Presentiamo ai lettori di Gate la pubblicazione in serie dei saggi su Il Buddhismo e i Dodici Passi. Non ci troviamo di fronte a una semplice riflessione teorica sulla pratica meditativa, ma a un contributo di profonda autenticità, nato dall’esperienza vissuta e da un confronto paziente tra spiritualità buddhista e cammino di riabilitazione secondo i Dodici Passi. In queste pagine risuona la voce di una comunità che, a partire dagli incontri settimanali degli Alcolisti Anonimi presso il San Francisco Zen Center, ha saputo raccogliere, custodire e restituire a tanti esperienza, forza e speranza.
Questi scritti non offrono soluzioni preconfezionate, ma accompagnano il praticante nel riconoscimento della propria sofferenza, nella fatica della trasformazione, e nella maturazione di una profonda consapevolezza della propria responsabilità verso sé stessi e verso gli altri. Sono la testimonianza concreta di un percorso che unisce rigore e compassione, in cui il lavoro su di sé diventa occasione di apertura, relazione e servizio. La scelta dell’anonimato dell’autore dimostra il carattere collettivo di questa ricerca: un invito a condividere, a sperimentare, a non sentirsi mai soli di fronte alla sofferenza e alla possibilità della guarigione.
Undicesimo passo
Attraverso la preghiera e la meditazione, cerchiamo di approfondire il nostro contatto consapevole con Dio, qualunque sia la concezione che ne abbiamo, pregando di poter conoscere la Sua volontà riguardo a noi e di avere il potere di realizzarla.
L’Undicesimo Passo rappresenta un salto quantico rispetto al Terzo Passo. Si tratta di un moto del cuore e della mente, un passaggio a un livello superiore dell’impegno, pur restando fedele alla propria identità essenziale. È un’elaborazione della decisione originaria di affidare la propria volontà e la propria vita a una realtà superiore.
In entrambi i Passi ci troviamo di fronte a una scelta deliberata: si tratta di compiere «una decisione» e si coltiva un «contatto consapevole». Sia il Terzo che l’Undicesimo Passo racchiudono in sé la dimensione dell’abbandono: nei due casi cerchiamo di subordinare ad altro la nostra volontà. Questi due poli – l’esercizio della volontà e la sua resa – sono emblematici dell’intero percorso dei Dodici Passi. Anche se in apparenza vanno in direzioni opposte, entrambi sono indispensabili e devono coesistere. Questa dinamica si ritrova anche nella meditazione buddhista, che in qualunque sua forma comprende sempre due elementi: il rilassamento/concentrazione e l’intuizione, in sanscrito śamatha e vipāśyanā.
Si narra che, quando il futuro Buddha abbandonò la casa paterna alla ricerca della verità, studiò dapprima con due fra i maestri più celebri dell’epoca, imparando da ciascuno una variante della pratica di calma e concentrazione, che giunse a padroneggiare. Tuttavia, queste pratiche non si rivelarono soddisfacenti. Anche dopo aver sperimentato la beatitudine e la serenità della meditazione, il praticante ritorna sempre a ciò da cui era partito: se stesso. Come via per il risveglio completo, la sola śamatha è insufficiente.
Occorre però una base solida da cui intraprendere il cammino verso l’intuizione, e questa base è appunto śamatha. Calma e concentrazione non rappresentano un fine, ma sono strumenti indispensabili per la via che conduce al risveglio e alla liberazione. Come scrive Bill W. in Dodici passi e dodici tradizioni:
«E ricordiamoci che la meditazione è in realtà intensamente pratica. Uno dei suoi primi frutti è l’equilibrio emotivo».
La pratica buddhista viene spesso suddivisa in tre aspetti: condotta etica (śīla), meditazione (dhyāna) e saggezza (prajñā). Per coltivare una meditazione che conduca all’equilibrio emotivo, la mente non deve essere gravata da sensi di colpa o rimorsi per le azioni compiute: nel linguaggio della riabilitazione, occorre aver fatto chiarezza sulle rovine del proprio passato. A questo punto possiamo sedere in silenzio per praticare calma e concentrazione. È vero anche che, a volte, la pratica meditativa aiuta a riconoscere la necessità di questa chiarificazione. Non è necessario però attendere di sentirsi perfettamente in pace con la propria vita per cominciare a praticare: quasi nessuno potrebbe attendere tanto a lungo. I risultati dipenderanno soprattutto dalla capacità di interrompere o limitare i comportamenti che producono sofferenza. È così che la condotta etica – e, nei termini dei Dodici Passi, i passi dal Quarto al Decimo – incide sulla meditazione.
Śamatha rappresenta quella metà dell’equazione in cui si lascia andare: «si accetta ciò che non si può cambiare». Sedendo con il respiro o un altro oggetto di concentrazione, si lascia che il tumulto mentale si plachi, tornando più volte all’oggetto prescelto ogni volta che la mente vaga.
È la pratica di vipāśyanā – l’intuizione, il contributo peculiare del buddhismo alla tradizione meditativa – che il Buddha indicò come via d’uscita dalla sofferenza. Nel Satipaṭṭhāna Sutta, una delle scritture più importanti del canone, si legge:
«Monaci, questo è il sentiero diretto per la purificazione degli esseri, per il superamento del dolore e del lamento, per la scomparsa del dolore e del lutto, per il conseguimento della vera via, per la realizzazione del nirvāṇa: ovvero, i quattro fondamenti della consapevolezza».
Non è questa la sede adatta per descrivere nel dettaglio le tecniche di meditazione illustrate in questo insegnamento, su cui ci si può documentare altrove. In sintesi, i quattro fondamenti sono: la consapevolezza del corpo, delle sensazioni, degli stati mentali e degli oggetti della mente. La meditazione d’intuizione consiste nel permettere a pensieri, emozioni e sensazioni di sorgere e dissolversi nella mente, senza giudicarli, senza tentare di sopprimerli, senza aggrapparvisi e senza lasciare che prendano piede. Semplicemente si osserva, si prende nota, e si ritorna al respiro.
Sulle prime questo esercizio sembra quasi impossibile: la mente appare caotica e ribelle. Basta cercare di rimanere seduti in silenzio per un po’ e ci si accorge davvero di quanto la mente sia sfrenata. Non è raro scoraggiarsi di fronte alle prime difficoltà nella meditazione. Non aiuta il fatto che molti nutrano aspettative irrealistiche o tendenze perfezionistiche. Può essere utile il paragone con altre discipline: nessuno si aspetterebbe di saper parlare una lingua straniera senza errori dopo un paio di lezioni, o di comprendere la meccanica di un’auto semplicemente sollevando il cofano. Ora, le nostre menti sono ben più complesse di un’automobile, e il linguaggio della pratica richiede non meno dedizione dello studio di una lingua.
L’ideale sarebbe non attendersi nulla dalla meditazione, ma è tutt’altro che facile. Come nel processo di guarigione e nella pratica buddhista in generale, all’inizio ci si avvicina alla meditazione per alleviare la sofferenza. Sedere senza aspettarsi alcun risultato è una conquista che giunge in seguito.
Praticare in questo modo richiede la stessa fiducia che abbiamo incontrato nel Terzo Passo: una sorta di sospensione volontaria dell’incredulità riguardo all’idea di essere irrimediabilmente imperfetti e di meritare il peggio che la vita possa riservare.
La meditazione
Talvolta la letteratura buddhista ingenera confusione, poiché da un lato invita all’impegno, e dall’altro al lasciar andare. Conviene ricordare a questo proposito che il buddhismo e la pratica spirituale in generale ci chiedono di abbandonare solo ciò che genera sofferenza. Il linguaggio buddhista, e in particolare quello della scuola Zen, appare talvolta paradossale proprio perché riflette la natura della nostra esperienza.
Eihei Dōgen, che abbiamo già incontrato nel saggio sui Passi Otto, Nove e Dieci, scrive:
«Lo zazen [meditazione seduta] di cui parlo non è l’apprendimento della meditazione. È semplicemente la porta del Dharma del riposo e della beatitudine, la pratica/realizzazione dell’illuminazione compiuta. È manifestazione della realtà ultima. Trappole e insidie non possono raggiungerla. Una volta colto il suo cuore, sei come il drago che raggiunge l’acqua, come la tigre che entra nella montagna».
Quando Dōgen parla di «imparare la meditazione», si riferisce all’idea che la meditazione sia una scala da salire piolo dopo piolo per raggiungere l’illuminazione. Piuttosto, secondo il suo insegnamento, la meditazione è espressione del risveglio innato, è la sanità fondamentale di cui abbiamo parlato a proposito del Secondo Passo. Per questo Dōgen coniuga i termini «pratica» e «realizzazione». Praticare in questo modo richiede la stessa fiducia che abbiamo incontrato nel Terzo Passo: una sorta di sospensione volontaria dell’incredulità riguardo all’idea di essere irrimediabilmente imperfetti e di meritare il peggio che la vita possa riservare. Che cosa accadrebbe se agissimo come se credessimo davvero di essere dei Buddha? Quando ci sediamo a meditare, impersoniamo il Buddha e non abbiamo bisogno di altro.
La meditazione, in realtà, è semplice: basta solo calmarsi e prestare attenzione.
A prima vista, per i seguaci del buddhismo la preghiera può apparire una pratica problematica. Non c’è un dio personale cui rivolgersi, né un padre onnipotente e benevolo che ascolti le preghiere. Perché, dunque, pregare? La preghiera non è forse un espediente di chi non sopporta il rigore della meditazione e la responsabilità del proprio risveglio? Del resto, si narra che le ultime parole del Buddha siano state:
«Monaci, tutto ciò che è composto è soggetto a dissoluzione. Impegnatevi con diligenza per la vostra stessa salvezza».
La questione della preghiera in ambito buddhista può essere affrontata da varie prospettive. Innanzitutto, si può accogliere l’idea che la preghiera sia un atto compiuto in sé. Dōgen, ancora una volta, scrive:
«La nascita è espressione piena in questo momento. La morte è espressione piena in questo momento. Sono come l’inverno e la primavera. Non chiamiamo inverno l’inizio della primavera, né estate la fine della primavera».
Così, la preghiera si configura come un’espressione – di speranza, paura, gratitudine – che non ha bisogno di altro nel momento in cui viene pronunciata. Non importa che sia ascoltata oppure no. Dare parola a qualcosa significa renderla reale, il che permette di afferrarla e comprenderla. Spesso, nel percorso di recupero, si riceve il suggerimento di scrivere i propri dubbi, le difficoltà e le gioie della vita. Già il solo mettere per iscritto i pensieri, anche senza un lettore, offre sollievo. In questo senso la preghiera può essere anche una dichiarazione di intenti: «Oggi chiedo di ricordarmi di trattare gli altri come vorrei essere trattato» oppure «Che possa trovare la forza di restare sobrio per un altro giorno». Questo modo di esprimersi racchiude una propria forza e non necessita di un contesto esterno per risultare efficace: stabilisce un punto di vista, e, come ogni punto di vista, raccoglie prove a proprio sostegno.
Le cerimonie buddhiste si concludono con l’offerta dei meriti. L’insegnamento è che celebrando una cerimonia con offerte di luce, incenso, fiori e cibo, si generano meriti. Questi meriti hanno un effetto combinato con quello di altri karma positivi, creando le condizioni per il benessere futuro. Nelle dediche, i meriti accumulati vengono dunque offerti ad altri, spesso a «tutti gli esseri nelle dieci direzioni». Questi meriti trasferibili eistono davvero? Sono una forza reale? O si tratta di una pia illusione? È irrilevante: ciò che conta è l’intenzione. Si opera come se il merito fosse qualcosa che può essere generato e donato. Ecco dunque la preghiera buddhista nella sua essenza: riformare la mente attraverso la generosità e offrire quanto possiamo a beneficio degli esseri che soffrono.
Compassione e preghiera
Avalokiteśvara è il bodhisattva della compassione, personificazione dell’energia che opera nel mondo per il bene altrui. Una traduzione del nome è «colui che ascolta le grida del mondo». Nella sua forma femminile, il bodhisattva è noto con il nomedi Guānyīn, in cinese, o Kannon, in giapponese. Ci si può rappresentare Avalokiteśvara come un essere celeste a cui rivolgersi in preghiera. Ma in realtà, la vera preghiera consiste nel diventare colui che ascolta il mondo e risponde con azioni appropriate. Il voto del bodhisattva, richiamato nel saggio sul Secondo Passo e che approfondiremo parlando del Dodicesimo, consiste nel trasformare la propria mente nella compassione – la capacità di condividere la sofferenza altrui – e nella saggezza che permette di agire in modo realmente utile. Questa è l’autentica natura della preghiera in senso buddhista.
Analizzando da vicino la letteratura sul recupero dalle dipendenze, si trova che il significato della preghiera non differisce di molto. A pagina 77 dell’edizione inglese di Alcolisti Anonimi si legge:
«In questo momento stiamo cercando di mettere ordine nella nostra vita. Ma questo non è il fine ultimo. Il vero scopo è diventare il più possibile utili a Dio e agli altri».
Ci sono anche le preghiere del Terzo e del Settimo Passo:
«Dio, mi offro a Te perché tu possa costruire con me e fare di me ciò che vuoi. Liberami dalla schiavitù dell’io, affinché possa meglio compiere la Tua volontà. Allontana le difficoltà, così che la vittoria su di esse possa testimoniare a coloro a cui vorrei offrire il mio aiuto la Tua potenza, il Tuo amore e il Tuo modo di vivere. Che io possa sempre compiere la Tua volontà!»;
e ancora:
«Mio Creatore, ora sono disposto a lasciare tutto di me, nel bene e nel male. Ti prego di eliminare da me ogni singolo difetto che ostacola la mia utilità per Te e per il prossimo. Donami la forza, mentre esco da questa sala, di seguire i Tuoi precetti. Amen».
In questi brani si riconosce che la preghiera, tanto nel percorso di guarigione quanto nel buddhismo, si traduce essenzialmente nel mettersi al servizio degli altri. Le modalità possono differire, ma il risultato auspicato è identico.
La preghiera può essere intesa anche come un atto di obbedienza. In un sistema teistico, l’intento è conformarsi alla volontà di Dio (la preghiera è di poterla conoscere e ricevere la forza di attuarla). Nel buddhismo, la preghiera mira a stabilire un retto rapporto con le cose così come sono, con la verità che trascende le preferenze personali. «Le cose come sono» è un sinonimo di Dharma, uno dei Tre Gioielli nei quali si trova rifugio. Non importa tanto che questa obbedienza sia rivolta a una realtà impersonale e non a una divinità personale, quanto piuttosto il movimento interiore verso l’unione con una realtà più alta, più vasta o più profonda di sé.
Si prega con il corpo, la mente e la parola. Inchinandosi in silenzio davanti a un’immagine del Buddha, offrendo incenso, fiori, luce e cibo, oppure unendo le mani nel saluto, si compie una forma di preghiera. Un’altra preghiera del corpo è l’attenzione consapevole: nella quotidianità è facile divenire insensibili a ciò che ci circonda, compiendo più azioni simultaneamente, e considerando il mondo come un semplice oggetto, un contenitore di cose di cui servirsi. La consapevolezza restituisce rispetto e gratitudine a ogni cosa in sé. Prendere una tazza osservando la mano, la tazza e il gesto, non è lo stesso che afferrarla distrattamente mentre si parla al telefono. Il gesto (come le altre preghiere del corpo) diventa un atto di devozione. In queste azioni silenziose si riafferma il voto di vivere come bodhisattva: vigili, grati e al servizio.
È possibile pregare e meditare tutta la giornata senza soluzione di continuità. Basta volerlo e ci si può allenare a farlo. In coda al supermercato, si può tornare al respiro; mangiando o bevendo, si può offrire una breve preghiera silenziosa di gratitudine. In Dodici passi e dodici tradizioni, Bill scrive:
«Se… il turbamento emotivo è forte, sarà più facile mantenere l’equilibrio ricordando e ripetendo una preghiera o una frase tratta da una lettura o una meditazione. Il solo fatto di ripeterla più volte spesso basta a liberare un canale ostruito da rabbia, paura, frustrazione o incomprensione…».
Che la si chiami meditazione o preghiera, questa pratica ha la duplice funzione di calmare mente e corpo, sostituendo pensieri nocivi con pensieri salutari. In termini buddhisti, questo permette di plasmare la mente e allenarla alla bodhicitta, la mente del risveglio. Questa mente del risveglio, o voto di guarigione, guida il cammino dalla follia dell’alcolismo verso una grata accettazione delle cose così come sono e alla disponibilità a vivere per il bene di tutti gli esseri.
- Il buddhismo e i dodici passi: dodicesimo passo
- Undicesimo passo
- Ottavo, nono e decimo passo: studiare il sé, dimenticare il sé
- Sesto e settimo passo: la via della consapevolezza
- Il buddhismo e i dodici passi: quinto passo
- Il buddhismo e i dodici passi: quarto passo
- Il buddhismo e i dodici passi: terzo passo
- Il buddhismo e i dodici passi: secondo passo





