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Il buddhismo e i dodici passi: quarto passo

Tempo di lettura: 8 minuti

Presentiamo ai lettori di Gate la pubblicazione in serie dei saggi su Il Buddhismo e i Dodici Passi. Non ci troviamo di fronte a una semplice riflessione teorica sulla pratica meditativa, ma a un contributo di profonda autenticità, nato dall’esperienza vissuta e da un confronto paziente tra spiritualità buddhista e cammino di riabilitazione secondo i Dodici Passi. In queste pagine risuona la voce di una comunità che, a partire dagli incontri settimanali degli Alcolisti Anonimi presso il San Francisco Zen Center, ha saputo raccogliere, custodire e restituire a tanti esperienza, forza e speranza.

Questi scritti non offrono soluzioni preconfezionate, ma accompagnano il praticante nel riconoscimento della propria sofferenza, nella fatica della trasformazione, e nella maturazione di una profonda consapevolezza della propria responsabilità verso sé stessi e verso gli altri. Sono la testimonianza concreta di un percorso che unisce rigore e compassione, in cui il lavoro su di sé diventa occasione di apertura, relazione e servizio. La scelta dell’anonimato dell’autore dimostra il carattere collettivo di questa ricerca: un invito a condividere, a sperimentare, a non sentirsi mai soli di fronte alla sofferenza e alla possibilità della guarigione.

Il quarto passo e il karma

Faremo senza paura un autoesame e un inventario morale di noi stessi.

Con il Primo Passo abbiamo fatto una prima incursione nella realtà quando abbiamo ammesso la natura del nostro rapporto con l’alcol. Abbiamo iniziato a esaminare il nostro modo di negare la realtà e il nostro pensiero magico. Con il Quarto Passo continuiamo a mappare la geografia reale della nostra vita al di là di questo ambito specifico (pur scoprendo che quasi tutti gli aspetti della nostra vita sono stati influenzati dall’alcol).

Non eravamo disposti a confrontarci con la vera natura del nostro bere, e allo stesso modo la maggior parte di noi ha negato la realtà del rapporto causa-effetto. Ci piacerebbe poter dire che non sia così, ma il nostro comportamento è stato caratterizzato dall’incapacità o dalla mancata volontà di riconoscere che anche noi dobbiamo soffrire o beneficiare delle conseguenze delle nostre azioni.

Nel buddhismo, questo rapporto di causa-effetto si chiama karma, parola che in sanscrito significa «azione». Nel buddhismo, karma indica in particolare la volizione, cioè gli atti innescati dalla volontà e che hanno conseguenze per l’attore. Queste conseguenze possono essere immediate e evidenti (se scaglio un bicchiere contro il muro, va in pezzi) oppure cumulative e sottili. Questo secondo tipo è detto anche karma ambientale: azioni che creano un’atmosfera nella nostra vita. Per esempio, se ho l’abitudine di dire bugie, mi ritrovo a vivere in un mondo in cui nulla può essere considerato certo, non ci si può fidare di nessuno, devo costantemente misurarmi con le mie diverse versioni della realtà e nessun altro può credere a quello che dico. Se sono violento nelle parole e nelle azioni, attiro la violenza su di me. D’altro canto, se mi comporto in modo onorevole, affidabile ed etico, attiro altre persone che hanno lo stesso comportamento. Ovviamente, le cose non vanno così al 100%, il 100% delle volte, ma come regola generale può tenerci alla larga da molti problemi (in uno dei testi antichi, il Buddha dice che solo un Buddha può comprendere appieno il funzionamento del karma). In termini buddhisti, il Quarto Passo è legato all’acquisizione della consapevolezza che il karma è il motore fondamentale della nostra vita. E questo a sua volta significa riconoscere che abbiamo un ruolo in prima persona nella creazione della nostra vita, nel bene e nel male. Quando facciamo il Quarto Passo, vediamo che le nostre azioni hanno un peso nel mondo, una gravità e una massa. Quello che facciamo conta, letteralmente. Spesso l’abbiamo negato, e abbiamo preferito considerarci delle vittime, per evitare di assumerci la responsabilità del nostro vissuto. Oppure pensiamo che ciò che facciamo non sia importante perché noi non siamo importanti. È una specie di egocentrismo rovesciato, che ci porta a negare di avere un effetto sulla nostra vita, sugli altri e sul mondo. Non siamo responsabili perché non contiamo nulla.


Il Quarto Passo è legato all’acquisizione della consapevolezza che il karma è il motore fondamentale della nostra vita.

Il racconto del maestro zen

C’è un antico racconto buddhista che parla di un maestro zen di nome Hyakujo. Mentre dava insegnamenti ai monaci del suo monastero per diversi giorni notò che c’era un vecchio che se ne stava in fondo alla sala. Un giorno, quell’uomo rimase dopo l’insegnamento e chiese di poter parlare con Hyakujo:

«Non sono davvero un vecchio. Sono una volpe. Nel sistema del mondo passato ero l’abate di questo monastero e qualcuno mi chiese: “Una persona illuminata è vincolata da cause ed effetti?”. Io risposi: “No”. E per questa risposta sono stato condannato a vivere nel corpo di una volpe per queste ultime 500 vite. Puoi offrirmi una parola di svolta per liberarmi?». Hyakujo rispose: «Ripeti la domanda».
L’uomo-volpe disse: «Una persona illuminata è vincolata da causa ed effetto?»
E Hyakujo rispose: «Una persona illuminata non ignora causa ed effetto».
Nell’udire questa risposta, l’uomo fu liberato dal suo corpo di volpe.

Questa storia vuole illustrare la natura del karma: le nostre azioni passate non sono trascurabili, ma non sono neppure deterministiche. Siamo noi a creare l’ambiente del nostro presente attraverso le nostre stesse azioni del passato, ma siamo anche liberi di scegliere la nostra risposta alla situazione attuale. I Passi ci insegnano anche questo: siamo condizionati dal nostro alcolismo e dalle decisioni che abbiamo preso in passato, ma il nostro futuro non è condannato a un’eterna ripetizione. Possiamo interrompere lo schema in ogni momento, compiendo un’azione positiva: possiamo ammettere qual è la nostra situazione di fronte a noi stessi e agli altri, rimediare ai nostri errori al meglio delle nostre possibilità e decidere (o, in termini buddhisti, fare voto) di vivere in modo diverso con l’aiuto di buoni amici spirituali.

Un autoesame

Dopo aver considerato la struttura di base del Quarto Passo, possiamo ora esaminarne più da vicino il funzionamento.

Ci viene chiesto di fare senza paura un “autoesame” e un “inventario morale approfondito”. Queste parole meritano una riflessione. Per molti di noi, per anni non c’è stato altro che disprezzo di sé, fallimenti e disperazione. E adesso al danno dovremmo aggiungere la beffa facendo un elenco dei nostri misfatti e delle nostre mancanze morali? Se affrontiamo così il Quarto Passo, è davvero improbabile che possa essere utile. Vediamo allora se possiamo interpretarlo in altri modi.

Per alcuni, la parola “morale” può essere fuorviante. Può far pensare alla divinità vendicatrice che per molti di noi è familiare fin dall’infanzia, pronta a coglierci sul fatto in ogni trasgressione, più avvezza alla punizione che all’amore e che da noi si aspetta niente meno che la perfezione. È un’idea che probabilmente non giova all’immagine del Dio del cristianesimo e dell’ebraismo, e che indubbiamente è ben diversa dal modo in cui la concepiscono i membri spiritualmente più sofisticati di queste comunità. Ma, a parte la divinità, qual è la concezione buddhista dei fondamenti della morale? Senza un Dio che sia arbitro del bene e del male, come possiamo giudicare il nostro comportamento?

Nel buddhismo, la morale (o l’etica) è uno dei tre fondamenti della pratica, insieme alla meditazione e alla saggezza. È impossibile praticare con successo le altre due senza una salda base etica. Se temiamo di essere sorpresi a rubare denaro dalla cassa o a tradire il nostro coniuge, se abbiamo la mente pervasa di odio, invidia e avidità, non saremo in grado di praticare il raccoglimento nella concentrazione (cioè di praticare la meditazione) o di vedere la natura della realtà (cioè di praticare la saggezza). La condotta etica, quindi, è essenzialmente pragmatica.

I precetti buddhisti si possono considerare come qualcosa di simile a esercizi da praticare e sono intimamente legati al concetto di karma: in presenza di questo, quest’altro si manifesta; se questo è assente, quest’altro non si manifesta.

Nel buddhismo ci sono due metodi per addestrare la mente attraverso i precetti: l’obiettivo è lo stesso, ma ci si arriva da due strade diverse. Il primo metodo, solitamente, ma non esclusivamente, legato alla scuola Theravada o dell’Antica Saggezza, opera dall’esterno verso l’interno. Il praticante si impegna a osservare un insieme di linee guida, spesso dettagliate, che coprono quasi ogni aspetto della sua vita. La mente del risveglio si forma così attraverso il comportamento. Queste linee guida non sono poi tanto diverse dagli slogan degli Alcolisti Anonimi: «fai finta di farcela finché non ci riesci davvero», «fai come se», «comincia con il corpo e la mente ti verrà appresso». Ogni genere di monachesimo (anche nella tradizione zen, in apparenza iconoclasta) si basa su questo modello. Ed è un modello che funziona. Funziona meglio per alcuni che per altri, a seconda della personalità; ma è un percorso di trasformazione molto efficace per chiunque sia in grado di seguirlo con sincerità. Quello che conta è concentrarsi sulla comprensione dello spirito della regola, piuttosto che considerarla un imperativo assoluto.

L’altro metodo di allenamento ai precetti consiste nel considerarli come domande, o koan, da tenere ininterrottamente presenti a sé come qualcosa da esaminare. In altre parole, operare dall’interno verso l’esterno. Questo approccio è solitamente legato alle scuole Mahayana o della Nuova Saggezza. In questa tradizione, la maggior parte delle scuole ha una qualche variante dei precetti:

  • un discepolo del Buddha non uccide;
  • un discepolo del Buddha non prende ciò che non gli è stato dato;
  • un discepolo del Buddha non abusa della sessualità; un discepolo del Buddha non mente;
  • un discepolo del Buddha non intossica la mente o il corpo di sé o di altri;
  • un discepolo del Buddha non calunnia;
  • un discepolo del Buddha non esalta i propri meriti a discapito degli altri;
  • un discepolo del Buddha non si lega al possesso di alcunché;
  • un discepolo del Buddha non nutre intenzioni malevole;
  • un discepolo del Buddha non abusa dei Tre Gioielli.

A una prima lettura, possono sembrare cose semplici o addirittura ovvie. Per esempio, non uccidere. Siamo tutti abbastanza d’accordo sul fatto che prendere una pistola e sparare a qualcuno può essere dannoso per la nostra crescita spirituale. Ma che dire ci cose come mangiare carne, indossare vestiti di pelle, uccidere insetti, abortire, pagare le tasse che finanziano la guerra? Quando iniziamo a esaminarlo in dettaglio, il precetto si rivela tutt’altro che semplice. Quali compromessi siamo disposti a fare e in quali circostanze? Quale livello di disagio siamo disposti ad accettare nella nostra vita nel momento in cui ci atteniamo a questo precetto? Possiamo essere consapevoli conto dell’esistenza relativa e della non esistenza assoluta dell’assassino, della vittima e dell’uccisione, senza fare dell’assoluto una scusante per il relativo? In questo senso, la pratica dei precetti richiede una rigorosa onestà e un regolare autoesame. È l’approccio adottato da Bill W. nel Grande Libro riguardo al sesso:

«Non vogliamo essere arbitri della condotta sessuale di nessuno. Tutti abbiamo problemi di sesso. Non saremmo umani se non li avessimo… abbiamo cercato di dare forma a un ideale sano e solido per la nostra vita sessuale futura. Abbiamo sottoposto ogni relazione a questo test: è egoista o no? Qualunque sia il nostro ideale, dobbiamo essere disposti a crescere in questa direzione».

Questo non ha davvero nulla a che vedere con un insegnamento morale fondato su un insieme di comandamenti. Viene definito un principio di base (ad esempio, il non-egoismo) e da lì ci viene chiesto di prestare attenzione alle nostre azioni per vedere in che misura aderiscono all’intenzione che professiamo.

Il Quarto Passo ci chiede anche di esaminare le nostre paure. In senso buddhista, la paura si basa sulla protezione dell’io da minacce immaginarie alla sua integrità.

Ci sono tre strategie elementari a cui l’ego ricorre per proteggersi: l’avidità, l’odio e l’illusione (l’empia triade che sta alla base di tutti gli impedimenti al risveglio).

Con l’avidità, cerchiamo di proteggerci attraverso l’accumulo: il denaro, il sesso, l’auto nuova, la fama o il cibo possono essere usati per erigere un muro tra noi e la temibile realtà. L’odio o l’avversione fanno terra bruciata intorno a noi, non permettendo a nulla di avvicinarsi abbastanza da ferirci. L’illusione, non riuscendo ad affrontare il mondo esterno, si ritira nella fantasia. Tutte queste manovre sono il tentativo da parte della paura di tenere a bada l’ignoto.

Spesso la nostra paura è così grande che rifiuta persino l’aiuto e la guarigione. Continuiamo a essere disposti a soffrire in modo prevedibile piuttosto che rischiare qualcosa di nuovo. Viviamo in una fondamentale sfiducia nel mondo che sfugge al nostro controllo e non riusciamo a interrompere i comportamenti che continuano a far girare la ruota della sofferenza per gli altri e per noi stessi.

Ed è proprio questo che ci chiede di esaminare il Quarto Passo: in che modo continuiamo a generare e mantenere la sofferenza. Spesso la «nostra parte» ha più a che fare con l’ignoranza che con la cattiva volontà: in mancanza di altre strategie di coping, rispondiamo al mondo con quello che abbiamo a portata di mano. Queste tattiche possono funzionare per un po’, possono funzionare in qualche modo, possono anche essere migliori delle alternative a disposizione. Ma quando il dolore diventa troppo grande e ci spinge a cambiare, questo Passo ci offre una strada per esaminare la nostra vita. E dopo aver esaminato la nostra vita con questo Passo, gli altri ci mostrano come cambiarla.

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