Presentiamo ai lettori di Gate la pubblicazione in serie dei saggi su Il Buddhismo e i Dodici Passi. Non ci troviamo di fronte a una semplice riflessione teorica sulla pratica meditativa, ma a un contributo di profonda autenticità, nato dall’esperienza vissuta e da un confronto paziente tra spiritualità buddhista e cammino di riabilitazione secondo i Dodici Passi. In queste pagine risuona la voce di una comunità che, a partire dagli incontri settimanali degli Alcolisti Anonimi presso il San Francisco Zen Center, ha saputo raccogliere, custodire e restituire a tanti esperienza, forza e speranza.
Questi scritti non offrono soluzioni preconfezionate, ma accompagnano il praticante nel riconoscimento della propria sofferenza, nella fatica della trasformazione, e nella maturazione di una profonda consapevolezza della propria responsabilità verso sé stessi e verso gli altri. Sono la testimonianza concreta di un percorso che unisce rigore e compassione, in cui il lavoro su di sé diventa occasione di apertura, relazione e servizio. La scelta dell’anonimato dell’autore dimostra il carattere collettivo di questa ricerca: un invito a condividere, a sperimentare, a non sentirsi mai soli di fronte alla sofferenza e alla possibilità della guarigione.
Il secondo passo
Crediamo fermamente che un Potere più grande di noi possa riportarci alla sanità mentale.
Questo passo può sembrare una barriera formidabile per chiunque non sia in grado di accettare, o non voglia, alcun concetto di Dio o di spirito o di qualsiasi realtà in qualche modo legata al soprannaturale. Rimanere intrappolati in domande e pretese di certezza può costituire un blocco per molto tempo, se non per sempre. Questa difficoltà si può considerare almeno in parte come un problema di definizioni: «Che cos’è un potere superiore? Che cos’è la sanità mentale? Che cosa significa credere?».
I problemi si moltiplicano a mano a mano che il ragionamento si fa più tortuoso: «Il potere superiore è Dio? Il Dio di chi? Com’è fatto Dio? Se ho una mia concezione di Dio, suggerita dal Grande Libro, non sarà solo la mia immaginazione? Come posso essere “salvato” da qualcosa che ho inventato io? E che dire della sanità mentale? Come posso recuperare uno stato che non credo di aver mai sperimentato? E chi stabilisce che cos’è la sanità mentale? Gli Alcolisti Anonimi? E se accetto questa versione della sanità mentale, significa che mi verrà fatto il lavaggio del cervello trasformandomi in uno zombie degli AA? In realtà, non credo che dovrei nemmeno prendere in considerazione l’idea di credere a una simile proposta finché non è intellettualmente coerente e comprensibile, finché non posso darle il mio completo assenso razionale».
Nessuna di queste domande è stupida o irrilevante e sarà opportuno ritornarci. Ma quando sentiamo per la prima volta questo Passo e consideriamo le possibilità e l’impatto che può avere per la nostra vita, queste domande vanno messe tra parentesi. Se siamo abbastanza disperati da considerare i Passi come un mezzo per salvarci la vita, dobbiamo essere disposti ad abbracciarli senza riserve. Se aspettiamo di aver ponderato tutte le questioni filosofiche in modo soddisfacente (il che, ovviamente, è piuttosto difficile da ubriachi), probabilmente moriremo prima di arrivare a una qualche risposta.
Nelle prime scritture il Buddha lo chiarisce con un’immagine: «Supponiamo che un uomo sia stato ferito da una freccia intinta nel veleno e che i suoi amici e compagni chiamino un chirurgo per curarlo. L’uomo dice: “Non permetterò al chirurgo di estrarre la freccia finché non saprò il nome e il clan dell’uomo che mi ha ferito; se l’arco che mi ha ferito era lungo o ritorto; se la freccia che mi ha ferito era a punta quadra o curva o uncinata”. L’uomo morirebbe prima di poter raccogliere tutte queste informazioni.»
La guarigione è possibile e non possiamo né dobbiamo cercarla da soli.
Nel caso del Buddha si tratta di accogliere l’insegnamento sulla sofferenza e sulla sua fine; ma la metafora può valere anche per i Passi.
Concentrarsi sulla funzione del Secondo Passo
Forse una via d’uscita dal labirinto filosofico è concentrarsi sulla funzione del Secondo Passo, piuttosto che cercare di definirne i termini. In questo senso, non bisogna fare altro che provare a credere, in via sperimentale, che la guarigione è possibile e che non possiamo né dobbiamo cercarla da soli. Se affrontiamo questa fase come un esperimento, possiamo risparmiarci tempo e dolore. E se proprio vogliamo possiamo sempre riavere la nostra infelicità.
Potremmo osservare se questa proposta produce buoni risultati nel momento in cui ci predisponiamo a comportarci come se fosse fondata, con una deliberata sospensione della nostra incredulità. Questo approccio certamente in linea con la raccomandazione del Buddha di esaminare personalmente il suo insegnamento e di accettarlo solo se funziona:
«Non accontentatevi del sentito dire, della tradizione, delle leggende, delle congetture, delle deduzioni logiche, della ponderazione delle prove, del fatto che un’opinione vi appare gradita dopo averci riflettuto, dell’abilità di qualcun altro o del pensiero “Il monaco è il nostro maestro”. Quando sapete in voi stessi che: “Queste cose sono salutari, irreprensibili, raccomandate dai saggi e, se adottate e messe in pratica, conducono al benessere e alla felicità”, solo allora dovreste praticarle con costanza».
Un’altra barriera all’accettazione del Secondo Passo è l’idea che forse funziona per altre persone, ma non può certo funzionare per me. Questa idea può essere sostenuta sia in positivo che in negativo. In positivo, possiamo dire a noi stessi: «Sono troppo diverso o speciale o troppo intelligente o sofisticato o autosufficiente o indipendente per gli AA. E in ogni caso, non sono un membro del gruppo». Oppure possiamo dire a noi stessi: «Sono troppo cattivo o lontano o immeritevole o stupido o indegno per gli alcolisti anonimi. E in ogni caso, non sono un membro del gruppo». Come scrive Bill W in Dodici passi e dodici tradizioni:
«Non abbiamo mai cercato di sentirci parte di una famiglia, di essere un amico tra gli amici, di essere un lavoratore tra i lavoratori, di essere un membro utile della società. Abbiamo sempre cercato di farci strada nel mucchio, o di rimanere nascosti tra le ultime file».
Perché lo facciamo? Perché ci sabotiamo accettando queste illusioni? Forse risalire all’origine è impossibile (e se non altro è un proposito che va al di là degli scopi di questo saggio); ma per la maggior parte di noi gli atteggiamenti e i comportamenti mentali sono stati messi in atto, forse inconsciamente, molto tempo fa, di solito per difenderci da pericoli reali o immaginari. L’idea che siamo troppo buoni o troppo cattivi per mescolarci con gli altri su un piano di parità ha la funzione di separarci dalla compagnia di coloro che abbiamo visto come minacce.
Sperimentare
È molto utile allora ricorrere alla modalità sperimentale, osservando in che modo queste credenze funzionano nella nostra vita senza giudicarle. Questa modalità può permetterci di vedere più chiaramente il motore del nostro comportamento e mantenere la distanza necessaria per non essere sopraffatti e ricadere nel vecchio sistema di credenze (trattandosi di credenze, è utile riconoscere che nel Secondo Passo stiamo cercando di scambiare un sistema di credenze con un altro). Nonostante queste premesse, non è del tutto inutile esaminare i termini usati nel Passo. Trovare alcuni equivalenti nel linguaggio e nella pratica buddhista non sarà molto difficile. Forse, piuttosto che parlare di un potere «superiore», sarebbe meglio pensare in termini di un potere più profondo o più ampio, nel senso che non ci stiamo consegnando a una divinità o a qualcosa di più reale o di maggior valore intrinseco di noi stessi.
[Questo è forse il momento giusto per richiamarci a una definizione di potere inteso come agentività, come capacità di operare un cambiamento. Il potere che invochiamo in questo Passo è in particolare quello che può, inizialmente, cambiare il nostro comportamento (ad esempio, bere) e, alla fine, cambiarci nel profondo].
Nel buddhismo questo potere più ampio può essere il voto di cercare di vivere una vita risvegliata per il bene di tutti gli esseri (può sembrare ovvio, ma vale la pena di ricordare che quando diciamo «tutti gli esseri» stiamo parlando anche di noi stessi). Questo è il cosiddetto voto del bodhisattva. Il bodhisattva è colui che, invece di cercare la propria salvezza personale (che in definitiva è comunque un’illusione), decide di rimanere nel mondo della sofferenza per rendersi utile. [La parola bodhisattva è un composto di due termini sanscriti che significano «risveglio» o «illuminazione» ed «essere»]. Si tratta di una concezione della spiritualità che non mira alla perfezione del sé. Uno degli errori che molti di noi commettono è quello di trattare noi stessi e la nostra vita come progetti, come opere da realizzare. Questo voto può liberarci da questa specie di avidità spirituale e da aspettative irrealistiche di perfezione.
Un’altra possibile interpretazione del potere salvifico può essere qualcosa di simile a ciò che alcuni chiamano «natura di Buddha». Suzuki Roshi la chiamava «Grande Mente». Un altro modo di esprimere lo stesso concetto è l’espressione «volto originale», come nella domanda zen «Qual era il tuo volto originale prima che nascessero i tuoi genitori?». È la stessa domanda espressa in positivo. Una formulazione in negativo è la dottrina della vacuità, intesa in un certo senso come la natura interdipendente e non fissa della realtà. I termini che utilizziamo possono essere in gran parte determinati dalla nostra mentalità di base o dalla situazione.
Oppure questo potere può essere qualcosa di più indefinito ma profondamente sentito come il processo della nostra guarigione. Possiamo provare a sentirci a nostro agio con la nostra ignoranza. Il maestro Ch’an Dizang, attivo in Cina nel X secolo, diceva: «Non sapere è la cosa più intima». Se non sappiamo, siamo aperti a imparare, a sperimentare e a non caratterizzare le nostre esperienze come successi o fallimenti. Tutte contribuiscono a darci informazioni. Questa modalità sperimentale di tenere in sospeso il nostro potere superiore o più profondo può offrirci una grande libertà. Essere sollevati dalla schiavitù del bisogno di sapere può essere un meraviglioso rilassamento, nel senso originario di «allentare». Quanto al ritorno alla sanità mentale, alcuni si chiedono come si possa tornare a uno stato che ci sembra di non aver mai sperimentato.
Un altro modo possibile di considerare le cose sotto questo aspetto è che ciò a cui siamo restituiti, o meglio ciò che ci viene restituito, è il nostro potenziale. L’alcol ci ruba tutto, soprattutto la speranza. Distrugge la nostra convinzione che le cose possano cambiare, che noi possiamo cambiare, e cambiare in meglio.
È un principio fondamentale del buddhismo che ogni essere abbia la capacità di risvegliarsi, per quanto al momento questa capacità possa essere oscurata. Forse questo ritorno alla sanità mentale è semplicemente (o non semplicemente) un ritorno a questo potenziale, al punto da cui siamo partiti, andando indietro quanto basta. Ogni neonato, ogni bambino mostra di avere questo potenziale di risveglio e un impulso naturale verso la fiducia e l’amore.
Il ritorno a questo stato edenico non è, ovviamente, né possibile né auspicabile. L’innocenza deve essere mitigata dall’esperienza per poter essere utile nel mondo.
Ma sapere che il nostro potenziale di risveglio non è morto è una sorta di ritorno alla sanità mentale di base. La parola sanità mentale significa letteralmente salute. La parola salute deriva da «interezza». Questa interezza è il completamento di un cerchio e questo cerchio che completiamo è un cerchio di mani. Nello Zen si dice che l’insegnamento passa da «mano calda a mano calda».
E con questo siamo tornati alla premessa iniziale: la guarigione è possibile e non possiamo né dobbiamo cercarla da soli. Tanto basta – forse non è ancora una convinzione, ma una speranza – per farci andare avanti.
- Il buddhismo e i dodici passi: dodicesimo passo
- Undicesimo passo
- Ottavo, nono e decimo passo: studiare il sé, dimenticare il sé
- Sesto e settimo passo: la via della consapevolezza
- Il buddhismo e i dodici passi: quinto passo
- Il buddhismo e i dodici passi: quarto passo
- Il buddhismo e i dodici passi: terzo passo
- Il buddhismo e i dodici passi: secondo passo





