinto passo
- Il buddhismo e i dodici passi: quarto passo
- Il buddhismo e i dodici passi: terzo passo
- Il buddhismo e i dodici passi: secondo passo





